Giornalismo online: l’ informazione voodoo e il turbine del vuoto

| 22 aprile 2014 | Tag:, ,

voodooCircolazione ‘’circolare’’ (Bourdieu) delle notizie  e cannibalismo: i media si nutrono prima di tutto di altri media, il giornalismo zombie partecipa a un rituale cannibalico, dove tutti si nutrono di tutti. La sostanza dell’ informazione non è quindi più nella verifica e nella ricostruzione dei fatti ma nella sola ripetizione o ripresa dell’ informazione stessa – Su Acrimed, il sito francese di critica dei media, Hassina Mechaï, giornalista ed esperta di diritto e relazioni internazionali, pubblica un piccolo ma duro pamphlet contro il modo con cui molti siti praticano il giornalismo online. ‘’Come lo stregone voodoo pretende, a colpi di incantesimi magici, di controllare la realtà biologica, come l’ economia voodoo pretende, a colpi di incantesimi economici, di modellare la realtà sociale, così l’ informazione voodoo crede, a colpi di incantesimi mediatici, di poter modellare tutta la realtà’’.

 

Pubblichiamo, col consenso dell’ autrice, la traduzione integrale del suo saggio.

 


 
 

MechaiL’ information vaudou. Information en continu,  journalisme introuvable

 

di Hassina Mechai

(Acrimed)

 

 

Qui, dei computer multischermo ben allineati. Niente libri, niente giornali, tranne gli inevitabili Financial Times o Wall Street Journal, breviari del capitalismo più sfoggiati che letti. Sugli schermi si riversano le cifre ben ordinate della speculazione, ordini di acquisto o di vendita di prodotti di cui non si sa nient’ altro se non il loro valore al momento degli scambi. La circolazione come unico valore aggiunto, niente che venga prodotto concretamente, la finanza falsamente razionale per una economia diventata folle. Trader nei punti nodali del pianeta finanza immateriale, l’ economia virtuale a portata di clic.

 

Lì, dei computer multischermo ben allineati. Pochi libri, pochi giornali, o almeno solo quelli che contano fra quelli che ‘’fanno (o disfano) opinione’’. E, da una parte, un apparecchio televisivo sempre acceso su qualche rete di informazione a ciclo continuo. Sugli schermi si riversano le informazioni pre-formattate sugli avvenimenti del giorno: dispacci pronti per essere sottoposti ad assemblaggio o a rimpasti vari, ma anche siti di informazione di attualità in tempo reale, e ancora tweet e reti sociali. La messa o rimessa in circolazione di ‘’informazioni’’ prodotte da altri: unico valore aggiunto, la loro messa a disposizione, a portata di clic.

 

Giornalisti zombie

Il mestiere di giornalista, nell’ era di internet, vede le sue regole di base franare lentamente: l’ informazione non deve essere più cercata, verificata, ritagliata. Deve solo essere ripresa e integrata su delle interfacce. Il sistema di produzione dell’ informazione con la diffusione di dispacci sotto vuoto somiglia sempre di più a un fastfood in cui non si chiede di cucinare ma di assemblare il più rapidamente possibile gli ingredienti, in millefoglie indigesti.

 

Il problema con alcuni siti di informazione non è tanto che i giornalisti siano inginocchiati davanti ai poteri, ma che sono completamente seduti, fisicamente seduti, costantemente seduti. Si assiste così alla nascita di un nuovo mestiere, più da tecnico dell’ informazione che da giornalista. Perché i siti di informazione si contentano nella maggioranza dei casi di pubblicare una notizia, mettendo titolo e foto il più sparati possibile. E se questo non basta a riempire lo spazio, si potranno sempre aggiungere un po’ di reazioni su twitter, le tendenze delle reti sociali, come se la reazione a una informazione fosse di per sé una notizia, in una infinita ‘’mise en abyme’’. Per questi giornalisti 2.0 si tratta solo di integrare i link ficcati qua e là in modo che il tutto dia l’ illusione di essere frutto di un autentico lavoro giornalistico.

 

La France Presse, per esempio, ha già creato un servizio specifico che propone ai suoi clienti servizi rimpastati a seconda della loro linea editoriale, tenendo conto quindi dei loro desideri su titoli, foto e link. Una illusione di giornalismo che il tecnico dell’ informazione del sito in questione si contenterà, senza fare nient’ altro, di inserire nell’ interfaccia. Solo un link da copiare.

 

Il turbine del vuoto

Nell’ era di internet, la diffusione dell’ informazione, che Bourdieu definiva ‘’circolare’’, in quanto i media si nutrono prima di tutto di altri media, si è follemente accelerata. E si traduce in un mimetismo quasi universale dei siti di informazione online che riproducono notizie identiche e interscambiabili. Niente deve andare oltre e niente può essere superato. Nessuna volontà umana di uniformazione, ma solo la logica di un sistema che vuole che tutti si abbeverino alla stessa fonte.

 

In più, alcune redazioni web  adottano dei programmi per scoprire le tendenze, in modo da comparire il più possibile in quel nuovo tempio sacro del giornalismo che è diventato Google News. Basta dare (o tentare di dare) semplicemente al lettore quello che lui desidera leggere affidando a degli algoritmi il compito di scoprire e creare la relativa linea editoriale.

 

E oltre alla linea editoriale, il giornalista si vede anche disputare da questi algoritmi la scrittura di alcuni articoli, secondo l’ ultima tendenza che arriva dalla stampa anglosassone. Così, il Los Angeles Times  usa già delle formule matematiche per coprire la cronaca. Secondo il sito di le Monde  Big Browser (18 marzo 2014):

 

‘’Succede anche che il quotidiano americano utilizzi degli algortmi per coprire la cronaca. I giornalisti ricevono ogni giorno un file con tutti gli arresti fatti dalla polizia di LA. Un algoritmo identifica le professioni delle persone arrestate – ci sono degli uomini politici? Delle celebrità? -, e può verificare anche chi ha compiuto l’ infrazione maggiore sulla base dell’ ammontare della cauzione e, quindi, decidere secondo delle regole stabilite da un programmatore di farne un articolo o meno. Le prime righe del pezzo vengono quindi redatte da un robot. E poi tocca a un giornalista arricchirle’’.

 

La folle circolazione circolare dell’ informazione spinge poi ai margini dell’ attualità tutte le informazioni che non risalgono alla superficie della tela, condannandole di fatti all’ inesistenza mediatica, che significa inesistenza pubblica e politica. Da cui quell’ impressione di leggere costantemente le stesse cose su tutti i siti di attualità su cui si capita. Il giornalismo zombie parteciperà allora a un rituale cannibalico, dove tutti si nutrono di tutti, cosa che sfocia in una vasta ma vuota attualità cooptativa. La verità dell’ informazione non è quindi più nella verifica e nella ricostruzione dei fatti ma nella sola ripetizione o ripresa dell’ informazione (1). Spesso il primo gesto dei giornalisti online non è verificare una informazione ma assicurarsi se il concorrente diretto o la testata dominante ne abbiano già parlato. La semplice deontologia non esiste più, ogni media potendo rifarsela con l’ altro, in caso di errore, sostenendo che ‘’in tutti i casi la notizia era dovunque’’.

 

Voodoo2Realtà mediatica e presente perpetuo

Prima dell’ informazione voodoo, c’ era stato il concetto di economia voodoo, quella economia folle che pretende di modellare la realtà degli scambi umani. Con l’ economia voodoo, il mondo non viene ridotto ad altro che al finanziario, la finanza essendo l’ economia conquistata dal virtuale e dalla speculazione. Secondo le parole di Viviane Forrester nel suo saggio sull’ orrore economico, l’ economia voodoo produce una civiltà che nega il mondo reale e ‘’il famoso mondo come realmente è’’; è un artefatto totale che impone il suo potere derealizzante: ‘’Venuto fuori da una ideologia, l’ impero speculativo domina, e destituisce ‘economia’’.

 

Se l’ economia è diventata speculativa sotto il giogo della finanza, l’ informazione a sua volta è diventata incantatoria, traendo la sua realtà dalla ripetizione senza fine permessa dalla rete. Ma economia e informazione hanno in comune di essere virtuali e di imporre alla realtà il loro potere, in maniera da pretendere entrambi di modellarla. Di fatto, sono create entrambe dalle parole magiche, l’ ‘’abra ka dabra’’ ebraico (‘’creo con le parole’’), un’ altra realtà. Avviene attraverso le parole, attraverso il verbo ripetuto, insistente, totalitario, di trasgredire, di cambiare, di influire sulle leggi della realtà, e quindi della verità. Con la magia del dispositivo mediatico vengono in vita dei fatti che non corrispondono affatto o del tutto alla realtà. Proprio come lo stregone voodoo pretende, a colpi di incantesimi magici, di controllare la realtà biologica, come l’ economia voodoo pretende, a colpi di incantesimi economici, di modellare la realtà sociale, l’ informazione voodoo crede, a colpi di incantesimi mediatici, di poter modellare in generale tutta la realtà (2).

 

Perché in fin dei conti i media conferiscono a ogni avvenimento – per il solo fatto di trattarlo – la qualità dell’ informazione. I fatti che esistono in quanto tali, al di fuori della coscienza della gente dei media, non possono contare se non attraverso la loro messa al mondo mediatica, se non diventando ‘’avvenimenti’’ mediatici. Ecco l’ inversione secondo cui la realtà prende sostanza dalla realtà mediatica, cioè quello che percepiscono i grandi media: l’ attualità nasce dalla realtà o la realtà nasce dall’ attualità che viene servita dai media?

 

Ecco forse perché coloro che interrogano la verità di questa realtà mediatica rischiano subito di essere tacciati di ‘’complottismo’’: al di fuori del punto di vista mediatico, che pretende di consumare il reale, nessuna verità. E come si è potuto parlare di ‘’economia reale’’ in opposizione alla finanza o all’ economia speculativa, si potrà un giorno parlare di  ‘’realtà reale’’ in rapporto alla ‘’realtà mediatica’’?

 

Il dispositivo mediatico impone ugualmente un appiattimento dei fatti, che valgono solo in una informazione mediatica che nega qualsiasi profondità storica e qualsiasi temporalità che va oltre quella dello ‘’scoop’’ e dell’ attualità immediata. Se tutto vale allo stesso modo, in questo modo, niente ha più importanza. Visto che un’ oca che mima una conversazione telefonica riesce a cancellare facilmente la crisi in Siria o la lotta di migliaia di salariati contro un piano di licenziamenti.

 

Questa realtà mediatica basa la sua forza sulla quasi-immediatezza imposta dall’ informazione a flusso continuo, che cancella ogni frontiera, ogni sussulto di riflessione, ogni rimessa in causa, ogni storicità. Il dopo non esiste, il prima non c’ è più, conta solo il presente immediato come viene percepito dall’ occhio mediatico, che segmenta il tempo in sequenze autonome, senza memoria e senza legami. Perché se lo ieri non è mai esistito, questo sistema mediatico non ha responsabilità e ha sempre ragione, in questo presente perpetuo. E se il domani non esiste, tutto è permesso…

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Note

 [1] Il precedente più noto è la famosa vicenda della falsa strage di Timisoara. Un giornalista francese inviato a Bucarest che obbiettava al suo redattore capo che non aveva visto niente del genere in Romania, si vide rispondere di cercare meglio, perché tutti i media francesi ne avevano parlato.

[2] Gli esempi abbondano e quello più drammatico può essere stata la seconda guerra in Irak, a colpi di armi di distruzione di massa introvabili e di presunte implicazioni di Saddam Hussein negli attentati dell’ 11 settembre. Undici anni dopo il bilancio di una irresponsabilità mediatica collettiva è questo: da 700 000 a 1.500.000 morti, un esodo di 2 milioni di irakeni e un paese in preda a tensioni religiose ed etniche.

 

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