Un ”hyperloop” per il giornalismo

| 17 agosto 2013 | Tag:, , , , , , ,

Hyperloop

Le notizie non hanno mai fatto fare soldi e probabilmente sarà sempre così. Un tempo negli Stati Uniti c’ erano i partiti politici, poi sono arrivati gli inserzionisti. Ora le Fondazioni e i filantropi.

 

Ma – dice Jack Shafer, giornalista e analista dei media, in un delizioso excursus sul rapporto fra giornali e potere – il mercato non creerà abbastanza miliardari alla Jeff Bezos, disposti a salvare dall’ annegamento giornali come il Washington Post.

 

E allora non resta che sperare che una ventata di tecnologia riesca a soffiare un fresco miracolo sull’ industria delle notizie. Insomma, un Hyperloop per il giornalismo!

 

 

Hyperloop2News never made money, and is unlikely to

di Jack Shafer

(Blogs.reuters.com/jackshafer)

 

 

Verso la metà degli anni 1990 il Web ha cominciato a strappare al pacchetto-quotidiano i suoi elementi più redditizi, quelle sezioni in cui le inserzioni pubblicitarie potevano essere più facilmente vendute. Cronache sportive, notizie economiche e finanziarie, intrattenimento e cultura, gossip, shopping e viaggi hanno ancora grande spazio sui quotidiani, ma il pubblico si sposta costantemente verso il web per questo genere di notizie. Le emittenti radiotelevisive avevano intaccato l’ egemonia dei quotidiani già decenni fa, scippando le ultime notizie e le previsioni del tempo e inventando nuovi idoli del pubblico, come i conduttori delle rubriche sul traffico.

 

Ma è stato il Web a completare la disintegrazione del quotidiano, che aveva dominato il mercato delle notizie per più di un secolo. Oltre a fregargli la copertura delle vicende con le maggiori ricadute commerciali, il web li ha fatti fuori anche con l’ istituzione più redditizia, il mercato dei piccoli annunci,  sminuendo il loro status di luogo privilegiato sia per i contenuti che per la pubblicità.

 

Questo non vuol dire che i giornali abbiano abbandonato i settori di informazione più commerciali. I quotidiani hanno mantenuto la loro presenza nei campi sport-tempo-affari-divertimento-cultura per attrarre lettori che attraggono inserzionisti. Ma nonostante questo, la diffusione è calata e i ricavi pubblicitari  sono scesi al di sotto dei livelli del 1950 in dollari reali. Le sezioni del giornale non ancora saccheggiate dal Web – attualità internazionale, nazionale, statale, locale, e la copertura politica – hanno (per parafrasare Frank Zappa) da poco a nessun potenziale commerciale. E ora che il giornale si frammenta diventa sempre più difficile per gli editori sostenere le notizie non commerciali.

 

Soggetti come Politico (un figlio del Web) o il Bureau of National Affairs (una entità pre-web, ora di proprietà di Bloomberg), che sono stati progettati per commercializzare notizie sulla politica, il governo federale, le campagne legislative e di lobbying, hanno avuto successo rivolgendosi a una élite di Washington, un pubblico che cerca questo tipo di notizie. Ma questi successi non cancellano il fatto che le notizie di Washington sono una perdita per la maggior parte dei giornali mainstream. Lo stesso vale in gran parte per l’ informazione internazionale e nazionale. Nessun pubblico di massa è disposto a pagare direttamente per tali notizie, tranne quello già catturato dal New York Times (carta e digitale, 1.865.318 copie). Anche al Times  gli abbonati ora producono più entrate della pubblicità, segnalando che essi apprezzano la sua missione più di quanto faccia Madison Avenue (a Manhattan, cuore dell’ industria pubblicitaria americana).

 

Questa digressione sarebbe incompleta se non citassimo il Wall Street Journal, l’ Associated Press, e la mia squadra di casa,  Reuters,  in questo lavoro su notizie che non possono essere monetizzate direttamente. Una parvenza del tradizionale pacchetto-informazione sopravvive in queste testate per motivi di eredità e perché il Web non ha usurpato le loro posizioni nel campo giornalistico. Potrebbe però venire un giorno in cui il calo dei ricavi costringeranno anch’ esse a ridefinire la loro missione editoriale. Un giorno potrebbe chiudere USA Today, un frequente fornitore di notizie non commerciali, e più prima che dopo.

 

Hyperloop4Ma le notizie più complesse sono mai state commerciali? Il libro  di Gerald J. Baldasty, The Commercialization of News in the Nineteenth Century, spiega in maniera cristallina come l’ informazione giornalistica ‘’hard’’ non sia quasi mai stata una impresa commerciale di massa. I giornali americani degli anni 1820 e dell’inizio del 1830 erano creature dei partiti politici, pubblicati da zeloti. Essenzialmente fogli di propaganda, questi giornali erano “concepiti per vincere le elezioni”, come Baldasty scrisse ben prima (era il 1992) dell’ invasione web. Senza giornali, disse una volta Martin Van Buren, un importante organizzatore politico, “potremmo appendere le nostre cetre ai salici”.

 

I partiti politici sostenevano i giornali finanziariamente, e se i direttori deviavano dalla linea dei partiti veleggiando verso l’ indipendenza, questi ultimi li scaricavano. Per esempio, i sostenitori di Andrew Jackson favorirono la nascita del Washington Globe dopo che il direttore dell’ US Telegraph, un fedelissimo di Jackson, fu accusato di aver tradito la loro causa. I titolari di cariche politiche manovravano attraverso contratti di stampa e pagamenti. In quegli anni, i membri del Congresso usavano il loro privilegio di spedire i giornali a costo zero tramite il sistema postale e distribuivano posti di lavoro clientelari, spesso la direzione di uffici postali, ai loro direttori di giornale preferiti. “Molti abbonati praticamente non pagavano niente per il loro giornale”,  nota Baldasty. “Nel 1832, un direttore della Carolina del Nord stima che solo il 10 per cento dei suoi 600 abbonati aveva pagato per avere il giornale”.

 

I cambiamenti tecnologici – macchinari di stampa più veloci ed economici; e, cosa più importante, il telegrafo, l’ internet di quei tempi – strozzò il potere di monopolio dei giornali di Washington sulle notizie di carattere federale. Alla fine degli anni Quaranta dell’ 800, il resto del paese non doveva più aspettare giorni o settimane per avere le notizie di carattere federale, statale, o l’ informazione internazionale. Le notizie ora arrivavano tempestivamente lungo i fili del telegrafo e potevano essere stampate in tempo reale rispetto agli eventi. Tutto ciò ha consentito ai giornali di dichiarare la propria indipendenza dai partiti, e ad arruolare, come hanno fatto molti, un nuovo mecenate, l’ inserzionista, che “preferiva notizie prive di sgradevolezza”, come racconta la bella costruzione di Baldasty.

 

I nuovi direttori ammorbidiscono volutamente l’ informazione per renderla commerciale, spesso censurandola per conto degli inserzionisti. “Nel periodo prebellico la metà del contenuto dei giornali metropolitani aveva a che fare con la politica, mentre i giornali del dopoguerra (civile, ndr) dedicavano proporzionalmente molto meno attenzione alla politica e molto più interesse al crimine e ai processi, agli incidenti, alla società, alle donne e alle attività del tempo libero”. (Le donne erano ritenute più sensibili al richiamo pubblicitario).  Pezzi gonfiati (pro-inserzionisti) e  “reading notices’’ (gli avvisi dei contenuti sponsorizzati del giorno), proliferarono. Per tutto il 20 ° secolo, i giornali hanno ottenuto il sopravvento nella lotta, e in testate come il Los Angeles Times di Chandler, il Washington Post di Graham, il New York Times di Ochs-Sulzberger, o le catene  come Knight-Ridder, e altrove, gli editori hanno pubblicato e promosso il giornalismo serio nei loro grassi pacchetti-informazione.

 

La maggior parte degli editori e dei direttori di oggi non sono così solleciti con i pubblicitari come quelli della fine del 19 ° secolo, ma dubito che una eventuale ricaduta avrebbe aiutato i conti dei giornali. E dubito anche che una loro forte sterzata verso la copertura di settori più commerciali possa essere il trucco. I lettori e gli inserzionisti hanno già compiuto il loro volo migratorio a senso unico. L’ unico posto dove questo non è vero è in alcuni piccoli giornali locali – quelli che Warren Buffett ama comprare – dove il pacchetto-giornale prevale ancora.

 

Ovviamente, il giornalismo serio viene ancora fatto in molte strutture redazionali tradizionali, ma va detto che i creatori più entusiasti di informazione giornalistica non commerciale piovono da recinti non-profit, come ProPublica, Texas Tribune, il Center for Investigative Reporting, il Center for Public Integrity, il Fiscal Times, l’ Investigative Reporting Workshop, Frontline, il Wisconsin Center for Investigative Reporting, lo Schuster Center for Investigative Reporting, Stateline.org, Voice of San Diego, MinnPost.com, NPR (che sta ancora festeggiando con la donazione  da 235 milioni di dollari del Joan “McDonald” Kroc), e varie altre organizzazioni, riviste non-profit ed emittenti non-profit. (Sscusandomi con chi ho lasciato fuori). Nel frattempo, Fondazioni come la Alicia Patterson Fellowship, il Fondo per il giornalismo investigativo, ala multimediale della Open Society Foundation, il Nation Institute, il Pulitzer Center,  l’ Harvard Fellowships, la John Simon Guggenheim Memorial Foundation ed altri hanno sostenuto giornalisti seri.

 

Se i filantropi prendono nella camera della storia il posto che una volta era dei politici, dovremmo essere contenti. Ma non lo siamo troppo, perché non ci saranno mai abbastanza filantropi per ripristinare lo status quo ante. Il mercato non creerà abbastanza miliardari come Jeff Bezos che sono disposti a salvare dall’ annegamento giornali come il Washington Post. Quelli che coltivano pii desideri – ed io sono uno di questi – possono sperare che giganti dei media come Bloomberg e ESPN, ora la più preziosa azienda giornalistica negli Stati Uniti, si convincano ad aggiungere l’ informazione non commerciale ai loro ‘’pacchetti’’. (Forse ABC News, che è di proprietà di uno dei co-proprietari di ESPN, potrebbe essere riposizionato come il volto non commerciale di ESPN.)

 

Se l’ appello ai filantropi non dovesse funzionare, possiamo turarci il naso e chiedere ai partiti politici di rientrare nel business del giornalismo? In misura limitata, lo stanno già facendo, con la costituzione di Fox News Channel e la riconversione di MSNBC. Quanto a me, spero che una ventata di tecnologia riesca a soffiare un fresco miracolo sull’ industria delle notizie. Un Hyperloop per il giornalismo!

 

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