La diminuzione della lunghezza degli articoli non significa la fine del ‘longfom journalism’

| 26 gennaio 2013 | Tag:, , , ,

 

Ingram
In un articolo recente sulla Columbia Journalism Review, che ha suscitato varie polemiche, Dean Starkman ha analizzato  il declino del cosiddetto ‘’longform reporting’’, quella forma di giornalismo che si esprime in articoli e servizi di ampio respiro, con più di 2.000 parole.

Secondo i suoi dati, un quotidiano come il Los Angeles Times l’ anno scorso ha pubblicato circa l’ 85% in meno  di articoli di quella lunghezza rispetto a dieci anni fa, e secondo Starkman questo declino comporta una perdita rilevante sul piano della ‘’pubblica conoscenza’’.

 

Ma si tratta davvero di un declino preoccupante oppure quella forma di giornalismo si sta evolvendo?, si chiede si chiede Mathew Ingram su Paidcontent, ricostruendo la polemica.

 

Il fatto che gli articoli lunghi siano diminuiti in giornali come il Los Angeles Times, secondo Ingram,  non dovrebbe destare sorpresa: la Tribune Co., il gruppo proprietario del Times, da alcuni anni sta lottando contro il fallimento (si dice che il giornale e altre attività della società  siano in vendita). Il Washington Post, in cui secondo la CJR gli articoli lunghi sono diminuiti di circa il 50% dal 2003, e il New York Times – in cui secondo Starkman sono calate del 25% – soffrono di un notevole calo degli introiti pubblicitari.

 

In un contesto del genere, la pubblicazione di servizi più brevi  sembra una risposta abbastanza naturale a un calo dei ricavi e quindi alla necessità di una foliazione minore per risparmiare sulla carta.

 

Ma il problema non è tanto quello. Ingram ricorda in particolare il successo che il NYT ha ottenuto con un ampio reportage che ha richiesto quasi sei mesi di lavoro:  SnowFall.

 

SnowFall

Significa che il giornalismo di ampio respiro si sta evolvendo rispetto al tradizionale modello carta-stampata su cui invece si concentrano i dati di Starkman. Come il portavoce del Los Angeles Times ha osservato rispondendo all’ articolo della CJR,  gran parte dei servizi di cronaca dei giornali ora includono video, grafica e altri elementi che erano assenti una decina di anni fa – e che non potrebbero comparire in un semplice conteggio delle parole.

 

“Negli ultimi anni, i nostri servizi ampi includono in genere video di rilievo e gallerie fotografiche. I due mezzi di comunicazione – stampa e pixel – sono perfettamente integrati in un modo che nessuna ricerca di Factiva (il sistema di analisi dei contenuti della Dow Jones, ndr) potrebbe mai registrare”.

 

Come Jeff Jarvis ha sottolineato in una risposta alle osservazioni di Starkman, la semplice lunghezza – osserva Ingram –  non è un fattore determinante della qualità complessiva dei servizi sui quotidiani. In molti casi, quei lunghi servizi che venivano pubblicati dieci anni fa avrebbero potuto benissimo essere un po’ tagliati – anche se alla fine funzionavano bene come  “esca per i Premi”, come qualcuno li aveva definiti.

 

La stampa non è l’ unica fonte di giornalismo di ampio respiro

 

Se giornali come il Post, il Times e il Wall Street Journal sono stati più giudiziosi nell’ uso dello spazio, cercando di dedicare tempo e risorse a un numero minore di pezzi lunghi ma puntando a realizzare maggior valore – osserva Ingram – , è senza dubbio una buona cosa. La diagnosi di Starkman invece si sarebbe concentrata sui quotidiani su carta, ignorando tutte le innovazione che  si stanno verificando nel campo del longform journalism al di fuori dell’ industria dei quotidiani, attraverso servizi come  Byliner, Longreads e Atavist.

 

I servizi in stile magazine di Byliner, oppure gli articoli di ampio respiro che i lettori possono condividere su Longreads non possono certo sostituire integralmente tutte  le funzioni dei quotidiani, ma riescono comunque a soddisfare un bisogno. Questa necessità diventa evidente quando si guarda ad alcuni degli articoli più ‘salvati’ con la funzione “read it later” di servizi come Pocket. Molti di loro sono servizi lunghi tratti da riviste e altre testate (anche se forse molti di coloro che li salvano non li leggeranno mai).

 

Insomma, secondo Ingram, i giornali stanno giocando su un campo molto più ampio rispetto a quello in cui erano abituati a muoversi in passato. E questa maggiore concorrenza accresce la necessità di concentrare il loro tempo e le loro energie su servizi che possono vivere facilmente online, come SnowFall  per il New York Times.

 

E se questo significa meno parole in meno pezzi – conclude Ingram -, forse allora è meglio.

 

 

Leggi anche:

I commenti sono chiusi.