La bufala del governo, l’ esca del FOIA e il copia-incolla dei media tradizionali

| 25 gennaio 2013 | Tag:, , , , , , ,

Foia-governo
La rivoluzione annunciata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri con l’introduzione del Freedom of Information Act e del nuovo istituto del diritto di accesso civico è una bufala.

Il decreto approvato il 22 gennaio a sera, infatti, pur introducendo diversi aspetti lodevoli nella disciplina riguardante gli obblighi di pubblicità trasparenza e diffusione della PA, non introduce alcun Foia. (Altro discorso il fatto che un testo su trasparenza e accesso sia invisibile e inaccessibile, e che a quanto parrebbe quello uscito dal CdM non sia neanche una versione definitiva. Se in Italia avessimo davvero un FOIA, “potremmo accedere ai lavori preparatori per fugare ogni dubbio”,  come evidenzia Elena Aga Rossi in un commento su Forum PA, che ha recentemente pubblicato un panel proprio sul FOIA).

 

 

di Andrea Fama

 

Come hanno preso i media questa falsa notizia? L’hanno copiata e incollata. Almeno le testate giornalistiche più in vista, infatti, hanno rilanciato pedissequamente il comunicato della PdC, con buona pace per l’approfondimento critico, il fact-checking o eventuali rettifiche. Repubblica.it ha addirittura esaltato nel titolo l’adozione di un “Freedom Act”, con buona pace anche per la dizione. Sostanzialmente, l’autorevolezza di queste testate ha certificato la distorsione della realtà messa in atto dalla PdC (vagliela a spiegare adesso alla casalinga di Voghera la differenza tecnica e sostanziale tra il “Freedom Act” di Monti e il “Freedom of Information Act” in vigore in una novantina di Paesi del mondo).

 

Chi ha prodotto, quindi, la vera informazione?

 

La Iniziativa per l’adozione di un Freedom of Information Act in Italia ha subito lanciato l’allarme (ripreso da Lsdi) smontando le dichiarazioni entusiastiche su un Foia tricolore. Lo stesso ha fatto Guido Scorza, già professore avvocato e blogger, oggi firma del Fatto Quotidiano. O ancora, Guido Romeo, giornalista di Wired, che però approfondisce la vicenda dal sito della associazione Diritto di Sapere.

 

Insomma, sembra essere “l’attivismo”, e non certo la stampa generalista, la maggiore fonte di informazioni accurate e ragionate, pur su un tema così rilevante per il giornalismo come l’accesso alle informazioni della Pubblica Amministrazione.

 

Una tendenza, questa, già in atto in diversi ambiti della professione, come il fotogiornalismo, oggi sempre più appannaggio di ONG e fondazioni piuttosto che del National Geographic. Una tendenza, ma anche un’attitudine, che fa riflettere sul presente e sul futuro della professione, al di là di questioni come il tesserino e la formazione continua.

 

 

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