Un anno di ‘’snowfalling’’, una nuova, matura tecnica di narrazione multimediale

| 20 dicembre 2013 | Tag:, ,

SnowfallingUn unico luogo dove tenere assieme e in vita contenuti diversi invece che disperderli in tanti articoli (messi insieme al massimo da qualche tag).
 
Un nuovo modo di scrivere e pensare il reportage. Soprattutto per vicende che non si esauriscono in uno spazio di tempo definito ma che ‘’continuano a crescere e ad aggiornarsi continuamente’’.

 

E’ così che Lelio Simi ricostruisce le potenzialità e il senso di quel nuovo genere di narrazione giornalistica che ormai viene chiamato ‘’snowfalling’’, da Snowfall, il titolo del reportage multimediale realizzato un anno fa dal New Yok Times.

 

 

Allo snowfalling Simi dedica un ampio articolo sul suo blog, Senzamegafono, ricostruendo l’ evoluzione di questa nuova tecnica, e fornendo anche una ricca linkografia sui momenti principali di questa evoluzione. E concludendo che, se questa nuova forma di storytelling multimediale ‘’non è un modo per migliorare i giornali online, mi sembra che ci vada davvero molto vicino’’.

 

In questo piccolo trattato sullo snowfalling, Lelio Simi segnala in particolare

 

un lavoro molto apprezzato ma forse meno noto rispetto a quelli citati fino adesso: Sea Change del ”Seattle Times”. È un reportage ambientale che tratta dell’acidificazione degli oceani e delle conseguenze che ne derivano per l’ambiente e per l’uomo. In parte finanziato dal Pulitzer Center (che ha permesso al team di girare per tutto il Pacifico per raccogliere dati, testimonianze e fotografie).

 

Snowfalling2

 

Ne parlo perché mi sembra interessante principalmente per due motivi:

 

La struttura relativamente “semplice”, molto di più rispetto a “Snow Fall” e “Nsa Files: Decoded”, ma comunque efficace a dimostrazione si può lavorare anche con strutture meno complesse e ottenere comunque ottimi risultati. La scusa che questo tipo di lavori non può essere realizzato da molte redazioni perché troppo complessi è in molti casi, appunto, una scusa.

 

Il reportage non si conclude con un unico lavoro “one shot”, ma è tenuto vivo in un unico “luogo” dove nel tempo vengono aggregati i vari aggiornamenti (nuovi elementi di testo, video, mappe o commenti dei lettori) che sono assemblati tra loro ma possono essere seguiti anche singolarmente. Una semplice barra in alto, niente di rivoluzionario ma molto efficace, ci segnala e aggrega gli “update”, i commenti, i video e le mappe. In questo modo ogni nuovo elemento che aggiorna il racconto può essere aggiunto e integrato senza “amnesie” (senza cioè dover ripartire daccapo ogni volta che si parla di quell’argomento).

 

È un aspetto che può aprire prospettive tutte nuove nel racconto giornalistico perché ad esempio, come fa notare ancora Mario Tedeschini Lalli nel suo blog  «i “racconti multimediali” escono dagli schemi classici del sito web. Sono probabilmente destinati a nuovi prodotti digitali, per esempio sotto forma di applicazioni». Un elemento interessante, molti reportage infatti trattano argomenti che non si esauriscono in poco tempo, ma continuano a crescere e aggiornarsi continuamente. La risposta può essere proprio quella di avere un unico luogo dove tenere assieme e in vita i diversi contenuti invece che disperderli in tanti articoli (messi insieme al massimo da qualche tag).

 

Un nuovo modo di scrivere e pensare il reportage insomma. E se questo non è un modo per migliorare i giornali online mi sembra che ci vada davvero molto vicino.

 

 

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