+Kaos storia ed opere dei mediattivisti italiani

| 16 luglio 2013 | Tag:, , , , ,

Renzi1Questo libro è “forse”, aggiungiamo noi, prendendo a prestito alcuni passaggi della “prefaziosa” al libro stesso di uno dei protagonisti del medesimo: Ferry Byte  << …il posto giusto per capire quali sono i meccanismi alla base della comunicazione digitale dei mediattivisti italiani.

 

 

La storia parallela dell’evoluzione tecnologica della comunicazione digitale vista dalla scomoda posizione di chi ha la presunzione e la voglia di farsi avanguardia. Nel giro di una manciata d’ anni siamo passati dall’ascoltare programmi radio notturni di improbabili suoni audio bzz… scrthcchh… e ftbleehh… che, registrati su cassette audio (!?!) e opportunamente modulati e demodulati (toh! ecco perché si dice modem…), diventavano giochi software da utilizzare sullo ZxSpectrum dell’amico (che poteva permettersi il lusso di comprarselo) alle mirabilia del mondo social: ma nel mezzo ci sono state le BBS (bulletin board system), la nascita del web, i newsgroup, i canali IRC (Internet Relay Chat) e le mailing list, la posta elettronica, i blog, i video online e tutti i social media >>.

 

Il libro si chiama +kaos ed è stato scritto dal collettivo Autistici & Inventati (senza accento) e curato da Laura Beritelli e, oltre a diventare un dossier di Lsdi, qui di seguito, sarà anche uno dei temi dell’ultimo dei quattro incontri letterari organizzati da noi assieme all’Associazione Stampa Toscana e grazie al patrocinio del Comune di Firenze presso il caffè letterario le Murate di Firenze che si intitola Giornalisti digitali e dintorni.

 

Mercoledì 17 alle 18,30 incontreremo alcuni esponenti del collettivo Autistici & Inventati e assieme a loro proveremo a raccontare questa esperienza di vita divenuta un preziosissimo libro.

Renzi2

Il testo, utilizzando la lente dei mediattivismo, racconta un periodo storico che va dal 1990 ai giorni nostri.

 

Il momento storico 1990-2001

 

In Italia arrancava il sesto governo Andreotti, erano gli ultimi anni del cosiddetto pentapartito, la coalizione che per tutti gli anni ottanta ha governato il Bel Paese: DC, PSI, PSDI, PRI, PLI. L’inchiesta di Tangentopoli, l’esilio di Craxi segnano la fine della Prima Repubblica e l’inizio della Seconda, che sta terminando forse proprio in questi giorni in cui scriviamo o forse è già terminata da un po. Dal punto di vista economico termina la grande ristrutturazione degli anni ottanta, che distruggerà nelle metropoli occidentali la centralità della fabbrica. Si avvia quel processo di delocalizzazione della produzione e della finanziarizzazione dei mercati che viene etichettato comunemente come globalizzazione.
La “pantera” occuperà molte delle facoltà italiane per tutto il 1990, mentre da lì a poco le piazze saranno riempite dalle manifestazioni di protesta contro la guerra in Iraq. Nel frattempo in tutta la penisola si assiste a un fiorire di situazioni autogestite, centri sociali e squat. Il tutto però è estremamente contaminato dalla scena musicale, dalle sottoculture. Per tutti gli anni ottanta il movimento punk invaderà i CSA. L’esperienza del Virus di Milano è in qualche modo simbolica di questo tipo di contaminazione. Negli anni novanta i media mainstream eleggeranno i Centri Sociali Autogestiti come la casa dell’hip hop, da lì a qualche anno si inizierà a parlare di musica elettronica e di rave party. L’interesse per questo tipo di sottocultura va di pari passo con le riflessioni sui nuovi media, su Internet e con le fascinazioni per il cyberpunk. Nel film Decoder la muzak è la musica diffusa nei McDonald’s, per condizionare i gusti e i comportamenti degli avventori. L’antimuzak è l’antidoto, al suono del quale esplode la rivoluzione.

 

G8 la nostra Genova. Se leggendo vi viene da dire: “Certo, la polizia è stata cattiva, però tra i manifestanti c’era chi lanciava le pietre e rompeva le vetrine”,magari prendete in considerazione di smettere di leggere questo libro ora >>.

 

 

Hactivism 1990/2001.

 

Siamo la prima generazione che cresce con un computer accanto, principalmente come compagno di giochi. la telematica muoveva i primi passi alla conquista delle linee telefoniche grazie a un oggetto inventato alla fine degli anni settanta: il modem.Con esso era possibile accedere al mondo delle BBS, i bullettin board system, le banche dati amatoriali. Si trattava sostanzialmente di accendere il modem a tarda notte, poiché un tempo telefonare la notte costava meno, e lasciare che le persone si collegassero alla propria BBS. Presto si crearono dei network di BBS, alcuni internazionali tipo Fidonet. All’interno del movimento c’era una grossa diffidenza nei confronti della tecnologia, dei computer in primis. Non si trattava di un atteggiamento immotivato: la tecnica non è neutra, viene sviluppata con fini e scopi ben precisi che nel nostro mondo basato sul soldo spesso coincidono con logiche di profitto, al di là di qualsiasi considerazione etica. Alcuni gruppi legati a realtà di movimento intuiscono il potenziale comunicativo delle BBS, dello home computing, la relativa indipendenza del mezzo. Si formano una serie di BBS dichiaratamente politicizzate. ECN significa European Counter Network, e voleva essere una rete di ciò che potremmo definire, per necessità di sintesi e consapevoli della povertà del termine, l’antagonismo europeo.

 

In quegli anni circolava un piccolo manuale che in poche righe cattura alcune idee con cui siamo cresciuti. Si chiama Digital Guerrilla e nel capitolo “Network di movimento”così si esprime :

 

<< Allora, cosa significa per noi tutto questo? Uno degli scopi principali del movimento (e per molti di noi,uno degli scopi principali della nostra esistenza) è la comunicazione. Comunicazione di idee per cercare il cambiamento politico, comunicazione tra gruppi per condividere progetti e aiuti organizzativi, comunicazione tra individui per riunirsi in gruppi (o anche per continuare a rimanere individui, nonostante i gruppi) e comunicazione per aiutarci a conoscere altra gente nel mondo con i nostri stessi interessi e obiettivi. I network telematici possono costituire un mezzo alternativo economico e semplice sia per la comunicazione interpersonale, sia per quella di massa… In ogni caso sarebbe bello rendere accessibili le reti di movimento anche a chi non possiede un computer. Questo può essere fatto mettendo in piedi terminali pubblici in centri sociali, centri di documentazione, librerie, eccetera. Ed eventualmente anche stampando parte del materiale e distribuendolo su carta. Attraverso i network telematici possiamo automatizzare la diffusione delle notizie e delle informazioni in tutta la città, la nazione o in tutto il mondo: le reti se ne infischiano dei confini politici… Ma una rete telematica può diventare molto di più di questo.Molte persone, anche tra quelle che le usano già, si ostinano a vedere nelle reti solo dei grossi megafoni per le proprie iniziative più o meno alternative e controculturali. In realtà gli strumenti telematici, oltre a costituire delle ottime agenzie di controinformazione per collettivi militanti tradizionali,possono dar vita a forme comunitarie del tutto nuove. Quando la vicinanza fisica non condiziona più la nostra possibile gamma di esperienze, anche le “istituzioni educative” come la famiglia, la parentela o la parrocchia (sia essa una parrocchia religiosa o “politica”) possono ricevere dei duri colpi…>>.

 

 

Nel 1993-1994 il CERN si inventa il web

 

Internet esplode, il web si impone e le BBS letteralmente si spengono, già travolte in parte dall’Italian Crackdown, il primo incontro repressivo, fastidioso e grottesco tra le autorità italiane e la telematica. Nel 1991 viene rilasciata la prima versione di Linux e prima ancora un tizio buffo di nome Richard Stallman dà vita al progetto Gnu e si inventa il termine Free Software, per indicare un particolare modo di sviluppare e condividere i programmi, che dovranno essere rilasciati con i sorgenti e il codice derivato da essi dovrà a sua volta rispettare queste semplici regole.Nel resto del mondo intanto esplode la new economy, le imprese si delocalizzano e si accorgono di Internet.Nel duemila la new economy conosce il proprio picco e la propria palude: esplode la bolla speculativa delle dot com, molte aziende che avevano puntato tutto sull’erogazione di servizi via web falliscono.
Non è un caso che nasca in questo periodo una pratica di protesta in uso ancora oggi, il netstrike. Consiste nel rendere irraggiungibile un sito web, collegandosi in tanti, troppi, nello stesso momento allo stesso sito.
Nel 1995 nasce Isole nella Rete e l’omonimo sito web in cui confluiscono i contenuti di ECN e anche le sue principali aree messaggi, riconvertite in mailing list. ECN diventa il primo network virtuale del movimento italiano, il primo che fornisce account di posta elettronica, siti e, soprattutto, le indispensabili liste di coordinamento. Uno sapeva che si collegava a www.ecn.org e trovava la comunicazione della sinistra alternativa italiana: i centri sociali,le radio libere, i collettivi, di tutto e di più. C’era, si poteva vedere. Nel 1998 ECN – Isole nella Rete fornisce il primo anonymous remailer italiano, un importante strumento di difesa della privacy e di crescita per la comunicazione degli attivisti. Quell’esperienza e il relativo materiale confluiranno in un libro, Kriptonite, un prontuario sull’utilizzo della crittografia per eludere il controllo che la società informatizzata porta con sé. Al di là delle valutazioni di merito su questa analisi, il testo riassume benissimo lo spirito di quegli anni.

 

Hackmeeting & Hacklab

Il primo Hackmeeting. Si terrà a Firenze nel giugno del 1998 su proposta del circuito che gravita attorno al progetto Strano Network, presso uno dei centri sociali storici della città, il CPA.

 

All’assemblea finale di Hackmeeting ’99 a Milano viene lanciata l’iniziativa per l’apertura degli hacklab in tutta Italia.Strutture territoriali, a metà tra il circolo e il laboratorio, che funzionino da collante per la comunità di Hackmeeting durante tutto l’anno. L’attività degli hacklab in realtà si focalizza molto spesso sulla formazione, sui corsi, sulla condivisione delle conoscenze e sulla capacità di utilizzare gli strumenti tecnologici, o quanto meno di comprenderli.

 

Cit. : << Le persone più disparate, che venivano da situazioni e contesti anche molto diversi, riuscivano a condividere le loro conoscenze. All’inizio lo facevamo tra di noi, in modo totalmente informale, chi sapeva una cosa la spiegava agli altri… Insieme abbiamo imparato a ricostruire le macchine da pezzi di hardware, a farle funzionare e a metterle in rete… E tutto questo era già una fonte straordinaria di informazioni >>.

 

I laboratori informatici autogestiti nascono un po’ dappertutto ed è là che un’intera generazione impara a usare le nuove tecnologie. Grazie agli hacklab, agli Hackmeeting, ai server come kyuzz.org e tmcrew.org.Il LOA di Milano è uno dei primi hacklab moderni, nato a seguito di quelli di Firenze e Roma, che già esistevano come nodi BBS, e del Freaknet Medialab di Catania.Al Loa prende il via il primo corso di HTML. A gestirlo sono gli autori della e-zine Chainworkers, e il loro obiettivo è permettere a tutti i redattori di partecipare alla pubblicazione. Quando si capisce che le conoscenze così accumulate sono utili anche agli altri abitanti del pianeta Terra, l’aspetto ludico cede il passo a quello formativo e si iniziano a organizzare corsi di informatica per la comunità. Si organizzano lezioni di reverse engineering, UNIX, programmazione in C e, in un momento d’entusiasmo, anche un corso di cinese.

 

Cit.:<< Gli acari del LOA vogliono che anche le loro pratiche riflettano la natura libertaria di Internet. Lavorano molto su questo, nel tentativo di sottrarsi alle logiche che vedono instaurarsi in altri gruppi, dinamiche che sembrano portare immancabilmente a rapporti gerarchici e, lentamente, alla soppressione della possibilità di inventarsi ogni giorno. Non solo quindi fanno davvero le cose assieme, ma tentano di educarsi alla relazione e all’orizzontalità >>.

 

 

Inventati, all’inizio Sgamati

 

Cit.:<< Il 13 maggio 1999 a Firenze c’è un corteo che finisce con cariche brutali davanti al consolato americano. Gente inerme viene picchiata e inseguita. È la nostra prima esperienza di violenza da parte delle forze dell’ordine. Uno di noi, Anoushow, finisce all’ospedale. Da allora capiamo che andare in piazza da giovani entusiasti poteva costarci diverse botte, se non l’arresto. I giornali, il giorno dopo, scrivono cose come “la guerriglia degli autonomi”: ci bollano, ci accusano. Abbiamo iniziato quindi a riflettere e concluso che in piazza si va in un certo modo e che dovevamo scrivere noi quel che succedeva, perché i giornalisti scrivono solo cazzate.>>

 

Questa esperienza traumatica rafforza la preziosa intuizione che i materiali audio e video in un corteo possono essere utili, e si inizia a presentarsi in piazza con la telecamera. Per la prima volta sono gli aderenti al corteo – piuttosto che i giornalisti o la polizia – a portare questo genere di strumentazione e il gruppo di amici si deve scontrare principalmente con gli organizzatori stessi delle manifestazioni, i “vecchi” che, istintivamente, ne diffidano.

 

Cit. : << L’episodio decisivo accade durante una manifestazione del Movimento Lotta per la Casa quando, in via Cavour, a Firenze, un poliziotto suona il campanello a un appartamento che si affaccia sulla strada. Si qualifica come giornalista e chiede di poter salire per fare delle foto dal balcone. La casa è abitata da alcuni studenti attivi politicamente che s’insospettiscono e chiamano il Movimento Lotta per la Casa, che chiama noi, che arriviamo con la telecamera. Quando entriamo nell’appartamento riprendendo, il presunto giornalista va in difficoltà. Segue anche una specie di colluttazione. Quel che sorprese tutti quel giorno fu che c’era stato un conflitto mediatico: da una parte l’infiltrato con la sua macchina fotografica e dall’altra noi con la telecamera >>.Per questo Sgamati.L’idea
davvero innovativa è la cronaca in diretta dal corteo, ovvero l’uso strategico dei telefoni cellulari, che ormai sono diventati accessibili e si stanno diffondendo a macchia d’olio.Anche se degno più di una bottega artigianale che di un hacklab, il loro metodo dà i risultati sperati. Le persone rispondono positivamente e in breve i nostri si costruiscono una reputazione sul territorio – e in rete.Ma è ancora con i telefoni cellulari e con uno di loro seduto davanti a un computer online che, a settembre 2000, Sgamati organizza la cronaca “minuto per minuto” dalla prima vera e propria manifestazione europea no-global, il controvertice di Praga, organizzato in occasione del meeting di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale. D’altronde, nessun giornale ha un inviato che possa seguire l’evento nella remota città
ceca. Sgamati va a colmare questo vuoto.

 

Indymedia Italia

 

Nel 2000 nasce Indymedia Italia, un esperimento di sito a pubblicazione aperta, gestito attraverso una serie di liste di discussione. Intorno a questo progetto confluirà una grossa comunità, dai videomaker agli smanettoni, dai giornalisti in erba ai militanti più tradizionali .

 

I bolognesi sono rimasti impressionati dal ruolo avuto da Indymedia nel coordinamento del cosiddetto “popolo di Seattle” e, a cavallo di due manifestazioni previste nella loro città, si danno da fare per metterne in piedi la sezione italiana di Indymedia. Affrontano il process che dà diritto a partecipare al progetto e ottengono il dominio italy.indymedia.org. Il proposito iniziale, sotto suggerimento di un membro di Luther Blissett, è quello di far sembrare Indymedia un gigante, un media organizzato. Indymedia Italia viene infatti lanciato, per il No OCSE, una settimana di workshop e altri eventi organizzati assieme ai nascenti social forum, con tanto di comunicati stampa e false foto della redazione inviate ai giornali.

 

Dall’ idea di fare controinformazione si passa all’idea di essere l’informazione. Si definisce propaganda ciò che esce dalle televisioni e si rilancia con il proprio concetto di informazione. Il passaggio storico in cui tecnologia e comunicazione si fondono definitivamente nella ben più vasta area conoscitiva rappresentata oggi dalla Information Technology. Sul fronte digitale invece, avvenimenti come il No Global Forum a Napoli 2001, sono determinanti per mettere in luce la necessità comune al movimento tutto didiffondere il materiale fotografico, audio e video prodotto dai manifestanti, in modo meno confuso e più efficace, unitario e a livello nazionale.Lo strumento per farlo c’è, ed è Indymedia Italia. Il supporto tecnico pure, ed è la comunità hacker.

 

La fondazione di A/I

 

All’epoca ( ca.2000 )era molto difficile conoscere gente che capisse di cosa parlavi. Le persone con cui interagivamo
politicamente, anche quando erano molto interessate al nostro progetto, capivano fino a un certo punto quel che dicevamo. La macchina è stata pensata: da un lato per sottrarre le persone che ne fanno uso alle strategie di controllo e dall’altro per restituire alla comunicazione via Internet la sua natura di libera condivisione.Il primo server, non a caso, viene battezzato all’unanimità Paranoia. Fin dall’inizio, A/I non si prende troppo sul serio. E non potrebbe essere diversamente, dato che la realizzazione del loro diabolico piano è costellata di episodi epico-demenziali, come quando i nostri si chiudono fuori dal server, nel suo secondo giorno di vita, con il comando: iptables -A INPUT -p all -s ! 127.0.0.1 -j DROP che rende la macchina autistica e blocca tutto.La cosa ci è piaciuta così tanto che ne abbiamo fatto una maglietta! Nell’aprile del 2001 la macchina è online. Diversamente dal server di ECN, che paga un provider per l’housing, Paranoia è in rete gratuitamente non è un dettaglio da poco, visto che, diversamente, l’intera operazione avrebbe avuto un costo proibitivo. All’inizio A/I è sostanzialmente una lista, un’assemblea permanente.

 

L’attività principale è parlare. Chiacchiere. Belle e costruttive, ma un sacco di chiacchiere!

 

La differenza di competenze è vista come una ricchezza. È in quegli anni che nasce la figura del mediattivista, in cui politica e tecnica si fondono, grazie al digitale che fa da collante. Al 2003 A/I ospita 205 siti, 2046 utenti e 269 liste di discussione: la cosa si è spinta troppo oltre per pensare di poter chiudere la baracca. Per quanto economico, un contratto di housing decente viene allora stimato in diverse migliaia di euro all’anno. Non si può pensare di pagare una cifra del genere autotassandosi. È necessario intraprendere un percorso diverso, una campagna di sostegno. Nascono così i KAOS Tour. Non è solo una questione economica. Vivendo su Internet, il collettivo è una realtà completamente deterritorializzata.Con il ricavato del primo KAOS Tour, A/I sistema il server presso la web farm di Aruba, in quel di Arezzo.

 

Genova

 

Quando arriva il G8 di Genova, la posizione generale è che non si deve andare, che è una trappola. Questa posizione era condivisa da tutti. Per il controvertice, la provincia e il comune di Genova mettono a disposizione rispettivamente un centinaio di computer e due edifici: le scuole Diaz/Pertini e Pascoli. I soggetti che hanno partecipato al gruppo comunicazione all’interno del Genoa Social Forum si dividono il secondo edificio: la gestione stampa (Il manifesto, Carta ecc.) prende il primo piano, Radio GAP (Radio OndaRossa, Radio Onda d’urto e Radio Black Out e altre consorziate per l’evento) occupa il secondo, Indymedia il terzo. Il controvertice si svolge dal 19 al 22 luglio 2001. Sono previsti cortei per i tre giorni di giovedì, venerdì e sabato.Venerdì la tensione si alza,ci sono scontri pesantissimi e, in piazza Alimonda, muore Carlo Giuliani. Al media center, per scrivere le venti righe di feature da pubblicare su quella giornata, si sta attenti anche alle virgole. A leggere Indymedia l’indomani non sarebbero stati gli amici e i compagni ma migliaia di persone: in una situazione tanto drammatica, bisognava mantenere la lucidità. Sabato, andando oltre le peggiori aspettative, la città torna a essere un inferno e quella sera stessa le forze dell’ordine assaltano la scuola Diaz. Il collettivo è quasi tutto al media center: sono loro a fare le riprese dell’irruzione dall’alto. Poi anche la scuola Pascoli viene perquisita. Radio GAP, che dall’edificio trasmette in tutto il mondo via streaming, annuncia l’arrivo della polizia e interrompe la diretta alle 23.57. In sostanza con il G8 si inaugura “l’era Indymedia” e con essa anche un paradigma politico completamente nuovo.

 

2001-2006

 

A novembre del 2002 si terrà a Firenze il Social Forum Europeo, il primo grande raduno di quello che fu il movimento di Genova 2001. La partecipazione è ampia, ma si tratta di un saluto, forse senza averne la consapevolezza.Un milione
di persone si trovano a sfilare per le vie di Firenze e poi più nulla.I movimenti cadono in letargo, con qualche rara, ma importante eccezione. Nel 2005 in Val di Susa trentamila persone occupano un cantiere della TAV a Venaus, buttano giù tutte le reti e costringono le forze dell’ordine a ritirarsi. È come riemergere da una lunga apnea.
Il mondo dell’informazione tradizionale verrà presto costretto a confrontarsi con il web, con la diffusione di telecamere digitali e, pochi anni dopo, di videofonini e smartphone, con la moltiplicazione delle fonti e dei veicoli di informazione. In qualche modo Indymedia viene superata dal suo stesso slogan, che si incarna bene nella nostra società di esibizionisti, voyeur, o volenterosi mediattivisti: Become the media.
Il fenomeno blog è la prima avvisaglia del cambiamento, seguita poi dai proto social network, in particolare nasce
Myspace. In qualche modo questi strumenti realizzano l’idea di dare a tutti un accesso semplice alla rete, ma centralizzano su enormi soggetti commerciali la diffusione dei contenuti e i dati sensibili di milioni di utenti. Il web inizia a trasformarsi,le persone si abituano all’incessante presenza di Internet, e lentamente prendono a esporre se stessi e la propria vita in rete. L’affermazione “ho conosciuto quella persona su Internet” non risulta eccentrica o esotica, ma normale, alla stregua di “l’ho incontrato al bar”.

 

Nel 2002 ci fu la carovana in Palestina. Si fecero dirette su dirette con Radio OndaRossa e Indymedia. Agenzie come la Adnkronos ci fregavano le news senza citare la fonte, perché loro non ce l’avevano un giornalista che si faceva sparare dai militari israeliani nel media center di Jenin. E non perché eravamo fichi, ma perché eravamo lì. Perché avevamo la capacità di essere lì. Perché avevamo le relazioni, i contatti. Perché avevamo creato un mondo di comunicazione fisica e digitale che in quegli anni ci permetteva di essere sul posto. E tutto questo lo si fa, ancora una volta, con strumenti assolutamente abbordabili: la telecamera da poche centinaia di euro, la macchina fotografica da poche decine di euro, un portatile, una connessione traballante. Gli strumenti erano strumenti, non erano il fine. Cioè andare a Jenin a mettere su il media center non era una roba da nerd: era un’azione politica nel senso più positivo e bello del termine, perché davi a quella gente la possibilità di comunicare con l’esterno, possibilità che altrimenti non avrebbero avuto.

 

Trenitalia 2004

 

Nel luglio del 2004 l’Associazione Investici riceve una citazione in giudizio da parte di Trenitalia. Imputata sarebbe una pagina web ospitata sul suo server che ricalca esattamente il layout del sito di Trenitalia. Seguendo una pratica ormai classica di détournement, la pagina prende in giro la società ferroviaria denunciandone l’attività di ausilio alla guerra(in Iraq). Le richieste di Trenitalia non sono da poco e contemplano l’immediata soppressione della pagina, che “offendeva orribilmente l’azienda”; la pubblicazione dell’avvenuta rimozione su due quotidiani nazionali scelti d Trenitalia (Corriere della Sera e Sole 24ore: una spesa di “soli” ventimila euro); l’eliminazione dei meta tag riferiti  a Trenitalia; l’immancabile risarcimento “per danni morali e materiali”.Dopo una serie di udienze per decidere in merito all’urgenza del provvedimento, viene notificato al collettivo l’obbligo di eseguire immediatamente quanto richiesto.

 

A/I è costretto a rimuovere l’irriverente sito, ma non senza prima aver fatto ricorso. Purtroppo per Trenitalia, all’atto censorio consegue l’ubiqua riproduzione di siti mirror della pagina web incriminata. All’udienza di ricorso, il 7 settembre, Trenitalia rilancia chiedendo di “estendere l’inibitoria ad ogni pagina di analogo contenuto”. In pratica chiede ad A/I di eliminare anche la lista dei mirror sorti spontaneamente in rete e variamente segnalati. Si tratta di un punto giuridicamente controverso, perché se davvero fosse reato mantenere link a una risorsa, ogni motore di ricerca sarebbe da considerarsi criminale. Ancora una volta in tribunale vengono caldeggiate visioni della rete che non hanno nulla a che fare col diritto. Gli avvocati di Trenitalia approfittano della mancanza di una diffusa cultura digitale per montare un caso che in sé non esiste, ma che tocca a latere varie questioni spinose, ad esempio in quale misura un ipotetico fornitore di servizi, anche commerciale, debba essere considerato responsabile dei contenuti che ospita.

 

Nell’ incartamento indicano infatti l’Associazione Investici come autrice del sito – facendo oltretutto confusione tra “dominio” e “sito”. Gli avvocati del collettivo portano invece al giudice una  rassegna stampa. Si tratta di una collezione di fatti di cronaca riguardanti Trenitalia. La rassegna non riporta tanto le voci che si sono sollevate a favore dell’operato del collettivo, quanto le storie del difficile rapporto di Trenitalia con la sua posizione di “spalla degli eserciti”: proteste, licenziamenti e lamentele varie. La vicenda  Trenitalia viene seguita con grande interesse e partecipazione, fuori e dentro il mondo della rete: si usa il tribunale contro un evidente caso di satira e la cosa fa arrabbiare molti. Tante sono le voci che si levano in difesa di A/I. Il 14 settembre, in tempi brevissimi, il tribunale accoglie il ricorso di A/I, che può rimettere in rete il sito.Trenitalia è obbligata a coprire le spese legali.

 

La sentenza

 

La sentenza conferma che si tratta di satira, il cui diritto “è riconosciuto e tutelato nell’ordinamento quale particolare espressione della libertà di manifestazione del pensiero e di critica ed è dunque ricompreso nell’ambito di tutela garantita dall’art. 21”. Il tribunale riconosce anche che la satira non ha sconfinato nell’“ingiuria gratuita”, proprio perché “trovava fondamento attendibile nel quadro degli elementi dialettici e di fatto che hanno dato origine al tema della polemica”. In sostanza, “il contributo fornito alla partecipazione italiana alle operazioni belliche in Iraq” era fatto noto, come noto era che all’epoca Trenitalia aveva subito critiche pesanti da una parte del movimento pacifista e “che numerose manifestazioni erano state indette proprio in riferimento a tali trasporti”.

 

La sentenza, stupendo tutti, si chiude rispondendo alla preoccupazione implicita di tutto il dibattito: quella relativa all’abuso del copyright, tema contenitore per molte questioni analoghe. Sul piano della tutela del diritto d’autore – profilo peraltro non trattato nel presente procedimento cautelare, ma nell’ambito del quale si registrano i maggiori approfondimenti sul punto e che appare rilevante in sé al fine di dare conto in via generale della possibile tutela assicurata dall’ordinamento – è ormai opinione generalmente condivisa quella che attribuisce all’opera parodistica la natura di opera autonoma, in quanto implicante comunque una (seppur modesta) attività creativa, e dunque una protezione ai sensi degli articoli 1 e 2 L.A. in quanto dotata di propria autonoma individualità. La faccenda si chiude così: in gloria, anche se per un breve periodo si teme ancora che Trenitalia voglia procedere con una causa. L’Associazione Investici, d’altro canto, potrebbe richiedere i danni. Per fortuna la società demorde e anche il collettivo può tornare alle sue faccende quotidiane. Peccato che nel frattempo stesse succedendo qualcos’altro, alla web farm Aruba, qualcosa che avrebbe minato alla base il lavoro di A/I.

 

Verso il piano R – Crackdown Aruba 2004-2005

 

Tutto inizia sul finire del maggio del 2005, precisamente il giorno 25, quando al presidente dell’Associazione Investici viene intimata la rimozione della casella croceneraanarchica@inventati.org.Vengono consultati gli avvocati, ma risulta che non ci si può opporre: la richiesta passa ai tecnici del collettivo,che si vedono costretti a eseguire quello che ritengono comunque un atto censorio.A/I riceve solerti sollecitazioni via fax e telefonate dalla DIGOS, ma è davanti al mandato del tribunale che deve cedere e cancellare l’account.Nel frattempo a essere sequestrato “preventivamente”non è solo l’account su inventati.org, ma anche gli indirizzi di posta Hotmail e la pagina web del gruppo Croce Nera Anarchica. Il sequestro preventivo, abbastanza inusuale, era stato disposto qualche giorno prima dal Tribunale di Roma in collaborazione attiva con la Procura di Bologna, nell’ambito di un’indagine che, la mattina del 26 maggio, portava ad arresti e perquisizioni in tutta Italia. Il mandato parlava di “collegamenti fra gli aderenti ai  singoli gruppi di affinità” e sosteneva anche che “le comunicazioni fra i vari gruppi avvengono principalmente
attraverso il sito Internet e la casella di posta elettronica”.Le accuse alle persone sono gravissime. Riguardano per tutti gli articoli 270 e 270bis, i reati di strage, violazione della legge sulle armi e associazione sovversivo-terroristica di matrice anarco-insurrezionalista.

 

La procura agisce dunque sulla base dei cosiddetti “gravi indizi di colpevolezza”, poiché dalla lettura dei messaggi della casella Hotmail – sempre intestata a Croce Nera Anarchica – sarebbe già emerso “il passaggio dalla semplice adesione ideologica al livello operativo degli appartenenti al sodalizio”. È anche un momento in cui un numero esagerato di intercettazioni telefoniche fa dei cittadini italiani i più “spiati” d’Europa: la spesa dello stato per questo gigantesco panopticon è già sotto l’occhio critico della stampa, aggirandosi intorno ai trecento milioni di euro l’anno – si parla di centoquarantamila intercettazioni di telefoni cellulari solo per Telecom nel 2004.La rivoluzione digitale sembra rendere ancora più  pervasivo il controllo: quante più sono le forme in cui si frammenta la comunicazione, tanti più sono gli spiragli da cui entrare nella vita delle persone. Resi indispensabili i telefoni cellulari, onnipresenti le telecamere “amiche” e, con la complicità dei provider commerciali, agevolato l’accesso alla corrispondenza elettronica dei cittadini, il lavoro delle forze dell’ordine non è mai stato così facile. Come ricostruito in seguito, il 15 giugno del 2004 alcuni agenti della polizia postale, su ordine della Procura di Bologna, fanno una visita di cortesia alla ditta aretina pretendendo libero accesso al server di Autistici/Inventati. Certo sotto pressione, i tecnici di Aruba spengono la macchina e permettono agli agenti di copiare i file che desiderano dal disco e, si pensa, forse anche di piazzare uno sniffer. Nel frattempo, quando il collettivo chiede spiegazioni dell’inevitabile down, la risposta di Aruba è che c’è stato “un guasto tecnico alla presa elettrica dell’armadio”. Il raid verrà in seguito giustificato dagli inquirenti  con la necessità di intercettare i messaggi di una sola casella e-mail, la stessa che la polizia intima al collettivo di cancellare il 26 maggio dell’anno successivo:croceneraanarchica@inventati.org.

 

Ma è questo che rende ancora più grottesco l’aver compromesso la riservatezza degli altri trentamila utenti. Inutile dire che Aruba avrebbe dovuto opporsi a questa “acquisizione di documenti” poiché in nessun modo legalmente responsabile del server, di proprietà invece dell’Associazione Investici. E così, quasi per caso, tutta la vicenda Aruba emerge nella sua gravità. È il 21 giugno 2005: per un anno il traffico sul server è stato verosimilmente compromesso e alcuni file intercettati da personale della polizia postale non autorizzato. Interrogazioni parlamentari sulla vicenda vennero presentate da Vittorio Agnoletto al parlamento europeo e da Mauro Bulgarelli e Paolo Cento al parlamento italiano. Per dare invece misura del danno, vale la pena citare una sola delle informazioni riportate all’epoca da Indymedia, ovvero che la violazione del server di Autistici/Inventati ha toccato direttamente anche il Genova Legal Forum: le caselle di posta degli avvocati, quelle dei consulenti tecnici e la mailing list di coordinamento sono infatti tutte ospitate su un server di cui la polizia detiene la chiave crittografica.“Di conseguenza”, si legge nell’articolo, “tutta la strategia difensiva è a disposizione delle procure: documenti, analisi, atti e reperti ancora non presentati in tribunale.Con buona pace del segreto istruttorio e del rispetto del diritto di difesa”.

 

Il piano R

 

Ottobre 2005: avviene la moltiplicazione del server. Da uno a molti, geograficamente distribuiti. Ci si avvale di una serie di tecnologie che verranno poi descritte nell’Orange Book. Grosso modo, alla base della nuova struttura c’è l’intercambiabilità delle macchine: tutte hanno la stessa configurazione e questo le rende individualmente sostituibili. Nessuna di esse è essenziale. Il Piano R* non è stato pensato per il recupero dei dati, ma perché in caso di attacco la struttura continui a funzionare.Questo rispecchia una precisa priorità politica del collettivo: dare a ognuno la possibilità di comunicare o di far circolare il messaggio censurato. Con il Piano R* A/I diviene suo malgrado esattamente ciò che non doveva né voleva divenire all’inizio: un provider di movimento. Con la disseminazione, si accede a un’altra classe di cittadinanza in Internet. In Internet esistono vari livelli di tutela dei dati dell’utente, che si basano sulla classe sociale a cui appartieni… Così come capita, guarda caso, nella società reale. Anche nel mondo digitale la tua dimensione economica fa la differenza: la fascia bassa, quella di chi ad esempio paga poche decine di euro l’anno un dominio, è la patria dell’arbitrio.

 

I provider commerciali hanno politiche iper-cooperative con i soggetti forti e non tutelano il cliente dai problemi giuridico-legali perché sono un costo non previsto. Per questo ti oscurano il sito alla prima lamentela e sta sempre a te dimostrare che hanno sbagliato. A un generico attaccante con sufficiente potere basta scrivere una mail di richiesta o compilare un modulo, non gli costa niente ottenere i tuoi dati.

 

 

Download a copy upload an idea

 

Sono gli embrioni di quelli che sarebbero diventati i “contenuti liberi” e le licenze Creative Commons, il tentativo di trasportare in ambito non software quello che il software libero e l’open source avevano dimostrato essere possibile con Linux e la licenza GPL. Iniziamo anche a documentare il fenomeno del filesharing che era appena nato ma già ci appariva inarrestabile. Il progetto si fa conoscere anche organizzando controazioni e proteste, come quella contro i brevetti software del 2004 e l’assalto al MEI, il Meeting delle Etichette Indipendenti. In quell’occasione un coordinamento di netlabel, web radio, alcuni gruppi musicali e vari cani sciolti appartenenti alla galassia no-copyright/copyleft si presenta non invitato al festival e diffonde un vademecum no-copyright intitolato RILASCIATI!.

 

I social network vengono messi a disposizione: qualcuno ti offre lo strumento e così facendo viene buttato un seme. Il seme viene dato alle persone e cresce in funzione dell’azione delle persone. Ciò che può cambiare sono i modi per pubblicizzare questi strumenti. Ci sono i modi più svariati, con gli obiettivi più svariati…Ma i social network esistono perché esisti tu, altrimenti sarebbero una scatola vuota, con tante leve e bottoni. E se nessuno spinge quei bottoni, lo strumento muore lì.

 

No(b)logs

Nel 2005 al di là degli immancabili casi particolari, la blogosfera non è però ancora riconosciuta come un nuovo ambito dell’informazione. Quello che si nota anche in altri contesti, più o meno di area informatica, è che l’ambito di discussione in qualche modo non c’è più. La quantità di notizie che ci passano sopra la testa ogni giorno è molto aumentata, perciò è anche più difficile trovare momenti di ragionamento.Nell’ottobre del 2006 Noblogs viene infine lanciato.

 

A/I passa dall’avere solo un elenco dei siti ospitati a una piattaforma di contenuti interattiva, pensata perché produca “reti proficue”…e Ale s’era inventato questa cosa – le “bolle” – con cui potevi vedere anche di cosa stavano parlando i vari blog, e associare le parole in modo da sapere una tal parola in quanti la stavano usando, in quali post ricorreva eccetera. Ale e Blicero ci volevano fare la rivoluzione con queste bolle!…
Oggi ci sono 3090 blog.

 

2006-2011

 

La prima conseguenza di questo clima avvelenato è lo stigma: si creano delle figure attorno alle quali concentrare le paure e le insicurezze della società tutta. Si tratta di un processo comune a ogni epoca storica, ma nel nostro mondo di super accelerazione e sovraesposizione mediatica, i protagonisti cambiano di giorno in giorno, sfiorando a volte il ridicolo, ma determinando una spirale ansiogena, che si autoalimenta. In tutto il mondo si torna in piazza, dagli indignados a Occupy Wall Street, e poi scioperi e cortei un po’ ovunque. Di nuovo è impossibile per noi capire dove ci condurrà questo nuovo corso, se si esaurirà per la fatica di esistere, spento in nuovo riflusso, se verrà schiacciato e represso o se sarà foriero di una risuscitata sensibilità sociale in grado di imporre la propria volontà sull’economia e sulla politica. Probabilmente accadrà tutto quanto assieme e molto altro ancora, forse è il caso di organizzarsi per tempo. Il dilemma del nostro buffo mondo post postmoderno è stato ben sintetizzato dal signor Vonnegut nel suo romanzo Galapagos: << In questa era di grossi cervelli, tutto ciò che può essere fatto sarà fatto. Cercate quindi di scansarvi in tempo >>.

 

Una rete collaborativa

 

Il Babau: ovvero la paura sociale. A un certo punto siamo entrati in contatto con la Scuola romana dei fumetti, da cui ci sono arrivate diverse versioni del Babau: circa quaranta tavole di autori anche importanti sul tema della paura sociale. Questa cosa è diventata una mostra, che abbiamo portato in giro per tutta Italia. Oltre alla mostra itinerante, la campagna ha prodotto anche un libro di cartoline e racconti brevi, ispirati appunto alla provocazione del Babau. Il titolo: Il Babau – Paura del buio? La mostra è arrivata fino a Berlino, ha avuto la sua risonanza. Quando poi abbiamo fatto il libretto di Collane di Ruggine con i racconti e le tavole, ci sono arrivati contributi anche dall’estero, scritti in italiano, una cosa incredibile!

 

Pedopriest 2007

 

30 giugno 2007. Una settimana dopo l’uscita del suo nuovo videogioco Operazione: Pretofilia, Molleindustria di propria iniziativa lo rimuove dal sito (www.molleindustria.org/it/operazione-pretofilia) spiegando che vuole evitare problemi al server che lo ospita dopo il putiferio scatenato in parlamento dall’onorevole Luca Volontè.

 

Appena lanciata la nuova, simpatica animazione in flash, l’onorevole dell’UDC aveva infatti intrapreso una sua personale crociata politica e promosso un’interrogazione parlamentare urgente, con cui chiedeva al governo di prendere immediati provvedimenti contro i “contenuti offensivi del sentimento religioso” di Pretofilia. Non contento, suggeriva quindi di perseguitarne gli autori per pedofilia. Molleindustria ritira il gioco e denuncia l’accaduto: Pretofilia (Pedopriest in inglese) vuole chiaramente essere una satira sul clero, e non certo un gioco dai contenuti pedo-pornografici. Una volta rimbalzata in rete la notizia della censura, si moltiplicano siti mirror, link al gioco, siti dove lo si può scaricare; A/I ospita Pretofilia sul suo server; diversi blog di Noblogs partecipano alla rivolta silenziosa a sostegno di Molleindustria… con il risultato che, nel cuore della notte del 2 luglio, il server americano di A/I, che ospita Noblogs, viene spento. Fortunatamente non appena il provider ottiene la conferma che Pretofilia non infrange nessuna legge in America, fa riattaccare la spina al server e Noblogs torna a funzionare.

 

Ecco cosa risponde il provider ad A/I:

 

<< Abbiamo esaminato il contenuto che avete pubblicato con l’assistenza di un consulente legale esperto di diritto statunitense. Il contenuto è legale >>.

 

Nipotini di Orwell

 

Il tema della difesa della privacy è un nodo centrale dell’attività di A/I, ma nell’ultimo lustro diventa terreno di sperimentazione e fronte caldo rispetto all’avanzata dei social network.L’esistenza di una rete Tor dipende da chi concretamente installa il software su uno o più calcolatori con connessioni pubbliche, e le rende disponibili alla rete. Si tratta di un sistema collaborativo, nello stile delle reti P2P. Inoltre si tratta di uno strumento con un incredibile potenziale nelle situazioni critiche di controllo e censura. Tanti anni di impegno su privacy e anonimato in rete vengono riconosciuti nel 2008, quando A/I riceve il Premio “Winston Smith – eroe della Privacy”, l’unico riconoscimento positivo tra i Big Brother Awards.

 

Per molte persone, dai dissidenti russi agli operatori del terzo settore che lavorano nei teatri di guerra, scrivere suNoblogs piuttosto che su una piattaforma commerciale che non garantisce loro l’anonimato è ancora oggi un bisogno reale, piuttosto che una qualche dichiarazione di appartenenza. Ma la questione privacy è determinante anche per chi ha una vita meno avventurosa di così.

 

Crackdown norvegese 2010

 

Il 6 novembre 2010 la polizia norvegese sequestra per alcune ore il server che Autistici/Inventati tiene in quel paese e fa copia di tutti i dischi. Inizialmente, l’unica cosa che si riesce a sapere è che i birri norvegesi agiscono su rogatoria internazionale – ovviamente proveniente dall’Italia.Grazie al Piano R*, che si comprova un’ottima arma anti-censura, in due ore vengono riattivati i servizi su altri server. In ventiquattr’ore tutta l’infrastruttura torna a funzionare perfettamente. Su Cavallette, il blog di A/I, si legge:…<< Ci appare incomprensibile in questi giorni nei quali tutte le procure d’Italia lamentano i tagli e la scarsità di fondi, che una querela di parte recepita dal Commissariato di Avezzano per delle vicende di minima entità scateni in una Procura della Repubblica la smania di tre rogatorie internazionali per acquisire dati che non esistono o che sono privi di qualsiasi rilievo investigativo >>.

 

È a questo punto che le cose prendono una piega inaspettata. A differenza di quel che ci saremmo aspettati in Italia, nella civile Norvegia il crackdown di A/I e la violazione della privacy dei suoi utenti assume in breve le dimensioni di un vero e proprio scandalo. La cosa si fa vivace. A/I diventa famosissimo e il suo caso viene riportato da tutti come emblematico all’interno di un preesistente dibattito sulla data retention, che si teme possa essere un mezzo di restrizione della libertà d’espressione. La polemica si fa di giorno in giorno più accesa: i norvegesi sono indignati e fioccano le lamentele per il comportamento delle istituzioni del proprio paese. Si parla anche e univocamente della preoccupante situazione sociopolitica italiana. Il caso di A/I cade nel pieno della discussione, in Norvegia, sulla Datalagringsdirektivet: la prospettiva d’adesione alla Direttiva europea 2006/24/ EF solleva molti dubbi e ha già scatenato vive polemiche. La legge verrà poi approvata il 4 aprile 2011 con poco margine – 89 a favore contro 80 contrari – e dopo nove ore di duro dibattito. La direttiva, già vigente in Italia ma rigettata dal Belgio e ritenuta anticostituzionale da Germania e Romania, obbliga i provider alla conservazione dei dati ed entra in conflitto con la legge norvegese sulla privacy, che impone esattamente il contrario, ovvero la cancellazione dei dati sensibili.

 

Tra le posizioni più dure e autorevoli, il comunicato ufficiale di IKT Norge (l’associazione per l’industria informatica norvegese), intitolato: “La polizia dimostra una capacità di giudizio fallimentare per il settore digitale”.

 

Considerazioni finali

Nella seconda metà della prima decade del nuovo millennio si inizia a intuire più chiaramente quali sono gli interessi in gioco sullo scacchiere della rete. Internet sembra destinata a due principali funzioni: veicolare informazioni, costruire comunità. Le tv e la carta stampata vengono affiancate e in parte sostituite dai social network e dalle piattaforme di streaming,l’industria della musica e dello spettacolo deve confrontarsi con il filesharing, in tutte le sue forme. Di fatto la proprietà intellettuale è costretta a ridefinire il proprio valore monetario e anche il proprio senso.

 

Se si usa Twitter per screditare il governo iraniano, gli Stati Uniti lo appoggeranno come strumento di democrazia, se invece ci si coordinano i riot di Londra dell’estate del 2011, immediatamente si invoca la censura e la mancanza di strumenti legislativi per imbavagliare la rete. Nel 2010 su questa ambiguità giocherà la propria fortuna Wikileaks, un’organizzazione che diffonde in rete documenti riservati, basandosi proprio sull’assunto che una volta posto su Internet un qualche tipo di contenuto, difficilmente potrà essere rimosso.

 

Nel 2006 inizia la crisi di Myspace, ma prendono piede Facebook, Twitter, Youtube. Se si include anche Google,
probabilmente si è menzionato tutto ciò che la maggior parte degli utenti identifica con Internet.

 

Chi vuole venderti qualcosa, ottenere il tuo voto, il tuo consenso o semplicemente la tua attenzione cercherà di inserirsi all’interno della tua comunità o meglio ancora di incarnarla.

 

Quello che finora abbiamo definito hacktivism in qualche modo si adegua. Ogni struttura, A/I compresa, finisce per costituire consapevolmente o meno una propria comunità di riferimento, alla ricerca di contatti con realtà affini. L’hacktivism si sparpaglia per la rete, c’è chi apre la pagina su Facebook, il canale su Twitter, il blog su Noblogs e contemporaneamente anche su Blogspot, la mail su Autistici e insieme su Gmail, carica i video dei cortei su Youtube e le foto su Flickr. Con tutti i vantaggi, i problemi e le contraddizioni che questo comporta.

 

Cit.:<< La vita digitale all’epoca del web 2.0 si è riempita di applicazioni che sembrano indispensabili. Contemporaneamente si è abbassato il livello di comprensione su come funzionano tecnicamente. Su questi aspetti c’è un sacco di lavoro da fare e consapevolezza da far maturare… Preferisco la paranoia e lo scetticismo rispetto al tecnofeticismo dilagante che ormai investe anche oggetti come telefoni, player MP3 e compagnia bella >>.

 

Come nelle migliori operette morali, vorremmo quindi concludere con una massima, presa in prestito da “Un uomo senza patria”, di nuovo del signor Vonnegut: << Le comunità virtuali non costruiscono nulla. Non ti resta niente in mano. Gli uomini sono animali fatti per danzare. Quant’è bello alzarsi, uscire di casa e fare qualcosa. Siamo qui sulla Terra per andare in giro a cazzeggiare. Non date retta a chi dice altrimenti >>.

 

 

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