Social media e visualizzazione, due dei tanti approcci al giornalismo digitale secondo Poynter

| 13 marzo 2012 | Tag:, , , ,

 

Da una parte i social media come mezzo di amplificazione della notizia, come luogo in cui, col passare del tempo, le notizie necessariamente passeranno sempre di più. Dall’altra parte l’ abilità di raggiungere un pubblico più ampio tramite un linguaggio differenziato e diretto: infografica, video e immagini.

Sono due dei tanti nuovi approcci al giornalismo promossi dall’ innovazione tecnologica nel campo dei media.

Sono rappresentati da Anthony De Rosa, social media editor di Reuters, e Gabriel Dance, Interactive editor del Guardian. Li sintetizza Andrew Beaujon, su Poynter Online, prendendo spunto da due articoli apparsi su Digiday e Fast Company.   

—– 


How two digital journalists approach their jobs

di  Andrew Beaujon*

(Poynter Online)

 

 

Mettiamo per un momento da parte i due schermi su cui funziona TweetDeck (una applicazione per la gestione degli account di Twitter e Facebook)  e i 40 account che gestisce e la sua abilità nell’ individuare inganni dietro le schermate: il social media editor di Reuters, Anthony De Rosa, che Saya  Weissman descrive in questo profilo su Ditalday, non è soltanto un Twitter Monkey (un Twitter-dipendente, ndt).

 

“I social media sono il luogo in cui ognuno ha, immediatamente, a disposizione le notizie di suo  interesse”, egli afferma. “Sinceramente, col passare degli anni tutti i redattori, e molti già lo fanno, utilizzeranno i social media come luoghi in cui raccogliere informazioni. Io sto concentrando molta della mia attenzione su questo mezzo, ma, col passare del tempo, non è che ci veda nulla di particolarmente nuovo e originale”.

 

 
Essendoci tante piattaforme diverse, De Rosa si è concentrato soprattutto sulla crescita di pubblico piuttosto che quella di traffico: “Ritengo che probabilmente il traffico sia uno dei parametri meno importanti per valutare quello che stiamo guadagnando con i social media”

 

Su Fast Company invece David D. Burstein racconta come Gabriel Dance, interactive editor del Guardian, sia passato dall’  informatica al giornalismo. E di come sta cercando di coniugare il taglio popolare del giornale con la sua presenza digitale:

 

“Il Guardian è orientato a un’ agenda che rappresenta e coinvolge gli interessi dell’ uomo comune”, dichiara Dance. “Il nostro obbiettivo per quanto riguarda i progetti interattivi è di riuscire a rappresentare il sottorappresentato.” Quando il Guardian prepara un lungo articolo di approfondimento, su qualsiasi argomento o problema, non riesce ancora a renderlo fruibile per tutte le fasce di lettori, anche per quelli che non sono ancora in grado di afferrarlo. E questo, secondo Dance, significa che si sta trascurando una parte di quel pubblico che invece il Guardian vorrebbe raggiungere.

 

Quindi: video, grafici interattivi, cose belle come questa. Il caporedattore del Guardian Janine Gibson fa partecipare Dance a tutte le riunioni di redazione: “Perché alle riunioni dovrebbero partecipare solo quelli che scrivono?” Ma gli altri come la prendono questa decisione?

 

Dance è convinto che, anche se alcuni non ritengono il suo lavoro come “vero giornalismo”, tutto ciò cambierà. “Quando cominciò l’ epoca del fotogiornalismo, si discusse tanto se i fotoreporter  fossero veri giornalisti. Oggi nessuno direbbe che non lo sono: è solo che fanno il loro mestiere con una macchina fotografica. L’ unica cosa che interessa è fare giornalismo. E io lo faccio con l’ editor TextMate e con JavaScript “.

*Andrew Beaujon collabora con Poynter Online. E’ stato direttore artistico a TBD.com e managing editor del Washington City Paper. 

(a cura di Claudia Dani)

 

I commenti sono chiusi.