Dubbi e speranze per il futuro digitale dei giornali europei

| 18 giugno 2014 | Tag:, , , , , , , , ,

Giornali EU

Quotidiani cartacei in crisi sparata e forti tagli redazionali, bilanci in rosso e promesse digitali ancora incompiute. Questo il preoccupante quadro odierno del giornalismo mainstream che accomuna Usa (–10,3% di copie vendute) ed Europa (–23%). Diversamente, va notato, da Asia, MO/Africa, America Latina, con, rispettivamente, +6,7%, +7,5%, +6,3%.
 
Ovvero: è possibile superare l’impasse attuale grazie al digitale? E quali le possibili strategie vincenti nell’Europa odierna?

 

Il sito web del quotidiano londinese The Guardian propone un’ampia analisi della situazione in Spagna, Francia e Germania — soprattutto rispetto al passaggio online per attirare lettori e entrate di tipo nuovo. Eccone una sintesi a cura di Bernardo Parrella.

Nello scenario tedesco, meno colpito dalla crisi per il tardivo arrivo della pay TV, i molti abbonamenti e i prezzi alti, da oltre quattro anni il settimanale Spiegel Online non riesce comunque a superare la barriera delle 900.000 copie vendute e di recente ha ridotto drasticamente il proprio sito web in inglese. Intanto la transizione dalla carta al digitale ha colpito al cuore i maggiori quotidiani, come il Frankfurter Allgemeine Zeitung che annuncia «perdite annuali pari a diversi milioni di euro», mentre il centrista Die Welt ha ridotto la redazione dell’edizione cartacea ad appena 12 elementi, grafici e designer inclusi – oltre a optare per un paywall ‘aperto’ simile a quello del New York Times (20 articoli gratis al mese), come farà anche il Süddeutsche Zeitung, mentre il Bild preferisce i contenuti ‘premium’.

Una sorta di esperimento senza troppe pressioni, quello del Die Welt perché ha la fortuna di essere nella scuderia di Axel Springer, maggior gruppo europeo che include anche il Bild, tutt’ora numero uno in Europa nel cartaceo e primo sito tedesco per accessi. Gli altri stanno invece tagliando i costi ovunque e come possibile: «tutte le grandi testate provano a centralizzare e ridimensionare i team editoriali per far fronte contemporaneamente ai vari canali di pubblicazione», spiega Roland Pimpl, corrispondente della rivista Horizont.

Da segnalare infine la raccolta-fondi per il lancio di Krautreporter, testata indipendente senza pubblicità e basata solo sui contributi dei lettori, analogamente a The Dish di Andrew Sullivan e all’olandese De Correspondent: cinque euro al mese l’abbonamento minimo in cambio di alcune opzioni esclusive, mentre gran parte del sito sarà gratuito. Progetto tirato da Stefan Niggemeier, ex redattore dello Spiegel, il quale spiega: «Non so se il modello senza inserzioni potrà funzionare, ma so che questo è il momento giusto per provarci».

Intanto i maggiori quotidiani francesi sono in piena crisi: il gruppo Nice-Matin è sull’orlo della bancarotta, Libération necessita di almeno 14 milioni di euro e Le Monde deve vedersela con la redazione in subbuglio. Secondo gli addetti ciò è dovuto in primis alla loro scarsa preparazione per la transizione al digitale. Oltre al corporativismo di vecchia data, l’ostacolo maggiore sono i sussidi statali (408 milioni di euro in riduzioni fiscali e tariffarie per il 2014) che «danno la falsa sensazione di sicurezza e impediscono alla stampa di auto-riformarsi», puntualizza Henri Pigeat, ex direttore della Agence France-Presse.

Per fortuna non mancano le eccezioni, come L’Opinion, quotidiano di nicchia con sito sotto paywall: lanciato un anno fa è sulla strada per arrivare al pareggio di bilancio entro il 2016. Oltre al relativo successo di testate native digitali con un discreto seguito, pur se ad accesso gratuito, quali Médiapart, Rue89, Atlantico e Slate. Mentre altri giornali minori non vedono la necessità di spingere più di tanto il passaggio all’online né la ricerca di nuovi inserzionisti. È il caso del Télégramme de Brest, con un venduto di circa 900.000 copie e 200.000 abbonati all’edizione cartacea (per il 75% consegnata a mano ogni giorno) con accesso gratuito al sito, altrimenti sotto paywall. E il Dauphiné Libéré (che copre nove regioni nel sud-est del Paese) ha diversificato i contenuti e propone svariati supplementi cartacei in partnership con imprese locali.

Infine, in picchiata le vendite anche in Spagna, pur se il mercato qui è stato sempre al di sotto delle medie europee. El País è sceso dalle 400.000 copie giornaliere del 2007 alle 267.000 dell’aprile scorso, con un calo delle inserzioni pari al 60%. Inversamente proporzionali i tagli nelle redazioni: 134 su 160 per El Público, 288 su 456 per ABC, 129 a El País e 400 sui 1.464 impiegati delle tre testate del gruppo El Mundo.

Nel novembre scorso, proprio quest’ultimo è stato il primo giornale mainstream a implementare un modello di paywall online simile a quello del New York Times – sembra con un certo successo, vantando 29.000 abbonati paganti alla sezione Orbyt. Mentre El País sta studiando un analogo passo, testate solo digitali puntano al giornalismo di qualità. Tra questi svetta El Confidencial: lanciato nel 2001, ha un uno staff di circa 100 impiegati e il bilancio 2013 presenta un attivo di un milione di euro (pur se come numero di visitatori unici online è terzo dopo i due giornali di cui sopra).

Anche El Público (di tendenze progressiste) ha deciso di operare solo sul web, soprattutto per smaltire i debiti accumulati con il cartaceo, e oggi conta circa 1,8 milioni di visite mensili, cifra ragguardevole per il bacino spagnolo. Il punto è però che, anche per i giovani e i netizen più scafati, spesso i media digitali rivestono tutt’ora meno credibilità (e quindi meno visite) delle testate tradizionali. Spiega Ismael Nafría, responsabile dell’innovazione digitale a La Vanguardia: «La gente segue già le news in giro, e non è disposta a pagare se non per contenuti di un certo valore. L’unica cosa che vende è la qualità».

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