Un ‘’copyright’’ anche per il giornalismo dei cittadini

| 25 maggio 2013 | Tag:, , , , , , ,

Copyright2

Piattaforme social come YouTube sono diventate una ricca fonte di “citizen journalism” su grossi eventi di attualità, ma i media non sempre attribuiscono i contenuti alle fonti e ai produttori. 

 

Mark Little di Storyful vuole cercare di cambiare la situazione proponendo  una sorta di Licenza pubblica per l’ informazione video.

 

Mathew Ingram, che ne aveva discusso con lui al Festival di giornalismo di Perugia, in un articolo su Paidcontent, fa un primo esame, nel complesso positivo, della proposta

 

Crowdsourcing the news: Do we need a public license for citizen journalism?

 

di  

 

Arrivati a questo punto dovrebbe essere evidente a tutti che il “citizen journalism” o l’ “user generated content” (UGC, i contenuti prodotti dagli utenti) sono una parte cruciale del nuovo sistema dell’ informazione, che si tratti della foto di un aereo che ammara sull’ Hudson o del video degli attentati di Boston. Ma i modi in cui i vari media gestiscono quei contenuti  sono profondamente diversi : qualcuno li accredita con il nome di chi li ha prodotti, mentre altri li usano come vogliono senza nemmeno un link.  C’ è bisogno di una procedura formale per far fronte a questa nuova realtà?

 

Copyright

 

 

Mark Little, fondatore e CEO della piattaforma di social media Storyful, pensa che bisogna arrivarci. Tanto che al recente Festival internazionale del giornalismo di Perugia – dove abbiamo discusso insieme sull’ ipotesi – Little aveva lanciato l’idea di una “Dichiarazione di Perugia” che prevedesse dei termini per formalizzare il modo con cui le testate giornalistiche dovrebbero gestire i contenuti generati dai cittadini.

Dare la paternità quando essa è dovuta

 

Little ha ampliato questa idea in un recente post sul blog di Storyful,  segnalando come l’ attuale  processo di utilizzo di video realizzati da “cittadini giornalisti” sia nel migliore dei casi caotico: mentre alcune testate fanno del loro meglio per segnalare i link alla fonte originale, altre se ne fregano completamente, o al massimo si limitano a una segnalazione del tipo “Fonte: YouTube,” che sarebbe press’ a poco come scrivere su un giornale  ‘’Fonte: Telefono’’.

 

    “In un’ epoca in cui ogni persona del vostro pubblico è anche un potenziale cronista, le vecchie regole non valgono più – ma le nuove regole o non esistono ancora o non vengono applicate. La maggior parte dei grossi  organi di informazione hanno alcune linee guida di base che disciplinano l’ utilizzo degli UGC  e alcuni, come la BBC, hanno dedicato delle sezioni specifiche che trattano la questione.  Tuttavia standard applicati in modo coerente  sono l’ eccezione. Anche se l’ industria giornalistica diventa sempre più dipendente dagli UGC, la situazione rimane confusa”.

 

Aiutare  a rintracciare e confermare le fonti originali di UGC era uno degli obiettivi che stavano dietro la creazione di Storyful, e molti media ora usano il servizio come un modo per ottenere l’ accesso a contenuti verificati nel corso dei resoconti su notizie grosse dell’ ultima ora. Il servizio inoltre ha recentemente  cominciato ad aiutare i creatori  di “video virali” e altri UGC nei loro rapporti con gli editori: diventando così una sorte di agente per loro, in cambio di una percentuale dei proventi per questa sua attività.

Ma Little vede questi materiali come una sorta di  ‘essere’ completamente diverso – quasi come un bene pubblico, spiega – e vorrebbe che le testate accettassero un format del tipo Creative Commons per attribuire i prodotti agli autori.

 

    “La testimonianza attraverso un video di un evento tragico, ma importante – come una calamità naturale, un conflitto, un incidente aereo o un attacco terroristico – ha chiaramente un valore immediato. Ma ha un prezzo? Dovrebbe essere venduto come una merce? Io direi che il valore di questo contenuto eccezionale assume la forma di un servizio pubblico. Potrebbe generare in via secondaria anche un valore commerciale, ma in prima istanza non dovrebbe essere privatizzato. “

 

 

Una “licenza per video di servizio pubblico”

 

In effetti, il fondatore di Storyful sta  suggerendo che i media collaborino  alla creazione di una Licenzia per video di servizio pubblico. Cosa che garantirebbe che i contenuti video vengano accreditati al titolare dei diritti originali (…) mentre tutte le testate che li utilizzano sarebbero tenute ad attribuirli specificamente. In più sarebbero concesse solo un numero limitato di sub-licenze per il riuso di quei contenuti.

 

Little aggiunge che un tale sistema potrebbe anche prevenire il furto (lo “scraping”) o la duplicazione non autorizzata di contenuti, sia attraverso il watermarking  che tramite qualcosa di simile al sistema Content ID di YouTube.

 

Potrebbe funzionare un approccio come quello suggertito da Little? Pur avendo simpatia per il suo punto di vista, non sono sicuro sul suo funzionamento. Prevenire scraping o duplicazione, per esempio, sarebbe quasi impossibile o eccessivamente oneroso – come le industrie musicali e cinematografiche hanno scoperto da tempo. E se tutto il sistema punta a dare l’ attribuzione alla fonte originale, il Creative Commons e/o il  principio del ‘’fair use” della legge sul copyright degli Stati Uniti sembrerebbe coprire già la maggior parte di questo campo.

 

Detto questo, però, credo che l’ obiettivo sia positivo: ottenere cioè che le testate giornalistiche provvedano ad attribuire quei contenuti, cosa che ora fanno solo in maniera semiformale. Per troppo tempo, le piattaforme dei social media sono stati visti da molti come un luogo dove uno può prendere i contenuti che vuole per i propri scopi, senza doverli attribuire a nessuno. Se una Dichiarazione di Perugia fosse quello che ci vuole per iniziare subito un tale processo, allora forse è un’ idea che vale la pena di esplorare.

 

 

I commenti sono chiusi.