Dall’aggregazione etica al lettore etico

| 27 maggio 2014 | Tag:,

cjrNell’oceano di news e storie che i media digitali ci propongono ogni minuto non c’ è via di scampo se non scremare il meglio. Senza però cadere nella trappola degli algoritmi social e delle news pseudo-personalizate. Meglio: oggi che siamo un po’ tutti aggregatori di news, come farlo in maniera etica? O comunque in modo che ne rispetti il contesto giornalistico e arricchisca la conversazione pubblica? Se lo chiede Ann Friedman sul sito della Columbia Journalism Review, offrendo anche utili suggerimenti.

 

 
A sostenere la pratica diffusa di raccogliere al volo pezzi o link interessanti, da leggere con calma in un presunto momento di calma o da rilanciare nei nostri contatti, non mancano certo le app del tipo “lo leggo dopo” . «Apprezzo la convenienza di salvarli senza inserzioni ma mi sento anche un po’ in colpa perché la mia soluzione all’ information overload è svantaggiosa per chi pubblica il pezzo», chiarisce  Friedman.

 

Ovvio che non si tratta di compensare in qualche modo la testata o il sito da cui si riprendono degli stralci o a cui si linka, come suggerivano alcune polemiche recenti e come «vorrebbe qualche deputato spagnolo con una proposta di legge mirata regolamentare agli aggregatori online» – riferendosi ai grossi nomi quali Google News e simili, con i relativi guadagni in termini di click e inserzioni personalizzate di cui sopra.

 

Piuttosto, rimanendo al livello di semplici aggregatori-utenti, e dei nostri rilanci in buona fede, appaiono sensati questi consigli etici:

 

1. Identificare con chiarezza la fonte originale, indicando sia la testata/sito che l’ autore del pezzo.

2. Includere il link diretto alla fonte originale, non prima al proprio blog o altre fonti esterne dove c’ è un estratto del pezzo in questione.

3. Riprendere al massimo un paragrafo, senza fare il copia-e-incolla dei migliori otto paragrafi o di metà del pezzo, quella non è più aggregazione ma ripubblicazione.

 

Se queste sono accortezze semplici (ma sempre meno rispettate, purtroppo) per «responsabilizzare chi fa l’ aggregazione, come la mettiamo con l’ altra faccia di questa equazione, cioè il lettore etico?», si chiede la giornalista.

 

La conclusione, anch’ essa non troppo popolare di questi tempi, è che andrebbe versato l’ obolo a quei siti che frequentiamo maggiormente. «Come per il cibo che compriamo e consumiamo ogni giorno, dovremmo prestare attenzione alla nostra dieta mediatica e chiederci quand’ è l’ultima volta che abbiamo ricompesanto coloro che creano e producono i contenuti che consumiamo online».

 

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