Il Chicago Sun-Times e il fotogiornalismo: ma il tocco dell’ ‘’artista’’ non si può insegnare

| 4 giugno 2013 | Tag:, , , , , ,

fotoreporter Dopo aver liquidato in blocco la sua struttura fotografica, licenziando 28 fotoreporter, il Chicago Sun-Times sta progettando di sottoporre i suoi redattori a un training sui principi di base della fotografia con gli iPhone. Lo segnala Poynter, spiegando che il direttore del giornale, Craig Newman, ha annunciato che nei prossimi giorni tutti gli addetti editoriali della testata cominceranno ad aggiornarsi per ‘’produrre il contenuto di cui abbiamo bisogno’’.

 

Intanto, in un post sul suo Buzzmachine, Jeff Jarvis interviene sulla vicenda analizzando quello che c’ è di giusto e di sbagliato nella decisione del giornale. Spiegando che il giornale avrebbe dovuto aggiornare il ruolo dei fotografi e non eliminarli del tutto. Perché alla fine, senza quel ‘’fotografo stellare che può fare ciò che voi e io non potremmo mai fare, quello che vede il mondo in modo diverso, che non ha paura di ficcare il naso e l’ obbiettivo nel cuore di un’ azione’’, non si potrà mai cogliere l’ emozione profonda di un evento.

 

SBAGLIATO: Le immagini sono più importanti che mai. Internet ci impone praticamente di includere una foto in ogni post. Su Google+ i post senza immagini sono poco apprezzate. Questa settimana nella scuola di giornalismo in cui insegno, il preside ha spiegato che ogni pezzo che pubblichiamo deve essere illustrato.

 

GIUSTO: Non ci sono mai stati tanti fotografi come ora. Ognuno di noi scatta foto con i cellulari e le condivide con tutti, compresi i direttori dei giornali. Le notizie non aspettano che arrivi un fotografo ufficiale della redazione fotografica per mostrarsi. Non c’ è bisogno che un singolo episodio venga ‘catturato’ da centinaia di obbiettivi diversi.

 

JarvisMa, secondo Jarvis,  il giornale ha fatto male quello che era giusto fare. Sarebbe stato meglio modificare i compiti del reparto fotografico o dei singoli fotografi.

 

Proprio come il cronista non fa più tutto da solo – è un lavoro collaborativo il suo – e si concentra soprattutto sul  valore da aggiungere ai flussi di informazione che già esistono, così il fotografo dovrebbe costruire delle nuove relazioni con il nuovo ecosistema iconografico.

 

Dovrebbero puntare a ottenere le foto migliori per la loro testata se loro non riescono a scattarle. Per molto tempo questo lo hanno fatto, e attualmente hanno anche più modi per farlo. Dovrebbero diventare esperti nella raccolta di foto del pubblico per scoprire che cosa hanno raccolto eventuali testimoni delle notizie. E dovrebbero coltivare dei dilettanti per insegnare a scattare al meglio. Dovrebbero aggiornare ogni redattore e ogni fotografo amatoriale per aiutarli a catturare notizie al meglio delle loro capacità.

 

Il reparto fotografico dovrebbe dotarsi di strumenti in grado di individuare persone che stanno nel luogo dove c’ è una notizia e di chiedere loro di scattare quello che serve per illustrare una vicenda (roba ovvia: l’ immagine di un edificio che è stato venduto, per esempio, oppure quella di un’ altra dannata tempesta di neve).

 

I fotografi invece – gli esperti, i professionisti, gli artisti – dovrebbero andare dove possono realizzare il massimo del valore aggiunto, catturando  immagini che amatori e cronisti non possono raggiungere e spingendo più in alto gli standard della loro testata.

 

Questo è quello che il Sun-Times ha appena perso, osserva Jarvis: quel fotografo stellare che può fare ciò che voi e io non potremmo mai fare, quello che vede il mondo in modo diverso, che non ha paura di ficcare il naso e l’ obbiettivo nel cuore di un’ azione.

 

Quando ero un giornalista alle prime armi a Chicago Today, nel 1973  – ricorda Jarvis – il direttore, Milt Hansen, chiamava i nostri fotografi ‘’Lensmen Dauntless’’ (‘’Lensmen coraggiosi’’, da una serie di fumetti e film di fantascienza, ndr) e dava a ciascuno un soprannome, come per esempio, Fearless Frankie Hanes (‘’Frankie Hanes senza paura’’, ndr). Sono andato a seguire con Frank per il giornale degli scontri e lui mi ha insegnato e protetto anche se rischiava la testa per ottenere l’ immagine migliore. Nessun giornale potrebbe chiedere a un dilettante o a un redattore di farlo.

 

Intendiamoci, stiamo insegnando a tutti i nostri studenti alla CUNY come scattare le foto migliori. Il mio collega che cura il corso riconosce che ora c’ è una necessità ancora maggiore di un training di quel genere. Che è una cosa buona e giusta.

 

Ma è difficile che i reporter a cui viene insegnato come ascoltare, analizzare, fare domande, prendere appunti e cercare testimoni ed esperti, riescano anche a catturare l’ emozione, lo stato d’animo, il feel, il punto di vista speciale di un evento. Oh certo, si può insegnare loro a fare una foto decente di un ragazzo su un podio o un edificio con il sole al posto giusto.

 

Ma forse abbiamo raggiunto il limite di quello che ci si dovrebbe aspettare da un giornalista: mostri-a-otto-braccia, come diceva un mio studente, che fanno tutto quello che un giornalista dovrebbe fare più a scattare foto, più prendere un video, più registrare l’ audio, più pietire qualche dato e più sapere di impaginazione.

 

Certo, hanno bisogno di saper fare ognuna di queste cose, ed è per questo che insegniamo loro quelle pratiche. Ma tutte queste cose assieme? In una volta? Non senza aiuto. Non senza gli esperti, i professionisti, gli artisti, conclude Jarvis.

Ecco, non senza, i ‘’lensmen coraggiosi’’.

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