Giornalisti Usa: addio watchdog, cresce sempre di più la ‘’mitezza’’ nei confronti del potere

| 13 maggio 2014 | Tag:,

Davis1Più che a questioni ‘’etiche’’, la ritrosia dei giornalisti americani a usare i ‘’leaks’’ sarebbe dovuta a una progressiva mitezza della stampa nei confronti del potere e a una crescente ‘’familiarità’’ sociale fra giornalisti e potenti. E’ il punto chiave di un intervento in cui Charles Davis*,  giornalista californiano e collaboratore di Vice.com,  fa un’ ampia riflessione sulla recente Ricerca dell’ Università dell’ Indiana sull’ evoluzione del giornalismo americano, che ha suscitato molto interesse.

 


Davis ha intitolato il suo articolo: ‘’I giornalisti? Vecchi, bianchi e codardi’’, soffermandosi soprattutto sull’ analisi di quel ‘’codardi’’.

 

Davis-3Dunque, due decenni fa – spiega Davis – più dell’ 81% dei giornalisti riteneva “giustificato” basarsi per i propri articoli su “documenti aziendali o governativi confidenziali usciti senza autorizzazione”; nel 2013, questo numero era sceso al di sotto del 60 per cento, il che significa che più di quattro intervistati su dieci ritengono che i loro servizi dovrebbero essere approvati dal governo o dalle aziende su cui stanno lavorando. Insomma,  i giornalisti sono più docili rispetto a prima, visto che la ricerca indica come i tre quarti dei giornalisti pensino che sia sbagliato cercare di carpire ‘’informazioni dall’ interno’’, mentre solo il 4,5% ha detto che qualche volta si potrebbe pagare per ottenere  “informazioni riservate”.

 

La mitezza dei media nei confronti del potere è evidente nel modo in cui essi trattano coloro che li forniscono di informazioni vitali – notizie concrete, invece dell’ incessante chichiericco elettorale o degli sdegnati commenti ed editoriali. Chelsea Manning, il soldato americano che ha fatto trapelare migliaia di documenti classificati a WikiLeaks, fornendo in tal modo ai giornalisti migliaia e migliaia di documenti e di storie sulle malefatte del governo e delle grandi corporation, dalla complicità degli Stati Uniti nelle torture in Iraq ai continui massacri di civili in Afghanistan -, è stato ampiamente condannato per quello che ha  fatto.
A quanto pare – ironizza Davis -, niente annoia di più la stampa degli Stati Uniti di un cablo diplomatico che dimostrava come una cluster-bomb americana avesse ucciso 41 civili innocenti, uomini, donne e bambini, nello Yemen. Come suggerisce il sondaggio, i giornalisti non erano sempre stati così disposti a scrollare le spalle di fronti a reati commessi da chi è al potere: ora sono creature straordinariamente indifferenti, visto che cresce il numero di coloro che vorrebbero aumentare la loro conoscenza sulla “produzione di podcast ” piuttosto che la loro “conoscenza degli affari del mondo”.

 

Aumenta il cattivo giornalismo 

 

“Penso che questo cambiamento abbia a che fare soprattutto con l’ estrazione e le aspettative sociali”,  ha dichiarato Jim Lobe, capo della redazione di Washington dell’ Inter Press Service, un’ agenzia di stampa internazionale. Lobe ha coperto la politica per oltre 30 anni e ha visto aumentare il cattivo giornalismo: ‘’nessun dubbio che le cose siano cambiate in peggio’’, osserva.

“I giornalisti, indiscutibilmente, sono ormai parte delle elite di Washington, molto di più rispetto a 30 anni fa – racconta -. Ora si mescolano con grande naturalezza alle persone di cui devono riferire, non solo sul lavoro ma anche sul piano sociale”.

Invece di avere un atteggiamento di critica e di distanza da chi ha potere, i giornalisti sono amici (a volte con relativi benefici) dei potenti. Questo è sempre avvenuto in qualche misura, ma ora non c’ è nemmeno più il tentativo di farsi passare per un outsider. “Oggettività” ora significa solo fare qualche citazione da qualche “fonte ” o “funzionario anonimo” con cui il giornalista ha rapporti, lasciando al lettore il compito di capire che cos’ è che non va.

 

 

La ‘’mitezza’’ della stampa e il mercato del lavoro

 

Lars Willnat, professore di giornalismo all’ Indiana University e coautore della ricerca, spiega di sospettare che questa ‘’mitezza’’ abbia a che fare molto concretamente con la situazione attuale del mercato del lavoro.  “I giornalisti potrebbero temere di perdere il posto se si mostrano troppo aggressivi nel loro lavoro e ci sono sempre meno opportunità per un giornalista licenziato nel farsi assumere altrove’’. “Guardando i dati, sembra che il giornalismo negli ultimi dieci anni abbia una funzione di addomesticamento, sia stato una sorta di domatore – ha aggiunto Willnat in una mail a Davis – focalizzandosi sull’ analisi di problemi complessi piuttosto che continuare a servire come cane da guardia “.
Invece di denunciare la corruzione, siti di data-driven journalism come Vox – spiega Davis – producono un giornalismo che analizza argomenti complessi, rispondendo a domande importanti come “Cosa rappresenta la marijuana’’? Sgobbare su cose come quella accettando la visione del mondo che fornisce il potere è un’ impresa redditizia. La “competenza” è un bene prezioso.

“Un cambiamento notevole è stato quello che ha investito recentemente i think tank’’, ha detto Lobe. “Se c’ è un grande incontro su qualcosa con grandi nomi, deve esserci per forza a  moderare la discussione un noto giornalista… I giornalisti sono diventati famosi e gli  ‘esperti’ ci tengono ad essere associati a loro. E più  sono intelligenti e ben informati i giornalisti invitati, e più, quando fanno da moderatori, pongono domande e agiscono con deferenza nei confronti degli esperti e dei funzionari, e quindi sono sempre di più gli altri giornalisti che aspirano a diventare più importanti e di successo come moderatori”.

 

Non vi è nessuna sensazione negativa nell’ essere percepiti come vicini a chi è al potere – se uno ha un atteggiamento amichevole può anche diventare il loro portavoce -, ma essere considerati un piantagrane comporta che nessuno ti pagherà per moderare i loro dibattiti e si rischia di perdere la linfa vitale di un giornalista pigro: l’ accesso a quel mondo.

 

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Un club di vecchi, bianchi e istruiti, per cui il sistema funziona bene

L’ arrivismo però – osserva Davis – può spiegare questo meccanismo solo in parte: i giornalisti Usa, come rileva il Rapporto,  sono anche più vecchi, più bianchi e più istruiti di quanto erano dieci anni fa. Si tratta, in sostanza, di persone per le quali il sistema funziona bene e porta deii vantaggi, almeno rispetto a quelli più giovani, di pelle scura e con meno istruzione. Il 92% degli intervistati dai ricercatori della Indiana University erano laureati (mentre i laureati 40 anni fa erano meno di sei su dieci)  e il 91,5% erano bianchi. E mentre crescono le donne, il giornalismo Usa è ancora un club di vecchi: l’ età media del campione è di 47 anni, mentre nel 1982 era di 32 anni, 15 anni in meno.

 

Una stessa classe sociale

 

Insomma – dice Davis – questo campione appartiene  in sostanza alla stessa classe – e ha gli stessi pregiudizi – dei responsabili delle politiche e delle attività economiche di cui essi scrivono. Condividono la stessa educazione e gli stessi studi universitari cosa che li induce a credere che chi ha avuto successo nella politica e negli affari – proprio come loro – siano fondamentalmente delle buone persone e stiano solo cercando di fare del loro meglio. A volte questo pregiudizio è implicito; altre volte è più evidente.

Chi pensa che il giornalismo dovrebbe rendere pubbliche le informazioni che il potere desidera tenere nascoste alla vista dei cittadini  è terribilmente ingenuo:  gli uomini ‘’responsabili’’ del potere politico definiscono ‘’ideologia’’ quella di chi non ritiene che il sistema sia sostanzialmente un bene. Pubblicare o anche solo parlare di documenti frutto di ‘’leaks’’ è immorale, e i responsabili delle fughe di documenti riservati sono responsabili di crimini di guerra e devono essere trattati come se avessero fatto trapelare i codici di qualche lancio nucleare.

A questo punto – dice Davis – la buona notizia è che la maggior parte di questi giornalisti odiano la loro vita. Meno di un quarto degli intervistati dicono di essere “molto soddisfatti” del proprio lavoro, rispetto al 49% del 1971. I quotidiani stanno morendo, le redazioni si stanno ridimensionando  e le testate rimaste in piedi sono nelle mani di poche persone ricche: il che significa che se  perdi il lavoro per aver fatto del giornalismo impegnato, non ci sono molte testate concorrenti a cui è possibile rivolgersi.

 

Quelli che rimangono sono un branco di convenzionali, vecchi uomini bianchi, le cui file vengono alimentate da chi può permettersi di essere stagisti non pagati per mesi o addirittura anni, al termine dei quali avranno imparato ad accettare i parametri ristretti entro i quali opera la loro professione, consapevoli che la loro libertà di scegliere un argomento è inversamente proporzionale al loro desiderio di avere una lunga carriera.

 

Insomma, una stampa libera e impegnata nell’ esporre la verità non può essere di proprietà di coloro che trarrebbero profitto dalla sua soppressione. Ma, in assenza di ulteriori cambiamenti strutturali, ci sarebbero dei modi per migliorare le cose: le testate mainstream dovrebbero diversificarsi, sia in termini di razza che di classe, per beneficiare dell’ apporto di giornalisti con diverse prospettive ed esperienze di vita -, facendo diminuire le probabilità che  le storie più interessanti si disperdano attraverso i filtri.

Tutto questo non significa vagheggiare una “età dell’oro” del giornalismo: negli anni Settanta le redazioni erano ancora più bianche di oggi, e 100 anni prima che i media aiutassero a ‘’vendere’’ la guerra in Iraq, le più famose firme del giornalismo americano avevano favorito la ‘’vendita’’ della guerra con la Spagna.

 

Ma, non c’ è dubbio – conclude Davis -, i giornalisti e le testate disposti a rischiare grosso per storie importanti sono meno di quanto non fossero solo un paio di decenni fa. E’ sempre accaduto ricevere una telefonata da qualche senatore o dirigente aziendale che cercava di ‘’uccidere’’ una notizia scomoda; ora, i giornalisti ‘’responsabili’’ sanno come uccidere se stessi .

 

*Charles Davis vive e lavora a Los Angeles. I suoi articoli sono stati pubblicati da Al Jazeera, Inter Press Service,  New Inquiry e Salon.

 

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