Nonostante la crisi, i giornali restano un buon affare. Almeno per Warren Buffett

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In una fase di forte calo delle vendite e delle entrate pubblicitarie dei giornali, non compensato dalla crescita dell’ online, perché un uomo d’ affari come Warren Buffett (nella foto) ne ha acquistati a decine negli ultimi due anni?   

 

E’ l’ interrogativo al centro di un articolo di Glenn Dyer pubblicato da TheMediaOnline, una testata sudafricana.  Dyer analizza la conversione che ha portato il miliardario Usa a modificare radicalmente la sua posizione nei confronti dei giornali, dal pessimismo assoluto di 7 anni fa al forte interesse finanziario di ora, con quasi 400 milioni di dollari investiti negli ultimi 18 mesi per acquistare 63 testate, tra cui 28 quotidiani.

 

 ‘’Giornali che offrono informazioni complete e affidabili per comunità dai legami saldi e che abbiano una strategia sensata in internet rimarranno validi per un lungo periodo’’, dice ora Buffett, aggiungendo: “I guadagni che il nostro gruppo otterrà dai suoi giornali avranno quasi certamente una tendenza al ribasso nel corso del tempo. Anche una strategia digitale intelligente non sarà in grado di compensare questa modesta erosione. Ma sono convinto che queste testate riusciranno a superare la prova dell’ acquisizione da parte nostra. E i dati confermano questa convinzione”. Un interesse puramente finanziario, dice Dyer, lontano dalla strategia ‘’politica’’ di Murdoch, che puntava soprattutto a influenzare i governi.  

 

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Why Warren Buffett is investing in newspapers

 

di  Glenn Dyer*

(TheMediaOnline)

 

 

(…) John Maynard Keynes, uno dei più influenti economisti del secolo scorso,  scrisse una volta che cambiava idea quando le cose cambiavano. Warren Buffett – uno degli uomini d’ affari più ricchi del mondo – deve pensarla esattamente come lui  visto che ha completamente cambiato il suo pensiero sul futuro dei giornali nel giro di un paio d’ anni. E si è trasformato da quell’ orso polare che era nel 2009 nel toro quasi infuriato che è diventato nel 2013.

 

Sin dal 2007 aveva cominciato a dire che i giornali stavano morendo, e lo aveva ripetuto nel 2008, mentre nel 2009, in occasione dell’ Assemblea generale della sua società, la Berkshire Hathaway, Buffett era stato fortemente pessimista, dicendo che erano praticamente in fase terminale. “Nella stragrande maggioranza dei casi, non comprerei un quotidiano americano a nessun prezzo. Possono produrre perdite quasi senza fine … Non vedo altro all’ orizzonte se non la fine della loro agonia. Venti, 30 anni fa, erano un prodotto che aveva il grande potere di imporre il proprio prezzo, ma ora hanno perso l’ essenza della loro natura”, aveva detto.

 

Ora Buffett si è lasciato queste convinzioni alle spalle e ha cambiato opinione di 180 gradi, a giudicare dal ritmo con cui ha acquistato giornali nell’ ultimo anno o giù di lì, con la Berkshire Hathaway (di cui è principale azionista, presidente e amministratore delegato) che ha investito qualcosa come 400 milioni di dollari per comprare quotidiani lungo tutti gli Stati Uniti. E questo nonostante le chiusure di tante testate,  la riduzione delle entrate pubblicitarie e delle vendite, e il panorama fosco che domina l’ economia e quindi gli inserzionisti.

 
(…) Il cambiamento di opinione di Buffett fa venire in mente altre certezze sull’ inevitabilità di alcuni processi, come la morte della musica per mano dei download, il collasso del cinema a causa della tv o la morte della radio come risultato della diffusione di long-play, TV ed era digitale. Gran parte di quel pessimismo era frutto dell’ opera di giornali e giornalisti e gran parte di esso era mal riposto. Per esempio, abbiamo visto di recente che il business della musica è cresciuto nel 2012 per la prima volta in 13 anni. Questa è stata una sorpresa, perché ormai si era stabilizzato il  presupposto per cui internet, iPod, download eccetera avevano condannato il business della musica analogica, in particolare i CD.

 

Ma come è vero che il vinile non è morto (anche se le cassette sì), così è certo che la musica in generale resterà, in una forma o nell’altra. E lo stesso vale per radio (la TV avrebbe dovuto farla fuori) e cinema. E anche giornali e TV (in chiaro e ad abbonamento) sono  sulla lista delle specie in via di estinzione per gli analisti, i giornalisti – che dovrebbero conoscerli meglio -,  e per molti investitori.

 

Il futuro dei giornali rimane oscuro in tutto il mondo. Negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Germania sono ‘’dimagriti’’, sono stati chiusi o sono emigrati sul web. In Australia, si sono ridotti di numero spostandosi online, come con il Sydney Morning Herald e il Melbourne Age. Negli Usa, una testata del gruppo Midwest è fallita lo scorso mese per la seconda volta in tre anni. Il potente New York Times e il Financial Times sono stati ridimensionati e rimodellati per il mondo digitale. E presto vedremo le reali condizioni dell’ impero di quotidiani costruito da Rupert Murdoch quando i giornali e gli altri asset editoriali (con alcune attività di pay TV in Australasia) saranno costretti a lottare basandosi solo su loro stessi.

 

Ma tutto questo non significa che i giornali debbano sparire più o meno presto. In un modo o nell’altro, degli editori e manager capaci emergeranno riuscendo a fornire speranza e idee per la loro sopravvivenza.

 

Ed è qui che entra in gioco Warren Buffett.  A giudicare dai suoi recenti commenti, probabilmente è lui il ‘’toro’’ leader a livello mondiale nel campo dei giornali. Negli ultimi 18 mesi, il suo gruppo  Berkshire Hathaway ha acquistato 63 giornali, tra cui 28 quotidiani, per 344 milioni di dollari, che si aggiungono a quelli che aveva rilevatio da tempo, come il Washington Post e il Buffalo News, tra gli altri. La maggior parte degli acquisti sono stati fatti da Media General.

 

Ma una di quelle testate, il News&Messenger, di Manassas, Virginia, è stato chiuso alla fine dello scorso anno, con la perdita di 105 posti di lavoro. Poi, Buffett lo ha sostituito con un quotidiano a Tulsa, Oklahoma, per una cifra non nota, aggiungendolo al suo crescente impero.

 

Quindi, le opinioni profondamente pessimistiche di Buffett nel pieno della crisi finanziaria globale e dell’assalto di Internet, del forte calo della pubblicità e della recessione nel 2007-09, culminate nel ‘Never ever’ di quell’ anno, sembrano ormai molto lontane.

 

Il suo ultimo commento agli azionisti è stato:
 

“I giornali continuano a regnare sovrani, anche se sul piano dell’ informazione locale. Se volete sapere cosa sta succedendo nella vostra città – se un sindaco ha deciso nuove tasse o come va la squadra di football del liceo – non c’ è niente che possa sostituire un giornale locale che fa bene il suo lavoro. Gli occhi di un lettore possono stancarsi dopo un paio di paragrafi sui prezzi in Canada o sugli sviluppi politici in Pakistan, ma un articolo che riguarda direttamente lui o i suoi vicini la leggerà fino alla fine.

 

“Ovunque ci sia un diffuso senso di comunità, un giornale che risponde alle esigenze informative di quella comunità rimarrà indispensabile per una parte significativa dei suoi abitanti … Sia io che Charlie [Munger, vice-presidente di Berkshire Hathaway e socio in affari di Buffett] pensiamo che dei giornali che offrono informazioni complete e affidabili per comunità dai legami saldi e che abbiano una strategia sensata in internet rimarranno validi per un lungo periodo.

 

“Ora il mondo è cambiato. Le quotazioni di borsa e gli avvenimenti sportivi nazionali sono notizie già vecchie molto prima che le rotative comincino a stampare. Internet offre informazioni complete sia sul posto di lavoro che a casa. La televisione bombarda gli spettatori con le notizie politiche, nazionali e internazionali. In questo segmento i giornali hanno perso il loro ‘primato’. E, assieme ai lettori, sono calati i ricavi pubblicitari. (Le entrate dai piccoli annunci, che un tempo erano una grossa fonte di reddito per i giornali, sono crollate di oltre il 90% negli ultimi 12 anni.)

 

“Anche un prodotto di valore, però, rischia di autodistruggersi se adotta una strategia di business sbagliata. E questo processo è in corso negli ultimi dieci anni in quasi tutti i i tipi di giornali. Gli editori, incluso il nostro a Buffalo – hanno offerto gratuitamente il giornale su internet, aumentando in modo significativo il prezzo dell’ edizione di carta.

 

 ‘’Una scelta che non avrebbe potuto portare ad altro che a un forte e costante calo delle vendite del giornale su carta. Il calo delle vendite rende il giornale su carta meno essenziale per gli inserzionisti. E se queste sono le condizioni, il ‘circolo virtuoso’ del passato si inverte.

 

“Il Wall Street Journal ha adottato presto il modello pay. Ma la testata esemplare sul piano locale è stata  l’ Arkansas Democrat-Gazette, pubblicata da Walter Hussman Jr.  Anche Walter ha adottato presto il modello a pagamento e negli ultimi dieci anni il suo giornale ha mantenuto una diffusione di gran lunga migliore rispetto a qualsiasi altro giornale di quelle dimensioni nel paese . Nonostante quell’ ottimo esempio, è stato solo nell’ ultimo anno o giù di lì che gli altri giornali, tra cui quelli del gruppo Berkshire, hanno adottato il modello a pagamento. Qualsiasi cosa funziona al meglio – ma la cosa evidentemente non è ancora chiara a tutti – va ampiamente copiata.

 

“I guadagni che il nostro gruppo otterrà dai suoi giornali avranno quasi certamente una tendenza al ribasso nel corso del tempo. Anche una strategia digitale intelligente non sarà in grado di compensare questa modesta erosione. Ma sono convinto che queste testate riusciranno a superare la prova dell’ acquisizione da parte nostra. E i dati confermano questa convinzione. “

 

I titoli maggiori su cui Berkshire ha investito comprendono Amex, Coca-Cola, Posco, Proctor&Gamble e Wells Fargo. L’ azienda multimediale più grande vale circa 1,15 miliardi dollari, l’ emittente satellitare Usa DirecTV. Berkshire ha investito anche circa 652 milioni di dollari nella Liberty Media di John Malone, e altri piccoli investimenti sono andati su Gannett (il grande gruppo editoriale americano,che comprende società TV e giornali come USA Today), Media general (da cui Buffett ha rilevato 63 testate l’ anno scorso), Lee Enterprises, e, naturalmente, i quasi 600 milioni di dollari investiti sul Washington Post, di cui Buffett è il principale azionista. I giornali a Buffalo e Omaha sono di sua proprietà a titolo definitivo. Il 6% di IBM è il suo unico investimento nel campo della tecnologia (con un valore di più di  13 miliardi di dollari). Buffett non possiede azioni di News Corp, Comcast o Disney (come in passato), a causa di preoccupazioni di governance e perprlessità sui risultati della gestione.

 

Questo ritrovato ottimismo a proposito dei giornali (paragonato al suo punto di vista nel 2009) vedrà Buffett in cima alla lista di potenziali acquirenti a cui le banche stanno cercando di vendere  Boston Globe, New York Times, Los Angeles Times e forse Chicago Tribune (della Tribune Co), che è appena uscito dalla procedura fallimentare. Rupert Murdoch e la sua nuova News Corp. sono stati indicati come possibili acquirenti di alcuni di queste testate. Apparentemente Buffett e Murdoch hanno opinioni simili sul futuro di giornali, ma di Buffett nasce solo sul piano finanzario, mentre Murdoch è finanza e politica. Murdoch ama i giornali per l’ influenza che hanno sui governi, o almeno era così fino a quando il consiglio di amministrazione della News Corp ha costretto l’ azienda a dividersi in due. Buffett non penserebbe mai in questo modo.
 

 
*Glenn Dyer si occupa di industria dei media per Crikey.com.au, un importante sito di informazione australiano.