Un fantasma in redazione

| 2 luglio 2013 | Tag:, , , , , ,

518FKkN++gL._AA258_PIkin4,BottomRight,-36,22_AA280_SH20_OU29_Intervista dossier a Carlo Felice Dalla Pasqua autore dell’e-book “Il giornalista fantasma” edizioni 40K UNOFFICIAL in occasione dell’incontro-presentazione a Firenze il prossimo 3 luglio al caffe letterario delle Murate a Firenze alle 18,30.

 

La rassegna –   Giornalisti Digitali e Dintorni -, è stata voluta dal Comune di Firenze nell’ambito degli eventi dell’ Estate Fiorentina e organizzata dall’Ast, Lsdi, e di.gi.ti.

 

 

Carlo Felice Dalla Pasqua è un giornalista  che lavora sul web, da alcuni anni è caposervizio della redazione internet del Gazzettino di Venezia.

<< Mentre invecchiava,  – come lui stesso scrive di se stesso – alla scrittura di notizie di cronaca nera, giudiziaria e politica ha affiancato lo studio delle nuove frontiere del giornalismo e dell’informazione, scrivendo una piccola parte delle sue riflessioni sul blog dallapasqua.it (le altre – sicuramente le più interessanti – si sono perse negli abissi dell’oblio) >>.

Di alcune di queste riflessioni ha fatto un e-book in cui cerca di capire che fine faranno  i giornalisti. Partiamo dalla fine grazie ad una definizione illuminante pubblicata sul web proprio stamani ed attribuibile con buone probabilità a Jeff Jarvis e che Carlo Felice condivide:

<< Allora che diavolo è il giornalismo?  Un servizio il cui fine, ancora una volta, è un pubblico informato. Il giornalista aiuta le comunità a organizzare le proprie conoscenze in modo che possano meglio organizzarsi >>.

Lsdi << Carlo Felice questa funzione di  servizio si realizza attraverso un metodo? >>

C.F. << La ricerca di una fonte d’informazione, la verifica con altre fonti attendibili e la diffusione della notizia >>

Lsdi <<  La cosiddetta rivoluzione digitale ha rimescolato le carte?>>

C.F. << Se i passaggi dalla carta stampata alla radio e dalla radio alla tv hanno comportato soltanto l’apprendimento di tecniche diverse, con il digitale è avvenuto un fenomeno diverso, perchè il digitale è una cultura, non solo un altro mezzo di comunicazione che si aggiunge a quelli precedenti >>.

Lsdi << E i giornalisti come hanno reagito? >>

C.F. << Alcuni molto bene, molti altri stanno però, purtroppo, sprecando il loro tempo, buttando via occasioni eccellenti, e intanto il tempo corre…inesorabile…Ne conosco di bravissimi – molto più bravi di tanti altri – che lavorano nella carta stampata e non hanno alcun desiderio di imparare presto ad applicare il principi del digitale. E’ uno spreco, perchè le loro qualità potrebbero essere molto utili a cui fa informazione nel mondo contemporaneo. Conosco anche giornalisti che casualmente lavorano in testate online ma che non hanno alcuna padronanza della grammatica digitale: lavorano su internet come nel mondo analogico. Ed è un altro spreco. Conosco persone che non sono giornalisti e non vogliono esserlo, ma nel loro settore verificano le informazioni molto più accuratamente di alcuni giornalisti >>.

Lsdi << La scomparsa di una categoria a beneficio di un’altra? >>

C.F. << Direi più l’avvento di una specie diversa rispetto a quella degli anni ’90 del secolo scorso. Se fino ad allora il giornalista era l’unica persona in grado di filtrare le informazioni e proporre al lettore quelle che riteneva più importanti e interessanti lungo una linea retta senza ritorno, ora questo accade sempre più raramente perchè sono sempre meno le persone che sono disposte ad accettare ciò che viene raccontato loro senza discutere e senza andare alla ricerca di altre verifiche. Il giornalismo di qualità è stato rovinato dall’informazione omologata, dalla cattiva scrittura, dal ricorso esagerato agli uffici stampa. E questo non ha nulla a che vedere con internet. Anzi, internet ha potuto fornire al giornalismo strumenti forti, come nel caso dell’elaborazione e della rappresentazione dei dati. Ai nostri figli stiamo per consegnare internet, una rivoluzione vera, ma ancora incompiuta >>.

Lsdi << Vogliamo provare a definire dunque  il giornalista di oggi ? >>

C.F. << Facciamo un esempio. Il caso Bin Laden. Athar, la persona divenuta improvvisamene famosa per aver twittato la cattura del capo di al-Qa’ida, in realtà non scrisse dell’operazione contro Bin Laden, scrisse di un evento inconsueto per Abbottabad : ci pensarono poi altre fonti e alcuni giornalisti a mettere in relazione le sue parole con informazioni provenienti dalla Casa Bianca sull’uccisione di Bin Laden. Athar non fornì alcuna informazione: fornì soltanto alcuni fatti, atomi di informazione; furono i giornalisti a scoprire i legami chimici e a riunire quegli atomi in molecole di informazione.

Il giornalista deve avere la capacità di trovare informazioni che alla maggior parte dei cittadini resterebbero altrimenti sconosciute e l’abilità di raccontare un evento mettendo in evidenza le sfaccettature più interessanti e importanti, senza limitarsi a una semplice giustapposizione cronologica di fatti che di per sè non dicono nulla. Una funzione che potrebbe apparire indispensabile ma che in realtà è già stata soppiantata dalle macchine (feed rss, flipboard), e siamo solo all’inizio dell’era digitale.

Un tempo – 15, 20 anni fa, non parlo di ere geologiche – c’era nelle redazioni che si vantava di non usare il computer, fra poco rischierà di essere (giustamente) ESPULSO DAL MERCATO DEL LAVORO chi non sa usare Storify o non sarà in grado di elaborare gli open data. Internet ha semplificato il processo per accedere alle informazioni, ma ha creato anche nuove complessità: un articolo o un video o una fotografia possono prendere decine di strade diverse, non sempre controllabili e tracciabili in modo facile: una redazione e un’azienda che abbiano a cuore il proprio prodotto devono tuttavia essere in grado di seguire il più possibile le traiettorie anche bizzarre delle notizie: la web reputation non è un valore soltanto morale, è sempre più un valore anche economico.
Il giornalista, se sa fare bene il suo lavoro, dovrebbe essere in grado di rendere la notizia più comprensibile per il lettore, sia usando una struttura narrativa che al “dilettante” non è familiare sia attraverso la cosiddetta “curation”. Colui che chiamiamo giornalista si trasforma così tanto, vivendo in quell’ecosistema e confrontandosi con coloro che non sono professionisti delle informazioni, che probabilmente non ha più senso usare quel nome, tanta è la differenza semantica rispetto a prima. La notizia non può più essere soltanto detta, deve essere mostrata: il “giornalista” più bravo è colui che la mostra meglio, non colui che la scrive meglio o la scrive per primo: NEL TEMPO DELL’INFORMATION OVERLOAD SI PERDE IL VALORE ASSOLUTO DELLA VELOCITA’ ( basta non arrivare dopo due giorni ) ed emerge più nitido quello della precisione.

Etica e oggettività sono due parole che non devono ricordare soltanto i giornalisti (o come diavolo li vogliamo chiamare), ma anche qualunque persona voglia raccontare qualcosa sul proprio blog. Non ci sarebbe nulla di strano, quindi, se domani il giornalismo, così come l’abbiamo conosciuto, sparisse per lasciar posto a una forma di comunicazione più complessa (che per ora non ha un nome) che sta nascendo attraverso la possibilità che ha ciascuno di dialogare con (quasi) tutti gli altri esseri umani: si tratterebbe soltanto della chiusura di una parentesi durata tre secoli o poco più. Un gigantesco cocktail all’interno del quale sarà il lettore a dover distillare gli aromi che stava cercando con gli strumenti che la tecnologia di volta in volta gli offrirà per non perdersi nel mare magnum dell’information overload. Non solo: quello che ora è soltanto “il lettore” assumerà spesso la seconda veste di produttore di informazioni per chi cerca notizie di cui lui è esperto >> .

 

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