Paywall, lo stato delle cose

| 21 febbraio 2013 | Tag:, , ,

paywall
Negli Stati Uniti oltre 400 testate hanno una qualche barriera d’ accesso a pagamento, secondo News & Tech. In un paese in cui ci sono qualcosa come 13.000 giornali è una piccola percentuale, ma il ritmo del cambiamento è rapido.

Il dibattito ‘’filosofico’’ continua intenso – commenta Jasper Jackson su  Themediabriefing.com – fra gli zeloti del pagamento, i non-credenti e la gente che sta nel mezzo.

Ma come stanno andando realmente le cose?

 

 

Chi ha già alzato il muro…

 

Gruppo Gannett: I dati del quarto trimestre del gruppo editorial Usa non mostrano grandi successi, ma il risultato è dovuto principalmente al calo delle entrate pubblicitarie. I ricavi dalla diffusione sono cresciuti del 16,8% anno su anno nel corso del trimestre, soprattutto per il modello di abbonamento ‘’accesso a tutti i contenuti’’, che include anche il digitale. Più della metà degli 80 quotidiani Gannett ora fanno pagare per l’ accesso online (diversamente da quanto avviene nel suo ramo britannico, Newsquest,  che ancora non è a pagamento).

 

New York Times: I ricavi da vendite e abbonamenti hanno per la prima volta nella storia superato quelli da pubblicità nel quartro trimestre 2012. Il NYT aveva 668.000 abbonati al digitale alla fine dell’ anno, con una crescita del 13% sul trimester precedente.

 

Financial Times: a luglio, gli abbonati digitali avevano raggiunto il tetto di 300.000, sorpassando quelli alla carta. Il giornale sta facendo ancora dei tagli nella sua strategia ‘’digital first’’, con l’ allontanamento di 25 giornalisti. Tuttavia è ancora redditizio e ha una delle più apprezzate applicazioni per il mobile nel settore.

 

— The Times: No, non è in attivo, ma The Times aveva raccolto 131.000 abbonati paganti nel luglio 2012, due anni esatti dopo l’ innalzamento del muro. News International dichiara  una audience maggiore per motivi pubblicitari e per aumentare la propria visibilità ora concede a Google di utilizzare le sintesi dei suoi articoli.

…e chi sta per farlo

 

Washington PostSecondo quanto lo stesso giornale ha dichiarato a dicembre  questo rilevante alfiere del campo contrario ai paywall cambierà opinione nel corso del 2013. Non c’ è stato un annuncio ufficiale, ma di fronte a una perdita di 56,3 milioni di dollari nei primi mesi del 2012, la svolta è nell’ aria.

 

The Telegraph: A novembre The Telegraph ha cominciato a chiedere ai visitatori internazionali di pagare.  Ha optato per l’ approccio ‘metered’, come si dice ormai in gergo editoriale, consentendo la consultazione gratuita di 20 articoli al mese e poi chiedendo 1,99 sterline al mese per l’ accesso ulteriore ai contenuti, oppure un pacchetto che include anche la versione per iPad a 9,99 sterline.

 

Come un analista ha detto al Guardian: “Questo approccio consente al Telegraph di sviluppare il giusto modello di paywall con una piccola base di utenti, in modo da poter poi ritoccare con calma il modello da offrire agli utenti britannici.”

Conclusione?

 

La crescente importanza di questa discussione nasce dall’ incapacità del mercato pubblicitario di sostenere i costi base dei quotidiani, anche quelli già ben ridotti all’ osso. Il momento in cui i mercati spenderanno più sui canali online che su quelli cartacei dovrebbe arrivare quest’ anno  secondo alcuni analisti. Ma non saranno i quotidiani e i vecchi media a fare la parte del leone.

 

Tutto questo, incrociato con il crescente interesse dei consumatori per i tablet e la crescita della disponibilità a pagare per contenuti digitali, significa che è l’ ora di monetizzare gli utenti più coinvolti.

(…)

Forse la vera e propria barriera non è tanto filosofica, quanto, invece, tecnica. Mettere a punto dei sistemi di Paywall non è una cosa semplice: la gestione dei lettori in un ambiente a pagamento è una scienza delicata, che presuppone una segmentazione e un targeting con l’ offerta giusta al momento giusto: il FT ha un team di esperti di dati sul comportamento del pubblico specificamente assunti per fare questo e il fatto che abbia 600.000 clienti paganti non è una coincidenza).

 

Insomma, conclude Mediabriefing,  come dice Clayton Christensen, esperto di innovazione, qui:

 

La domanda non è: ‘’dovremmo chiudere questa nostra (vecchia) attività aziendale?’’ Ma è: ” in quale altro posto sul mercato ci sono persone che fanno soldi?’’ E se uno non pone questa domanda, allora la conclusione non può essere che: “Dobbiamo mantenere il business esistente’’.

 

Continuando quindi a vedere il digitale come una minaccia invece che come una opportunità.

 

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