Perugia, un grande ‘’laboratorio di idee’’ sul futuro del giornalismo

| 1 maggio 2013 | Tag:, , , , ,

Perugia-nuvola Interesse da record per la settima edizione del Festival internazionale del giornalismo. Per Arianna Ciccone Perugia è ormai ‘’sempre più un laboratorio di idee’’. In una intervista a Linkiesta Arianna fa un bilancio sottolineando in particolare il fatto che , forse mai come quest’ anno,  c’è stata così tanta attenzione nei confronti della tecnica, del giornalismo come “scienza” . Secondo Arianna, la conoscenza specialistica di alcuni aspetti della professione è uno dei punti più importanti emersi da queste giornate: Bell, Ingram e Reed ci hanno ricordato che bisogna specializzarsi, eccellere in campi specifici, e farlo con cura maniacale.

 

Ecco qui di seguito alcuni dati sull’ iniziativa e, per chi non ha potuto seguire il Festival di persona, brevi sintesi e indicazioni sugli appuntamenti di maggior interesse.

 

I numeri
Più di 200 eventi ed oltre 500 relatori

 

I giornalisti accreditati sono stati 1.500, 30 i workshop, 18 le presentazioni, oltre 120 mila le visite al sito internet con 700 mila pagine visitate in totale e 20 mila gli accessi giornalieri per i video della web tv (molti dei quali, per il primo anno, in diretta streaming).

 

Con più di 50 mila tweet in 5 giorni, il Festival del giornalismo di Perugia è stato costantemente tra i trending topic di Twitter, in aumento rispetto alla scorsa edizione, dominando la conversazione on line. Nella giornata conclusiva #ijf13 è stato l’ hashtag più citato d’Italia insieme a #Perugia. Più di 9.184 commentatori e 43.966 contributi solo su Twitter, tutti i principali argomenti che coprono il giornalismo, i modelli di business, la granularità delle fonti, la loro autorevolezza sono stati oggetto di conversazioni e commenti. Elevatissimo il livello delle interazioni con oltre 20 mila retweet [47% del totale] e 4141 replies.

 

Hanno lavorato alla settima edizione del Festival più di 200 volontari, giovani aspiranti giornalisti, e non solo, arrivati da ogni parte del mondo. L’assessore alla Cultura del Comune di Perugia, Andrea Cernicchi, ha ribadito che “il Festival porta il mondo a Perugia, è un evento originale, unico nel suo genere ed è ormai un reale patrimonio culturale da tutelare con tutte le forze”.

 

La conversazione

 

Al di là dell’ ultima giornata – dominata su media e reti sociali dalla presenta di Yaoni Sanchez con relativa contestazione da parte di gruppetti di filo castristi,  a  completamento del lavoro di analisi realizzato grazie alla piattaforma ad hoc creata da Buzzdetector, il Festival ha prodotto una mappa di social network analysys che raccoglie le decine di migliaia di interazioni, tra retweet, citazioni, conversazioni che si sono svolte in questi cinque giorni.

 

La mappa – spiega Festivaldelgiornalismo.com –  evidenzia i principali collegamenti tra coloro che hanno interagito su Twitter relativamente ad i temi affrontati durante la manifestazione. I diversi colori identificano le diverse community e le persone che maggiormente hanno interagito tra loro in base ad una comunanza di argomenti, di interessi.

Perugia-nuvola

 

Clicca qui per navigare la mappa.

 

Assenti le testate

 

Come spiega il Festival, in alto a destra si raccoglie la community internazionale.E’ interessante notare come personalità internazionali come Harper Reed sia al centro e sembri comunicare, relazionarsi anche con le community italiane.
Come avevamo già segnalato in precedenza le conversazioni coinvolgono i giornalisti ma non i giornali che risultano pressoché assenti dalle interazioni all’ interno di Twitter a conferma di una modalità prevalentemente monodirezionale da parte delle testate italiane [si noti invece la centralità della BBC]. Anche gli sponsor della manifestazione, ad eccezione di TIM, non sembrano aver colto l’opportunità di dialogare con un pubblico tanto selezionato quanto qualificato quale quello del festival.
I dati utilizzati per realizzare le analisi del progetto BuzzFlow saranno presto rilasciati in formato open data per consentire a chi voglia il loro utilizzo.
Qui le analisi dei precedenti giorni del festival: 24 aprile, 25 aprile, 26 aprile, 27 aprile, a cura di:

Angelo Centini, data scientist per Buzzdetector, Aarti C. Thobhani, freelance journalist volontaria per il festival, Matteo Di Renzoni, freelance data journalist, Pier Luca Santoro, esperto di Comunicazione e Media, Gianandrea Facchini, CEO e fondatore di Buzzdetector, Alessandro Belotti, giornalista e volontario per il festival.

 

Sintesi e  segnalazioni

 

#ijf13

Harper Reed, il giornalismo ripensato dagli hacker

 

Harper-ReedFabio Chiusi – «Sono un hacker», dice Harper Reed. «Sono un programmatore». Eppure è per le lezioni alla politica, al giornalismo, che lo ricordi dopo il keynote speech a Sala dei Notari (video). Reed è il simbolo di come la cultura dei dati sia divenuta centrale in entrambe le professioni. Per lapolitica, per garantirsi il consenso; per il giornalismo, per spiegarlo. Yes we code, dice l’ex chief technology officer di Obama for America con il suo fare estroverso, pop. E il motto significa apertura, crowdsourcingbig data: le parole d’ordine della nuova politica obamiana, e di certo delle redazioni che cercano di afferrare il contemporaneo. «Il fallimento non è un’opzione», dice ancora. E quanti vorrebbero non lo fosse nemmeno per i nostri giornali in crisi. (…)

 

 

Emily Bell: cosa i giornalisti devono assolutamente fare

(…)I ricavi pubblicitari non funzionano nel nuovo mondo dei media e non c’è alcuna garanzia nemmeno a favore dei sistemi basati sull’abbonamento. Le enormi redazioni non sono adatte al futuro: sono troppo costose, troppo lente.

Emily Bell – direttrice del Tow Center for Digital Journalism della Columbia University –  ha presentato il suo saggio, scritto insieme a C.W. Anderson e Clay Shirky, Post-industrial journalism: adapting to the present, una relazione sul futuro dei media digitali. Nel suo intervento ha detto di ritenere che  il cambiamento sia permanente e che sia necessaria una ristrutturazione completa di questa industria. Il giornalismo dovrà essere ridotto.

“Non esiste più una cosa chiamata stampa che parla a qualcosa chiamata pubblico”, ha affermato la Bell. “Quei modelli sono ormai andati”.(…)

Mathew Ingram, o del giornalismo senza prima pagina

Fabio Chiusi – I consigli sono cinque. Per non morire, non lasciarsi travolgere. Se vengono da Mathew Ingram di GigaOm, voce tra le più autorevoli al mondo tra quelle dei cosiddetti «nuovi media», i «vecchi» farebbero bene a drizzare le orecchie. Uno: non più io (giornalista) parlo, voi (lettori) ascoltate, ma meno interazione, meno qualità. Due: senza link sei meno credibile (qualcuno lo dica alle redazioni che ancora considerano un link un problema) – e in più, ringrazi la fonte. Tre: dobbiamo essere più umani, ma non troppo umani. E cioè: «Dobbiamo ammettere che sbagliamo, che abbiamo difetti», ma senza scambiare Twitter per il salotto di casa. Quattro: ora la notizia non ha un inizio e una fine; è processo, non prodotto. Cinque: bisogna fornire al lettore un modo per estrarre l’essenziale da quel flusso ininterrotto di avvenimenti.

(…)

Il video:

 

‘Al giornalismo di domani serve più umiltà’

 

Fabio Chiusi – È la straordinaria umiltà di Aron Pilhofer la lezione principale del panel su Internet e politica. Pilhofer è direttore delle Interactive News per il New York Times: avrebbe potuto guardarci tutti dall’alto in basso, salire in cattedra e sparare. E invece è venuto a dirci che no, non ha capito niente. E non ci stiamo capendo niente. Perché «uno dei più grandi digital divide è nei media, e buona parte dei media è dalla parte sbagliata di quel digital divide». Non solo infrastrutture e cultura: anche il giornalismo rischia di venire travolto nel ridefinirsi dell’ecosistema dell’informazione. E del potere, a volte più abile di chi lo dovrebbe tenere a bada nel maneggiare i nuovi strumenti digitali.

«Non capiamo i social media, il big data», dice Pilhofer, e il pensiero corre immediatamente all’Italia dell’ascesa di Beppe Grillo dalle briciole al 25 percento senza che editorialisti, sondaggisti, computatori di tweet e affini fosse riuscito non solo a prevederlo, ma a vederne le radici sociali e individuali. È la perdita di autorevolezza e di legittimità del giornalismo che non vuole e non sa mettersi in discussione, cerca la battuta smagliante da social network invece di pronunciare un socratico e salutare so di non sapere. Pilhofer non solo l’ha fatto, lode a lui. Ha anche proposto una via di uscita: «maggiore sofisticazione nell’analisi». (…)

 

 

Lezioni di realismo sul voto online

 

Fabio Chiusi – Lezioni di realtà dall’Hackers’ Corner per contrastare i proclami «iperdemocratici» di chi vuole, e subito, il voto online. E chissà se Beppe Grillo, dopo la presentazione di Giovanni Ziccardi e Claudio Agosti, ne sarebbe ancora acriticamente convinto. Perché «al momento non esiste un sistema puro di raccolta di consenso e di votazione in rete che dia certezza di sicurezza», dice Ziccardi. E quindi per ora «il vecchio voto cartaceo è uno strumento molto più sicuro». Certo, per ora: in futuro, ne potranno venire «tanti benefici», aggiunge. Ma è bene riflettere già oggi sui tanti modi in cui si può realizzare l’Hacking dei sistemi di raccolto del voto e del consenso online. Mettersi «nei panni dell’attaccante».

 

La conversazione coinvolge i giornalisti, ma non i giornali

Perugia1

(…) Evento-chiave il panel sui modelli di business 2.0, focalizzato sulle attuali difficoltà dell’industria dell’informazione nel compensare il calo di ricavi dal cartaceo con le revenues del digitale. Marco Bardazzi, digital editor e caporedattore centrale aLa Stampa, ha fornito il suo prezioso contributo sul tema in maniera tanto sintetica quanto efficace, identificando nella quinta delle famose cinque “W” (“Why”) l’elemento differenziante di creazione di valore aggiunto.

 

Perugia2

Garrett Goodman, international business devolpment manager per WorldCrunch, ha introdotto il concetto, relativamente sconosciuto, del “reverse paywall”, modalità di monetizzazione che, contrariamente al più noto e diffuso “metered paywall”, introduce elementi di innovazione e di condivisione sociale come forma di “pagamento” da parte dei lettori.

 

Gamification dell’ informazione

Pier Luca Santoro – Il panel al Festival Internazionale del Giornalismo: “La Gamification dell’Informazione Funziona” ha raccolto contributi davvero interessanti con la “provocazione” di Garrett Goodman che ha spiegato, come sempre con grande professionalità, la differenza tra badgification, pointification, spesso utilizzati, e invece il processo della gamification e la sua applicazione per il coinvolgimento del lettore, le dinamiche del gioco, i suoi meccanismi e valori per le persone egregiamente argomentati da Fabio Viola e la spiegazione del perchè YouReporter abbia deciso di inserire elementi di gamification nella piattaforma di video-giornalismo partecipativo.

 

Newsmodo, una nuova piattaforma web per i freelance

Che cos’è Newsmodo?

Sviluppata da giornalisti per i professionisti del settore, Newsmodo rivoluziona il meccanismo con cui i media seguono gli eventi nel mondo. Si tratta di una piattaforma web che collega i media, attraverso una rete mondiale, in crescente espansione, di collaboratori freelance tra cui giornalisti, fotografi, foto operatori e altri professionisti del settore.

La piattaforma consente la vendita di immagini, video e articoli, nonché la distribuzione di incarichi stabiliti dai media alla ricerca di contenuti che producano notizie di un certo interesse internazionale. Newsmodo permette ai collaboratori di presentare qualsiasi tipo di contenuto che racconti una storia, stabilirne un prezzo e venderlo ad acquirenti per stampa, TV e pubblicazioni digitali, attraverso un mercato online protetto.

Sostenuto da International Association of Press Photographers, Asia Journalist Association, Media Entertainment, Arts Alliance e altri gruppi di punta del settore, Newsmodo è tra i network di giornalisti, fotografi e altri professionisti dei media in maggiore crescita.

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Amedeo Ricucci: “In Siria per raccontare la guerra, non per parlare di me”

(…)Perché c’è così tanta indifferenza dei mezzi d’informazione per la guerra in Siria?
La logica dei mass media è che se oggi c’è una strage, fa notizia e se ne parla. Ma se domani c’è un’altra strage, della tragedia del giorno prima non si parla più. Esattamente come i negozi cambiano merce in vetrina ogni giorno, anche i media sono oramai soggetti alle regole del business e non a quelle dell’informazione. Questo è l’assurdità dei media oggi che fanno i conti con vendite e share e non con il buon senso.

(…)

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