La vita difficile del giornalismo non-profit

| 14 aprile 2013 | Tag:, , , , , , ,

ProPublica Anche assumendo la costanza di un impegno finanziario da parte dei loro donatori, le testate non-profit devono costantemente giustificare il valore del loro giornalismo ed è’difficile farlo quando non c’è una misura attendibile del suo impatto sulla società.
Le testate commerciali affrontano le brutali condizioni del mercato e la volubilità dei consumatori, ma le regole del gioco sono chiaramente definite. Invece, fino a quando le testate non-profit non troveranno un modo per diventare indipendenti dai donatori, dovrannno continuare a fare affidamento solo su se stesse cercando di dimostrare ai benefattori con misure soggettive quello che è e quello che non è ‘’buon giornalismo’’.

 

Su  TheMediaBriefing una interessante riflessione sulle due principali esperienze di giornalismo di servizio pubblico, ProPublica in Usa e il Bureau of Investigative Journalism in UK

 

The non-profit business model for journalism – who’s doing it and does it work?   

 

di Jasper Jackson
(TheMediaBriefing)
La rivoluzione digitale ha messo a nudo una dura verità dell’ attività editoriale: il perseguimento del nobile scopo del giornalismo di interesse pubblico è molto costoso e quasi per nulla (se non del tutto) redditizio. Come fare allora per continuare a far vivere un giornalismo considerato vitale per il funzionamento della democrazia, senza una logica commerciale?

 

Quando avevano tirature enormi e una forte presa sui budget pubblicitari, gli organi di informazione erano in grado di sostenere l’onere di elevarti costi editoriali. Ma i lettori in calo e l’ aumento della concorrenza hanno cambiato la situazione.

 

Una larga parte del giornalismo di servizio pubblico è diventata insostenibile.(…)

 

C’ è un’ altra strada? Qualcuno continua a ipotizzare contributi da parte dello stato o di fondazioni assistenziali, ma una nuova generazione di testate giornalistiche non profit sta emergendo per colmare questo vuoto.

 

Come funzionano? E hanno un futuro?

 

 

Un modello sostenibile per l’ informazione non-profit?

 

Una delle testate giornalistiche americane non-profit più note è ProPublica, nata nel 2009 con un contributo di 10 milioni di dollari per tre anni da parte di Herbert e Marion Sandler, della Golden West Financial Corporation. Ma quella fase si è conclusa e ora i Sandler contribuiscono per circa 4 milioni, con  altri donatori che forniscono il resto dei fondi.

 

Il presidente di ProPublica, Richard Tofel,  dice a TheMediaBriefing che la testata ha diversificato le sue fonti di finanziamento per “arrivare a una sostenibilità a lungo termine”.

 

Tofel aggiunge che la testata non è contraria a fare soldi con i suoi servizi, ma quei magri  38.000 dollari di entrate commerciali conseguiti nel 2012 mostrano come sia difficile generare entrate nel campo dell’ informazione commerciale.

 

“Facciamo pagare qualcosa, vorremmo far pagare di più – dice Tofel -ma si sa che è un momento molto difficile nel settore del giornalismo”.

 

Tofel sottolinea, tuttavia, che le strutture non-profit sono interessate solo ai ricavi che possono essere reinvestiti nel giornalismo, non ai profitti.

 

“La strategia della crescita sarebbe fantastica – aggiunge -, ma il nostro obbiettivo non è far crescere i profitti come nelle società profit. Il dato chiave dei bilanci delle aziende profit è del tutto inutile dalla prospettiva del non-profit, perché non è nelle vendite il valore fondamentale della testata’’.

 

 

ProPublica2

Anche il Bureau of Investigative Journalism (TBIJ), che ha sede a Londra,  è finanziato da fondazioni filantropia ed era partito con un contributo iniziale di 2 milioni di sterline versate da 2.000.000 da The David & Elaine Potter Foundation.

 

In generale cede i suoi servizi gratuitamente ai giornali mentre alle televisioni chiede delle commissioni per “coprire i costi”.

 

TBIJ ha poi lanciato recentemente un progetto finanziato separatamente chiamato Naming the Dead, che punta a individuare i civili uccisi negli attacchi bellici con i droni.

 

Una differenza fondamentale tra quest’ ultimo e ProPublica è lo status fiscale. Negli Stati Uniti, il Servizio delle Entrate è (relativamente) disponibile a classificare una organizzazione giornalistica come non-profit. Nel Regno Unito, al contrario, per ricevere dei vantaggi analoghi è necessario che la testata rientri nel settore beneficenza è necessario per ricevere vantaggi simili, e il Bureau sta facendo una campagna per rendere più facile per le redazioni giornalistiche ottenere quella classificazione.

 

 

Le attività

 

Pro Publica impiega 45 dipendenti, di cui 39 giornalisti, e nel 2012 i costi per il personale ammontavano a 8,6 milioni di dollari.

 

Tofel dice che circa l’ 85% del bilancio di ProPublica è impegnato nella produzione giornalistica e aggiunge che è più complicato avere libertà di movimento in una struttura giornalistica profit che non in una non-profit.

 

“Non è così inusuale per una testata on-line, mentre la situazione è molto diversa nelle redazioni tradizionali dove il costo per il lavoro pesa per circa il 15%’’, aggiunge.

 

“Penso che sarebbe possibile gestire qualsiasi testa online con costi del genere. Visto che non c’ è bisogno di soldi per stampa, carta, e altre cose del genere’’.

 

“Abbiamo speso un bel po’ per raccogliere fondi, ma nessun soldo per la pubblicità dato che là fuori non sembra essercene molta”

 

Anche al Bureau, le voci di bilancio più pesanti riguardano i dipendenti: nove giornalisti e ricercatori, un amministratore, un direttore editoriale e vari stagisti.

 

 

Misurare il successo

 

Per i non-profit, il ricorso ai fondi degli enti filantropici solleva un problema: come misurare il successo quando uno non è motivato dai ricavi, dal profitto o da qualsiasi altra misura utilizzata dai direttori finanziari?

 

Le strutture non-profit sono teoricamente motivate dagli obbiettivi e dalle strategie delineate dai finanziatori, ma come si possono identificare i progressi rispetto a quegli obbiettivi?

 

ProPublica3Tofel dice che l’ obiettivo che guida Pro Publica è l’ “impatto” rispetto a quanto delineato in questo documento (la struttura riceve fondi anche dalla Bill e Melinda Gates Foundation).

Tofel divide questo ‘’impatto’’ in due aree:  l’ informazione dei cittadini e i cambiamenti nella società. Entrambi costituiscono le parti fondamentali di un Report che viene regolarmente aggiornato attraverso un monitoraggio costante realizzato da ProPublica.

 

Per quanto riguarda la prima area, le metriche sono quelle tradizionali della produzione di contenuti e la diffusione delle testate.

 

Il numero totale di persone che leggono un articolo, quanto è condiviso, il numero di volte che viene ripubblicato, sono tutti indicatori di valore, e formano una parte fondamentale del Rapporto periodico.

 

Tuttavia Tofel, come molti nel settore pubblicitario, è scettico su alcuni dei metodi meno sofisticati di definizione delle “impressions” e sulle misure relative alla diffusione globale.

 

I parametri della seconda area di impatto, il cambiamento effettivo determinato da un articolo o un servizio di  ProPublica, sono molto più difficili da definire, e devono essere valutati su basi più descrittive. Esempi di possibili cambiamenti includono reazioni da parte di organismi ufficiali come dichiarazioni o modifiche legislative, opportunità di cambiamento, come eventuali audizioni, e altri risultati concreti.

 

“Questi ultimi parametri sono il punto cruciale del nostro sforzo – scrive Tofel -. Essi  vengono registrati solo quando il management di ProPublica ritiene, in genere sulla base di documentazione pubblica, che un cittadino ragionevole potrebbe riconoscere l’ esistenza di un evidente nesso di causalità fra una segnalazione di ProPublica e una possibilità di cambiamento o di impatto”.

 

Questi eventuali risultati vanno ad alimentare uno specifico Impact Report e alcuni successi vengono pubblicamente rivendicati da ProPublica sul suo sito web.

 

Al Bureau of Investigative Journalism in questo momento il processo di misurazione del successo è in fase di ridefinizione in seguito alla denuncia per diffamazione da parte di Lord McAlpine, l’ ex direttore del settore Newsnight della BBC che era stato collegato a indagini relative ad abusi sui minori.

 

L’ episodio, che ha portato a un ricambio al vertice, ha indotto il Bureau a rivalutare i criteri di misurazione del successo. Tuttavia, gli obiettivi generali rispecchiano i criteri seguiti da Pro Publica.

 

“Credo che tutti sappiano che un’ azienda che ha fini di lucro misura il proprio successo sulla base della quantità di denaro che fa. Nel contesto del giornalismo interesse pubblico,invece – spiega il direttore editoriale, Christopher Hird -, quello che noi cerchiamo è fino a che punto possiamo aiutare la società nel suo insieme a capire meglio il mondo.”

 

 

Funziona?

 

Il successo giornalistico di queste imprese è indubbio. ProPublica può segnalare una serie di reazioni seguite alle sue grosse inchieste giornalistiche sulla questione della grazia presidenziale, ad esempio, o sul fracking in Oklahoma, o sulla polizia di New Orleans.

 

Il Bureau of Investivative Journalism ha prodotto numerose inchieste giornalistiche di alto profilo e può sicuramente affermare di aver influenzato l’ apertura da parte delle Nazioni Unite di una inchiesta sulle uccisioni di civili in azioni con l’ utilizzo dei droni.

 

Ma anche assumendo la costanza di un impegno finanziario da parte dei loro donatori, queste testate non-profit devono costantemente giustificare il valore del loro giornalismo, al di là di ciò che le persone (o gli inserzionisti) sono disposti a pagare. Ed è’difficile farlo quando, come Tofel ammette, ‘’non c’è una misura attendibile dell’ impatto del giornalismo”.

 

Le testate commerciali affrontano le brutali condizioni del mercato e la volubilità dei consumatori, ma le regole del gioco sono chiaramente definite.

 

Fino a quando le testate non-profit non troveranno un modo per diventare indipendenti dai donatori, dovrannno continuare a fare affidamento solo su se stesse cercando di dimostrare ai benefattori con misure soggettive quello che è e quello che non è ‘’buon giornalismo’’.

 

 

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