Informazione digitale e pubblicità: ‘’il paradosso di AdBlock’’

| 29 agosto 2013 | Tag:, , , , ,

AdBlock

”AdBlock (…), una nota estensione per browser che ha lo scopo di bloccare la visualizzazione delle pubblicità presenti sui siti web (…),da qualche giorno sta cercando fondi con i quali finanziare una campagna… pubblicitaria.

Esatto, hai capito bene: chi lotta per liberare il web dai banner pubblicitari, sta cercando soldi per farsi pubblicità, sia online che offline” (…).

Naturalmente, ”per una “nobile causa”: convincere quelle 7 persone su 10 che ancora guardano gli annunci pubblicitari presenti online che è possibile vivere in un mondo senza banner, ovviamente grazie all’ uso di AdBlock”.

 

Eccolo il ‘’paradosso di AdBlock’’, come Davide ‘’Tagliaerbe’’ Pozzi, esperto di web marketing e di pubblicità online, lo definisce in un intervento sul suo blog.

 

Ne pubblichiamo una ampia sintesi perché il paradosso di AdBlock è in realtà il paradosso di tutta l’ informazione digitale, ancora alla ricerca di un modello economico che ne assicuri la sostenibilità.

 

Nel suo intervento Tagliaerbe spiega:

 

A parte alcune rarissime eccezioni il web editoriale, in Italia e all’estero, vive oggi solo ed esclusivamente grazie alla pubblicità, ovvero ai banner sparsi all’ interno di post e articoli.

 

Insomma,

 

nessun editore può permettersi oggi di fare un salto nel buio, di passare da un modello gratuito (finanziato da banner pubblicitari) ad un modello a pagamento (finanziato dai lettori).

 

Dopo aver regalato per anni l’argenteria, dopo aver abituato i lettori a cibarsi gratuitamente di contenuti, ecco che l’editore si trova in una situazione drammatica: è costretto da un lato ad ottenere pageview in tutti i modi (perché quello è il metro di valutazione e remunerazione del web odierno), e dall’altro si ritrova con un esercito di lettori che schivano (e schifano) in tutti i modi i banner: non li vedono, non li cliccano, e spesso usano anche sistemi per farli sparire del tutto dalla finestra del browser (come, per l’appunto, AdBlock).

 

Ora, capisco che moltissimi contenuti pubblicati sul web siano penosi, che non valgano neppure i bit sprecati per scaricarli, che il 90% dei siti web potrebbe sparire dall’oggi al domani e nessuno se ne darebbe pena.

 

Ma la verità è che non ci sono (o quasi) lettori disposti a pagare per quei 4 siti decenti rimasti.

(…)

 

Ora il team di AdBlock se ne esce con questo motto: “We can literally reshape the Internet. Let’s cut out advertising and make it a better place for everyone.”

 

OK, volete rimodellare Internet e renderla un luogo migliore, privandola di ogni forma di pubblicità. Peccato che senza pubblicità l’Internet che utilizzate, e utilizziamo, non camperebbe un solo giorno.

 

Carissimi sviluppatori nudi e puri, che sognate una Rete senza banner, provate a pensare che:

 

Facebook vive grazie alla pubblicità. Non si paga l’accesso al sito proprio grazie al fatto che è sostenuto dalla pubblicità. Non vi piace Facebook? Davvero non siete fra il miliardo e più di utenti iscritti al social network blu?

• Beh, anche Google vive praticamente solo di pubblicità. Con quella ci paga quasi 50.000 dipendenti e decine di migliaia di server. Non vi piace nemmeno Google? Davvero non usate mai il motore di ricerca della grande G? Davvero non avete una mailbox @gmail.com?

• Tutti i maggiori siti di informazione online vivono solo di pubblicità. Davvero non vi capita mai di entrare in un forum per leggere un parere o chiedere un aiuto? O di aprire Corriere.it o Repubblica.it? O preferireste che fossero senza banner ma pieni zeppi di marchette camuffate – pardon, “Native Advertising” – all’interno degli articoli che leggete?

 

OK, penso abbiate capito. In estrema sintesi, vi rimane giusto Wikipedia: divertitevi con quella.

 

 

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