Il ‘’miracolo’’ di Upworthy, il successo non è legato alla quantità

| 17 dicembre 2013 | Tag:,

Upworthy

Due anni fa Upworthy non esisteva. Oggi ha più di 80  milioni di visitatori unici ogni mese. Un dato gigantesco rispetto a quelli di testate come il Washington Post e il New York Times.

 

Non è il primo ad avere questi dati di traffico impressionanti – osserva Ezra Klein  sul sito del Washingtonpost -. Yahoo, Buzzfeed e l’ Huffington Post stanno su un livello analogo. Anche Business Insider, il gruppo Gawker, Vox Media e Mashable sono riusciti a raccogliere un pubblico enorme partendo da zero.

Ma Upworthy è diverso.

 

Lo dimostra questa tabella (via Newswhip):

 

upworthy2

Nel novembre del 2013, l’ Huffington Post ha pubblicato più di 18.000 articoli. Il Washington Post quasi 7.000. Buzzfeed e Business Insider ne hanno pubblicato entrambi più di 3.000 e Gawker più di 1.000 .


Upworthy ha pubblicato solo 250 articoli. E nessuno di essi era stato prodotto da loro. Li hanno recuperati sul web. E, per usare un Upworthismo, i risultati lasciano a bocca aperta:

upworthy3

Il modello del successo di Upworthy è stato l’ uso di un numero di persone inferiore rispetto a quelle impiegate dalle testate tradizionali per realizzare una quantità molto maggiore di contenuti. Upworthy utilizza pochissime persone per creare pochi contenuti e per fare un lavoro di curation molto limitato.

 

” I nostri curatori spulciano centinaia di video e di immagini ogni settimana, cercando quei 5-7 servizi che secondo loro saranno super-condivisi”, spiega l’ azienda. “Non è un errore di battitura: paghiamo persone a tempo pieno per scegliere e  curare 5-7 cose a settimana”.

 

Una ragione per cui Upworthy limita gli articoli prodotti è che è concentrata sul traffico proveniente da Facebook , e Facebook limita la quantità di contenuti che un editore può pubblicare. Infatti vengono penalizzati i soggetti che pubblicano troppi contenuti. E quindi un editore che fa molto leva suj Facebook come Upworthy ha chiaramente dei rendimenti marginali inferiori rispetto a quelli di un editore tradizionale che punta soprattutto sui visitatori della sua homepage. (Questo è un modo in cui le regole (in evoluzione) che reggono Facebook potrebbero influenzare i meccanismi editoriali in futuro . )

 

Detto questo , siamo in un periodo in cui le visite ripetute della home page sono molto meno importanti della viralità su Facebook . La lezione del Web sociale è che in termini di traffico – il traffico non è l’ unica metrica di cui gli editori dovrebbero preoccuparsi, ma è comunque importante – un articolo che fa viralità vale centinaia di articoli che non la fanno.

 

Gli editori si sono chiesti continuamente il perché della diminuzione del rendimento quando si pubblicano troppi contenuti. La questione del successo di Upworthy forse può dare una risposta. Forse il tempo impiegato per produrre migliaia di articoli, molti dei quali attirano pochi lettori, sarebbe stato utilizzato meglio per produrne la decima parte ma con un alto tasso di viralità. Delle aspettative minori sulla quantità della produzione dà  ai giornalisti più tempo per trovare delle storie particolarmente interessanti e fare quindi dei titoli sorprendenti.

 

Almeno così dovrebbe essere in teoria. E così la pensano sicuramente i giornalisti. Ma Upworthy non sta facendo questo, non sta dando ai collaboratori del tempo per produrre contenti che potrebbero avere viralità. Sta dando loro un sacco di tempo per trovare dei contenuti già esistenti, che avranno sicuramente un alto tasso di viralità. Se si vuole trovare qualcosa che andrà alla grande su Facebook il tempo utilizzato per trovare qualcosa che già esiste sarà probabilmente molto più efficace di quello utilizzato per creare qualcosa da zero. (…)

Il successo di Upworthy dimostra che se si può costruire un processo che assicura un successo virale, la quantità è molto meno importante di quanto in generale i media pensano che sia. Il problema è se gli editori tradizionali che stanno creando più contenuti originale possano concretamente innescare un tale processo – e, viste le difficoltà che ciò potrebbe comportare, se converrebbe farlo.

 

 

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