Fotogiornalismo, Sandy su Instagram. Che ne pensano gli animali dell’ uragano?

| 1 novembre 2012 | Tag:, , , , ,

L’ uragano Sandy è stato utilizzato anche come un grande palcoscenico. Dai manipolatori  di immagini e persino da veri e propri mestatori. Fra di essi, e ha fatto scalpore, anche un consulente elettorale di un candidato repubblicano al Congresso Usa. Ne  hanno parlato a fondo Forbes   e Buzzfeed, mentre  Mashable ha dedicato un pezzo alle 7 foto false che hanno impazzato sui social media. Un’ analisi analoga è al centro di un lungo articolo su Hyperbate.fr.

Ma è particolarmente interessante la riflessione che Olivier Beuvelet  fa, in un saggio su Culture visuelle, sul ruolo di  Instagram.

 

Ruolo nella costruzione della percezione dell’ urgano letto attraverso le quasi 380.000 immagini raccolte da Statigram. L’ autore spiega che più della pretesa oggettività giornalistica, del ‘’questo è quello che è accaduto’’ proprio del fotogiornalismo tradizionale, le foto raccontano soprattutto il ‘’io c’ ero’’.

 

Un discorso visuale che, spiega l’ antropologo, ‘’ non cerca affatto di far concorrenza al giornalismo, se non nell’ anima dei giornalisti stessi, e che, cosciente dei limiti del proprio punto di vista, testimonia soltanto una tessera di tutto l’ avvenimento, porzione che, associata alle altre, riflette un insieme forse più ‘’onesto’’ delle foto, per esempio, della France Presse che attribuisce 1773 documenti a Sandy su New York e soli 38 a Sandy ad Haïti…’’

 

Pubblichiamo la traduzione di tutta la seconda parte del saggio – Sandy sur Instagram : du “ça a été” au “j’y ai été” ! (voyez par vous-mêmes) – , anche alla luce della presenza sempre più rilevante di Instagram in campo giornalistico.

 

Sandy sur Instagram : du “ça a été” au “j’y ai été” ! (voyez par vous-mêmes)

di Olivier Beuvelet

(Culture Visuelle)

 

(…..)

 

La fotografia giornalistica, in un contesto industriale in cui può essere difficile stabilire rapidamente delle reputazioni in grado di garantire l’ informazione, è venuta attestando sempre di più la veridicità del racconto attraverso l’ intermediazione di questa meravigliosa illusione di presenza legata al principio del “ça a été”. Voyez par vous-mêmes ! (Questo è quello che è accaduto. Lo potete vedere  voi stessi!, ndr).

 

Erwan François ha mostrato recentemente la dimensione assurda di questo fenomeno, parlando letteralmente di un giornalismo di facciata, in cui si vede un cronista andare sul posto, davanti alla facciata di un palazzo, per dare una informazione che non ha niente a che vedere con la sua presenza, ma che da questa presenza sembra ottenere una sorta di attestazione, almeno sul piano astratto.

 

Questo voyez par vous-mêmes ! ha trovato la sua forma ideale nell’ invenzione delle piattaforme di condivisione di immagini e in particolare nell’ offerta di Instagram, che io dividerei in due caratteristiche essenziali: la diretta e i filtri, che certo possono combinarsi assieme, ma che assumono ciascuna una dimensione del fotogiornalismo, la presenza e l’ espressione soggettiva.

 

– La possibilità che offre Instagram di pubblicare le proprie fotografie  in diretta su un sito molto frequentato, con una indicizzazione molto precisa, ne fa, lo si è visto a più riprese, un concorrente serio delle catene di informazione Live, così come dei siti web dei giornali, che stanno adottando sempre di più questo sistema di diffusione.

Meglio ancora, un fotogiornalista del Newyorker, che era a New York come inviato special per il passaggio di Sandy, si è messo su Instagram per diffondere le sue immagini, che sono state riprese poi sul sito del Newyorker come delle fotografie giornalistiche classiche. Il “io ero lì’’ ha ora una nuova forma che fa a meno degli intermediari…ou pas.

 

– Il filtro, da parte sua, offre un’ altra dimensione, che i fotografi professionali qualificano come una forma di pigrizia, di eccessiva facilità, di non creazione… Riformulando così di fronte agli Instagrammer quello che i pittori dicevano dei fotografi nel XIX secolo: ma così nessuna fatica, è troppo facile! Il filtro, al contrario, è l’ elemento del lavoro soggettivo del soggetto immaginante, nella misura in cui testimonia di una scelta, nasce quindi da una decisione etica (inclusa quella di utilizzarli a seconda delle circostanze) e porta la traccia di una emozione, di una intenzione, di un gusto, propri. Essi incarnano e svelano in maniera ostentatoria (a volte grossolana oppure troppo sostenuta ma sempre ‘’onesta’’) una intenzione estetica che non era assente dal lavoro dei fotoreporter ‘’oggettivi’’ (alcuni Premi tengono conto implicitamente dei criteri estetici), ma che piuttosto era repressa, nascosta.

 

Sempre a proposito di Instagram alcuni parlano di un “giornalismo dei cittadini” e vedono nella rete sociale il mezzo di una riscoperta dell’ esperienza comune, come testimonia Kevin Systrom, il fondatore di Instagram, i cui obbiettivi erano stati raccolti in questo articolo di Aurélien Viers : “ ‘’Utilizzeremo la rete per permettere più esplorazione e più comunicazione’’. Per esempio per mettere anche il nostro zampino nel processo di crescita di testimonianze grezze’’, precisa il giornalista.

 

Piuttosto che di ‘’giornalismo’’, termine che suppone un rapporto verticale fra un diffusore che ha i mezzi per andare sul posto per affermare che ‘’questa cosa è accaduta’’ con tutta la sua autorità, e un recettore multiplo e ricettivo, condannato al silenzio e al raccogliemento davanti al mutismo del suo foglio di giornale, è meglio parlare di una condivisione di esperienza che si fa in maniera orizzontale e pubblicamente, in un solo luogo, in un flusso molto diversificato che manifesta una cosa essenziale: non è il fatto che viene mostrato, ma è la propria partecipazione, nei vari modi, a quel fatto.  Al “ça a été” subentra il “j’y ai été”… o “j’en ai été” (all’ ‘’questo è quello che è accaduto’’ subentra il ‘’io c’ ero’’…).

 

E’ in ogni caso ciò che lo studio (da approfondire) di questo corpus mi ha consentito di constatare.

Seguendo il tag #hurricansandy sul sito Statigram, si può constatare che sulle 379.145 immagini pubblicate, numerose sono quelle che non mostrano all’ avvenimento, come segnala d’ altronde Jean-No in questo post. Di fronte alle immagini ufficiali della stampa, molto minuziose e drammatiche, quelle delle reti sociali sono più spesso ‘’false’’ (ammesso che esistano delle immagini vere), oppure in ogni caso sono dei fakes facilmente identificabili e umoristici. Ma non solo! Ed è certamente possibile che il criterio giornalistico della veridicità obbiettiva delle immagini non sia impiegabile, o sia anzi inappropriato, in questo caso.

 

I giornalisti si sentono  sommersi da questa fioritura di immagini non professionali… ma non è che gli amatori vogliano prendere il loro posto, non è che quel posto li interessi più di tanto… lungi dal voler dar conto dell’ avvenimento, gli Instagramers sembrano voler dar conto della loro esperienza… e della loro presenza  … e quindi della loro esistenza… questo fenomeno ignora qualsiasi intenzione giornalistica e al contrario sembra più vicino all’ arte e alla poesia.

Ma pare che i giornalisti, e soprattutto i fotogiornalisti, siano i più inquieti davanti a questo fenomeno creativo multiforme e multipolare… Strano…

 

Vediamo se questi ‘’giornalisti cittadini’’ li imitano davvero…

Si può notare prima di tutto l’ esistenza di tag che danno il tono su cui Sandy, una vera catastrofe naturale, è stata percepita: #hurricaneparty, piuttosto festaiolo, o ancora #hurricanefood, che sembra aver scelto di concentrarsi su quello che si mangia durante un urgano, o ancora #hurricaneclub, breakfast club in tempi di tempesta… Si vede molto facilmente che, malgrado l’ asprezza dell’ avvenimento, è la sua percezione soggettiva e ‘’dialettale’’ ad essere rappresentata prima di tutto in questa abbondanza di immagini, tuttavia, se questo punto di vista permette di comprendere il rapporto di ciascuno con l’ avvenimento in una maniera franca e diretta, la stessa enorme quantità di immagini, attraverso la mo molteplicità degli approcci, ci mostra meglio di qualsiasi onnisciente giornale narratore la complessità dell’ avvenimento e il limite dell’ oggettività giornalistica.

 

Piuttosto che pretendere un “questo è quello che è accaduto”, il modesto ‘’io c’ ero’’ dei partecipanti dà nel ribollire stesso delle cose un’ idea di quella che potrebbe essere l’ insieme di racconti dell’ avvenimento. A partire da quello che mostra Statigram, è possibile fare una piccola tipologia degli Instagram in funzione delle differenti intenzioni dei soggetti coinvolti (sujets imageants), per dare una visione corale dell’ avvenimento.

 

 

1) Immagini di danni

 

Le immagini dei danni sono quelle maggiormente presenti sotto il tag #hurricanesandy, e possono essere divise in più categorie. Quelle ‘’sincere’’, senza filtri o quasi; quelle ‘’estetizzate’’, con l’ uso di filtri e ricerca esplicita di effetti; quelle ‘’sinottiche’’, con più immagini in un solo riquadro; e infine quelle “io c’ ero”, con una persona in posa/in azione in mezzo ai danni (qui c’è una combinazione di due) :

 

 

 

2) Immagini di testi ironici (di sfida) o che richiamano l’ attenzione 

 

I testi esprimono molto concretamente una attenzione o una sfida, oppure trasmettono una informazione, puntano a testimoniare la propria presenza, il proprio coraggio e solidarietà, o altro…

 

 

3) Immagini dell’ immaginario catastrofico

 

Sono quelle spesso esagerate, a volte scherzose, come quelle degli squali, e mischiano le varie forme di pericoli globali che popolano l’ immaginario Americano… o giapponese… non importa. E’ un modo per lanciare una sfida ironica ai media tradizionali, che premono al massimo sulla drammatizzazione…

 

E’ vero che la catastrofe era realmente impressionante e grave, ma il racconto mediatico è talmente opprimente che le reazioni ironiche e umoristiche sembrano voler denunciare la sua dinamica imperiosa… e offrire un mezzo per stemperare l’ angoscia diffusa dalla televisione…

 

 

 

4) Immagini di quello che ne pensano gli animali

 

Sempre nello spirito di testimoniare la propria presenza e di esprimere il proprio pensiero, alcuni instagrammer personificano il loro animale domestico per prestare loro la propria emozione… inquietudine o indifferenza stoica…

 

 

 

5) Immagini dei ‘’sé’’ e di come hanno reagito all’ avvenimento  

 

Questa tendenza è molto frequente prima e durante l’ avvenimento: utilizzando appieno le capacità dell’ immagine, i soggetti si mettono in scena per esprimere una reazione indirizzata verso gli altri, utilizzando qui i codici mimici del cinema… inquietudine, esaltazione…

 

 

 

6) Immagini metonimiche  

 

Le immagini metonimiche mettono in scena un aspetto della ‘’sopravvivenza’’ durante l’ avvenimento, che viene così designato dall’ effetto che provoca in coloro che ‘’c’ erano’’… alimentazione particolare, tavolette di cioccolato o zuppe con quello che è rimasto in casa, illuminazione con le candele, preparativi alla vita acquatica!

 

 

* * * * *

 

In sintesi, la serie potrebbe continuare e sarebbero possible varie altre categorie tanto l’ offerta di immagini è immense e diversificata… il mio scopo era mostrare che piuttosto di una pretesa oggettività nei confronti dell’ avvenimento, questo ‘’giornalismo dei cittadini’’, cosi come si offre prima di essere ripreso e commentato dai media classici, si manifesta soprattutto come un ‘’io c’ ero’’, cioè ‘’io ho partecipato all’ avvenimento, l’ ho vissuto, sulla mia pelle, nel mio sguardo, nel mio cibo, nelle mie sensazioni, nel mio quotidiano o nel mio animale domestico’’…

 

Lo potete vedere voi stessi!

 

Discorso visuale che non cerca affatto di far concorrenza al giornalismo, se non nell’ anima dei giornalisti stessi, e che, cosciente dei limiti del proprio punto di vista, testimonia soltanto una tessera di tutto l’ avvenimento, porzione che, associata alle altre, riflette un insieme forse più ‘’onesto’’ delle foto, per esempio, della France Presse che attribuisce 1773 documenti a Sandy su New York e soli 38 a Sandy ad Haïti…

 

L’  “io c’ ero” che svela l’ uso più facile e più democratico della fotografia grazie alla tecnologia digitale e alla sua estensione ‘’sottomediatica’’, grazie alle reti sociali dedicate, come Instagram, in cui l’ estetica narrativa si associa alla diretta informativa, questo ‘’io c’ ero’’, dunque, ritrova qui tutto il suo ruolo e la sua forza soggettiva di testimonianza…

 

Non è più mascherato da un ‘’questo è quello che è accaduto’’ rivolto verso l’ oggetto stesso, ma trova la sua legittimità in una soggettività assunta pienamente… E’ attraverso la messa in scena della sua presenza e la messa in evidenza del dispositivo, è perché si mostra apertamente, che Instagram ha guadagnato la fiducia del pubblico, non perché pretende di mostrare la realtà dell’ avvenimento (cosa che a volte comunque fa) ma perché giustamente si rivendica come testimone…

 

Indipendentemente dal fatto che questa testimonianza sia vera o no, ogni testimonianza può essere messa in causa, questo discorso è nuovo e instaura probabilmente un nuovo rapporto col mondo attraverso la fotografia… che testimonia molto di più della presenza di un soggetto che crea l’ immagine piuttosto che dell’ avvenimento così come viene mostrato.

 

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