Perché non è il caso di mandare qualcuno a Chicago

| 16 febbraio 2012 | Tag:, , , ,

La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni. L’antico adagio descrive perfettamente la piccola storia che gira in questi giorni in alcuni circoli online nostrani, denominata “Manda Tigella a occupare Chicago!”.

In breve, Claudia Vago chiede ai netizen contributi economici per pagarsi viaggio più alloggio, vitto, ecc. a Chicago per 10-20 giorni a inizio maggio.

Rispondendo un commento critico sul suo blog, a questo fatto della stanza d’albergo, Claudia replica: “Non credo che resterò tutto il tempo all’accampamento: io vado per raccontarlo, non per occupare. Cercherò di dormire lì qualche notte, ma mi servirà un post tranquillo in cui rimettere insieme i materiali da pubblicare, ogni giorno, nel sito”. Il punto sembra essere insomma, non l’attivismo di per sè bensì quello di seguire in loco il movimento Occupy e poi produrre (in modo alquanto vago, no pun intended ;) “materiali multimediali che (ne) raccontino l’organizzazione”.

 

Ciò ha dato vita a un tam-tam preventivo alquanto assurdo e controproducente, neppure si trattasse di chissà quale evento storico per la Rete italica. Oltre a vari rilanci del tutto acritici, quasi di ‘default’, non manca chi ci appiccica l’inevitabile etichetta di “futuro del giornalismo”, altri rilanciano frasi ad effetto sulla disintermediazione dell’informazione — con toni che non nascondono acuti di ideologia e auto-referenzialità. Ne esce fuori un quadro dal sapore approssimativo, poco ponderato e tutto sommato superfluo.

 

Pur nel suo piccolo, da anni LSDI (a cui collaborano persone legate a testate tradizionali, dei new media e del citizen journalism, inclusi progetti collaborativi di respiro internazionale) scandaglia sia la Rete sia il mondo dell’informazione per partecipare, documentare e appoggiare i vari “giornalismi possibili”. Questa volta segnaliamo però un caso di giornalismo mancato, non tanto per criticare il progetto in sè, quanto piuttosto perché il puzzle sconnesso, e acriticamente massificato, che ha preso forma in questi giorni danneggia anche quel che di buono c’è nell’ idea stessa. Un guazzabuglio che provoca un rumore di fondo e un pressapochismo che risulta controproducente per l’informazione in generale — e ancor più per il “futuro del giornalismo”, qualunque forma questo dovesse assumere.

 

OWS (Occupy Wall Street) è già fin troppo coperto sui social media (e sul mainstream). Per sua genesi e natura, il movimento OWS è stato (lo sarà anche a Chicago e dopo) uno dei temi che più e meglio usa i social media e internet per farsi sentire, senza filtri e a modo proprio. Basta fare semplici ricerche sul web, nella blogosfera, su Twitter, YouTube o altrove. Gli attivisti hanno prodotto (e producono) una mole incredibile di materiali multimediali. Su Amazon sono disponibili a pochi dollari diversi e-book autoprodotti con documenti originali, riflessioni, resoconti dettagliati. Un libro cartaceo (il cui ricavato andrà tutto al gruppo di New York che lo ha curato) è uscito da poco per OR Books e sta per arrivare in Italia presso un editore molto grosso. Analogamente, pressoché ogni testata mainstream del mondo ha seguito le vicende di OWS finora (e seguirà l’evento di Chicago), spesso e volentieri rilanciandone gli stessi materiali autoprodotti diffusi online, oltre ovviamente ad aggiungervi proprie analisi condivisibili o meno.
C’è quindi bisogno di ulteriori “corrispondenti”? Cosa potrà raccontare Claudia che già non viene diffuso dagli stessi attivisti online? Ha senso creare ulteriore rumore online? Forse l’unica utilità è quella della lingua, ma molto materiale è visuale/multimediale e ormai in Italia tanti masticano un po’ d’inglese (soprattutto fra i netizen), esiste ‘Google translate’, la lingua non è affatto un elemento cruciale.
Esiste un valore aggiunto d’informazione in questa idea? C’è stato forse un ‘furor di popolo (della Rete)’ che ha chiesto a Claudia di fargli da ‘corrispondente’ in loco? Non sembra, oppure se è così non sembra che venga fuori dal suo progetto, che molte persone affermano di voler finanziare un po’ acriticamente. E in definitiva, c’è davvero bisogno di “corrispondenti” dei social media, e non piuttosto di semplici editor o curator, più che mai nel caso della copiosa produzione di OWS (vedi sopra)?

 

Da quanto si legge, poi, la proposta non rientra in un progetto più articolato, tantomeno collaborativo. Claudia scrive di voler “…andare sul posto e da lì assistere direttamente e raccontare cosa succede, vivere la quotidianità del movimento”. In realtà non si nomina alcun progetto di giornalismo collaborativo e/o di portata più ampia. Per fare un esempio, si poteva pensare a un team di lavoro sul fronte italiano che segue eventi e materiali online mentre lei opera sul posto, e poi insieme producono un blog collaborativo, scelgono il meglio di quanto gira online, traducono se/quando serve, gestiscono un account Twitter e/o pagina Facebook e/o spazio su Storify/Storyfull condivisi in cui confluiscono i diversi flussi, rilanciano i commenti degli utenti, sviluppano forum di discussione, e così via. Non si pensa, insomma, alla “curation” di un’iniziativa partecipativa, aperta e “dal basso”, di cui Claudia può farsi un nodo assai utile sul posto, ma pur sempre parte di una progettualità più ampia ed articolata.
Né, altro esempio, si prova a proporre reportage originali, interviste, ecc. a una qualche testata mainstream, onde sviluppare collaborazioni a tutto campo e integrare il giornalismo tradizionale con quello innovativo e sociale online. Come ben sappiamo, simili collaborazioni sono assai utili e proficue per raggiungere il maggior numero di persone al di fuori della Rete, soprattutto nel ristretto panorama editoriale italiano. Né si pensa, altro esempio, a organizzare magari un evento pubblico notturno in una libreria o un locale in centro a Bologna (o altra città) dove avere una postazione internet per seguire live quanto OWS (e Claudia) trasmetterà via internet, con ospiti in loco a discutere, commentare e interagire anche via Skype o simili (problemi tecnici a parte).
Citizen journalism significa anche e soprattutto ampliare la conversazione, fare dibattito, e queste integrazioni tra l’online e l’offline sono di primaria importanza per il ampliare al meglio l’area della partecipazione a tutti i livelli.

 

Il “crowdfunding” è un processo delicato e va considerato molto bene. È un concetto (e una pratica) sperimentale, quasi sconosciuto in Italia, avendo a che fare con il sociale, con le persone, con la condivisione di un’idea e di un progetto. E’ ancor più delicato, nello specifico, quando quest’ultimo viene proposto unilateralmente dalla sua ideatrice e riguarda un ‘prodotto’ assai particolare, il bene-informazione, e per di più online. Chiedere soldi per un progetto editoriale, in un contesto in cui l’informazione online è gratuita di rigore, si avvicina pericolosamente al tradizionale acquisto del giornale in edicola. E nella filiera della proposta in oggetto, diventa ambiguo sostenere “E siete solo lettori, beh, preparatevi a finanziare il reportage del vostro inviato preferito”.
Intanto perché in realtà i lettori non hanno scelto o proposto un bel nulla – semmai il contrario. E poi perché considerarli ancora “lettori passivi”, anziché netizen inter-attivi e coinvolti nei processi editoriali oltre che produttori di contenuti, rispecchia il tipico stile del giornalismo vecchio stampo — che almeno poi però s’incarica di pagare i propri corrispondenti.

Che senso ha chiedere soldi per un simile progetto, senza poi coinvolgere più direttamente i donatori nella sua realizzazione o senza ascoltarne i consigli per risparmiare? Nel senso che non è chiaro cosa otterrà chi finanzia il progetto: notizie in esclusiva, rendiconti giornalieri sull’avanzamento del progetto, possibilità di suggerire temi da coprire? Oppure nulla di tutto ciò: finanziamento puro e semplice? La trasparenza gestionale e la chiarezza di base sono cruciali. Non a caso, esempi analoghi come Spot.us in USA e, in parte, YouCapital in Italia, sono denominati “community-funded reporting” e ricorrono al crowdfunding per proporre inchieste iper-locali, iniziative partecipate, integrate con testate mainstream, organizzazioni non-profit, entità varie, e così via. Vedasi, ad esempio, l’inchiesta con Valigia Blu sulle discariche nel Vesuvio, che si concluse con un videodocumentario ancora sul sito de L’Espresso: completa di interviste, testimonianze, reperti ed approfondimenti, realizzato con i contributi della gente che era direttamente investita da quelle problematiche.

Inoltre, rispetto alle ovvie difficoltà della raccolta-fondi: una cosa è “promettere” quote, come in questo caso, un’altra è raccoglierle materialmente. E tra una “buona intenzione” e sganciare anche un solo centesimo, ce ne corre. Né in questo contesto si intravvedono riferimenti o speranze per un vero e proprio community-funding.

 

Nel complesso riteniamo che, pur con tutte le buone intenzioni, questa iniziativa sia quantomeno affrettata, inutile e controproducente. Né torna d’aiuto per il futuro del giornalismo o per la partecipazione online. E pur se ovviamente ciascuno/a è “libero/a di fare e sbagliare come meglio crede”, l’invito generale è quello di ripensarci e di stare attenti alla schiuma del passaparola online, all’assenso automatico per qualsiasi iniziativa “dal basso” o presunta tale, senza un attimo di riflessione critica. Meglio non sprecare le poche (e preziose!) risorse umane ed economiche del giovane citizen journalism nostrano.

 

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25 Risposte “Perché non è il caso di mandare qualcuno a Chicago”

  1. Elena

    Punto di vista interessante, però non si entra nel merito della persona stessa che ha proposto questa iniziativa. Claudia si è costruita una reputazione su twitter (e non solo), è sulla base di questa fiducia che adesso ha proposto il crowdfunding per Chicago. E immagino che chi ha fatto offerte sappia cosa aspettarsi dal suo eventuale reportage in diretta.

  2. mazzetta

    credo che la critica parta da una prospettiva sbagliata e manchi di cogliere il punto del caso. Chi ha contribuito all’iniziativa di Claudia non lo ha fatto per avere cronache migliori di OWS, ma credo soprattutto per ricompensarla per il lavoro che ha già fatto senza chiedere un soldo a nessuno. Per questo a me se anche Tigella dormisse in prima classe non importerebbe nulla. Ed è anche per la mancata comprensione di questo non insignificante dettaglio che mi pare che questo pezzo come altri che ho letto in rete, a cominciare dai tanti sul “nuovo giornalismo esticazzi” siano un po’ campati in aria e parecchio fuori bersaglio

  3. robeffo

    A me sembra che Tigella si comporti da twitstar, approfittando della popolarità e dell’affetto dei suoi lettori, per farsi pagare un progetto di lavoro che è nei suoi desideri.
    Non c’è niente di male se i suoi followers/fans la vogliono ricompensare del lavoro fatto. Ma allora perchè non scrivere ‘Regala a Tigella un’esperienza di lavoro a Chicago’?

  4. Bernardo Parrella

    infatti, ognuno e’ libero di chiedere elemosina e/o di farla, agli angoli delle strade o su internet, non e’ il primo ne’ l’ultimo caso (diversi ragazzotti USA hanno chiesto l’obolo sul web per ripagarsi i debiti delle loro carte di credito private o per ristrettezze familiari); ma siamo certi che questo non crei un pericoloso precedente? e’ giusto chiedere (e dare) “ricompense per il lavoro fatto” sotto le vesti di un progetto giornalistico (non mglio dettagliato)? interessante notare (@mazzetta) come “claudia non non lo ha fatto per avere cronache migliori di OWS”… e come (@elena) “si è costruita una reputazione su twitter (e non solo)”: tutte ragioni per cui ora puo’ chiedere soldi, proporre qualsiasi cosa, non e’ l’ichiesta a chicago o altri progetti che contano, inutile spiegare bene, discutere, confrontarsi sui progetti, a che serve? tanto la “fiducia” se l’e’ meritata cosi’, e tutti le fanno l’elemosina a occhi bendati, o guardando dall’altra parte?? bella davvero questa versione del giornalismo partecipativo e dell’internet condivisa in italia….mi sa che tanti altri twitter user nostrani dovrebbero accodarsi velocemente…

  5. Un netizen

    Certe volte mi chiedo, preoccupato, se sia Internet che provoca uno stordimento collettivo.
    Vedo qui un mucchio di gente seria (quoque tu, Berny), giornalisti con i calli alle dita e le suole delle scarpe consumate, che sta qui a discettare di una che, come ha scritto l’unità, “ha raccontato all’Italia, sempre da Busana e sempre su Twitter, le tante rivoluzioni e i tanti movimenti del 2011″ [http://www.unita.it/tecnologia/addio-giornali-inviata-a-chicago-br-ci-vado-con-i-follower-di-twitter-1.382085].
    In pratica po’ po’ di giornalisti che si stanno facendo catechizzare dalla Ilaria Alpi in pantofole e Wifi, una novella Oriana Fallaci che ha girato il mondo da Busana di sotto a Busana di sopra.

    Non oso pensare cosa succederà se davvero va a Chicago.
    Preparatevi a sostenere la sua candidatura al Pulitzer. Ma non so se questo vi rendere degni di un suo retweet.

  6. Bernardo Parrella

    @ Un netizen: be’, onestamente c’e’ da preoccuparsi per quanto scrivi tu, invece, sorry ;) qui stiamo disutendo di un progetto d’informazione, appunto, del suo senso e delle sue modalita’, proprio perche’ ci rigurda tutti da vicino, nell’era della partecipazione diffusa; rifiutarsi di discutere nel merito, usando la tabula rasa della fiducia e della massificazione ceca (come le citazioni che riporti), non fa crescere di una virgola la partecipazione online e la creazione di una rete italiana piu’ aperta, condivisa; quello che ci serve sono altre primedonne, altri candidati al pulitzer, altri collettanti convinti, e cio’ solo perche’ usano “bene” twitter, stupendo! un attimo di visione piu’ ampia, articolata e globale, no, eh? vallo a dire ai ragazzi siriani che sono in galera o sono morti per aver usato lo stesso strumento, twitter….

  7. Carlo Gubitosa

    Credo che l’articolo non sia finalizzato al caso in se’, quanto a sollevare la domanda “quale modello di giornalismo partecipativo stiamo contribuendo a sostenere?” Il mio dubbio e’ questo: se Claudia avesse annunciato di andare a fare un servizio sugli homeless anziche’ sui movimenti piu’ esposti del momento, avrebbe avuto lo stesso seguito/interesse/contributo dal pubblico? E se la risposta e’ “no”, siamo sicuri che la “partecipazione” del giornalista non si traduca poi in un semplice blandire il pubblico di massa nelle sue curiosita’ piu’ “monetizzabili”? Quale sistema di partecipazione auspichiamo per gettare luce su problemi rimasti nell’ombra, sostenere le lotte delle minoranze, correggere l’agenda dei media e le sue priorita’, in sintesi per dare “voce a chi non ha voce”, come usava dire nel giro della telematica sociale degli anni ’90? Quindi indipendentemente dalla persona in questione e dal caso in se’, il modello del crowdfunding va comunque analizzato anche nei suoi aspetti meno virtuosi.

  8. Bernardo Parrella

    @carlo: infatti, questo e’ il primo punto della nostra critica, e non abbiamo elaborato in tal senso per brevita’; mi chiedevo anch’io, ad esempio, perche’ non proporre un simile progetto di crowdfunding per parlare dei problemi dei villaggi del ghana o della possbile costruzione un’autostrada nell’amazzonia boliviana — o dei tanti temi parimenti cruciali, anzi questione di vita di morte, a volte, ma che non vanno mai in prima pagina, non “monetizzabili”, i conflitti dimenticati, le voci inascoltate — applicheremmo al medesima “tabula rasa” della fiducia bendata? daremmo soldi a destra e a manca, citando chi usa “bene” twitter ma evitando ogni confronto sulla sua effettiva progettualita’?

  9. Un netizen

    @Berny @Carlo la discussione accademica sui modelli di giornalismo partecipativo possibili è interessante e costruttiva e, non avendo competenze, mi limito a seguire i vostri contributi.
    Il caso specifico, però, mi pare sintomatico di un problema diverso e sottovalutato: l’agenda setting, la dieta mediatica del netizen, quando non sono i media mainstream a farla, è gestita da quelli che Giuseppe Granieri chiamò “Hub informativi” che monopolizzano l’attenzione perchè godono di una alta reputazione.
    Il punto è che, checchè se ne dica, il caso in sè mi pare un esempio lampante di come la rete non abbia affatto anticorpi per evitare di prendere abbagli e spesso l’attenzione si aggrega attorno alla primadonna di turno (anche quando il suo output sono semplici rimasticazioni o fuffa allo stato assoluto) che orienta la sua sottorete in funzione dei suoi interessi particolari .
    E non mi pare questo un caso isolato.
    E se questo è vero, il tentativo di creare un giornalismo partecipativo basato su netizen con una visione piu’ ampia, articolata e globale della mia penso che sia destinato a restare lettera morta.
    My due cent bucati.
    C.

  10. Bernardo Parrella

    @Un netizen: attenzione, qui ci si riferisce a pratiche ed esempi assai concreti, non si tratta di discusisoni accademiche o di citazioni librarie; tutto cio’ va e deve essere ancorato sul territorio, sul reale quotidiano, nel “glocale”, non nella teoria della “nuvola”; altrimenti torniamo all’utopismo dei primi anni ’90, al liberismo massificato, al cyberspazio uber alles, storie che la storia, le normative nazionali, le pratiche dei movimenti e altro hanno dichiarato fallite, di fatto; non volerne tener conto, non mettersi in discussione sul reale, sul concreto, qui e ora (vedi i tweet di tigella in queste ore), significa prestarsi a chiare manipolazioni e strumentalizzazioni, a diventare “icone ideologiche”, ignorando la storia e rischiando di farsi molto male (oltre che far male a chi si fida ciecamente di te) ; e’ questo il pericolo di fondo, piu’ generale, di simili casi; e, bada bene, questo esempio tutto italiano (o qualche altro caso che fa parte del passato storico di internet) non puo’ e non deve esser preso in modo totalizzante, ne’ se ne possono trarre conclusioni complessive, draconiane sulla “lettera morta” di un giornalismo partecipativo basato su pratiche e visioni piu’ ampie; anche qui, basta guardarsi intorno con un minimo di cura: terremoti ad haiti e giappone, primavera araba, global voices, propublica, spot.us, ecc.; non insistiamo con il prosciutto sugli occhi e con l’italietta, please ;)

  11. Sonia

    Finalmente! Con tutto il rispetto che ho per il lavoro di Tigella, ma certe volte non mi spiego proprio come certe iniziative possano avere tutto questo successo. E che cosa ha a che vedere il giornalismo “partecipativo” con il farsi sponsorizzare un viaggio? Avere la curiosità di andare a guardare da vicino un fenomeno e magari condividere le proprie opinioni su Twitter mi sembra una cosa ben diversa da fare “inchiesta”. Però è Tigella, glie li do questi pochi euri, alla faccia di tutti quei freelance che ogni giorno si smazzano per vendere un articolo a qualche testata giornalistica al minimo sindacale. Almeno avesse dato dei gadget in cambio… tipo magliette “OccupyChicago Io C’ero”

  12. Gad

    per GlobalVoices Italia/VociGlobali, ho trovato solo un account con 19 followers. Avrò cercato male. Bernardo Parrella potresti indicarmi quale è la vostra presenza su twitter?

  13. Bernardo Parrella

    quello e’ @vociglobali,usato poco, ma poi ci sono @globalvoices, @GVitaliano, gli altri circa 20 gruppi GV locali, e ancor piu’ (tanto per ribadire il concetto e la pratica ;) la “nostra” presenza e’ nel network GV con circa 500 persone, sui post ripresi altrove, sui social e citizen media di varia natura, sulle discussioni in giro, nonche’ nelle piazze e nelle strade e nelle case di molta gente nel mondo ;)

  14. Bernardo Parrella

    nel senso che, non staremmo mica parlando di tot gente che ti “segue” su twitter o tot “amici” su FB = fama e popolarita’, o “presenza su twitter” come fattore centrale di partecipazione politica, sociale e via di seguito; in altri termini del brand personale o dei circoletti dei vip? o di queste cose tipo #tweetstar, che vedo ora su l’unita’?? (con video intervista a tigella-superstar); a questo siamo ridotti in italia adesso??!

  15. mazzetta

    -Avere la curiosità di andare a guardare da vicino un fenomeno e magari condividere le proprie opinioni su Twitter mi sembra una cosa ben diversa da fare “inchiesta”-

    visto l’esito di tante “inchieste” mi pare una considerazione a favore di Tigella, non per ridere

    secondo me la questione è molto semplice e l’esperienza di Tigella funge solo da catalizzatore per un sacco di voci che si dilettano con il para e il meta-giornalismo, creando un hype del quale fa le spese ingiustamente Tigella, che è diventata notizia e ottimo parafulmine per una serie ridicola di paraculate come non se ne leggevano da tempo

    Tigella che -sicuramente- offrirà da Chicago un punto di vista originale e onesto, che è poi il “valore” che chi contribuisce si aspetta di veder prodotto

    la scelta del “lavoro” invece non mi pare opinabile, non più di qualunque altra
    chi si chiede perché non in qualche altro posto tra i più sfigati del mondo lo può chiedere a chiunque non lavori su quei temi

    infine, godere di stima e credibilità accade e non sempre perché il popolo è bue o perché si circuiscono degli imbecilli, non mi pare proprio ci ritroviamo nei pressi di uno scenario del genere

    la cosa che ferisce di più è comunque l’evidente frustrazione di chi sente offesa la professione giornalistica dal successo dell’iniziativa
    successo peraltro più mediatico che tangibile, perché ha raccolto 2600 euro per coprire le spese di quasi un mese a Chicago, non ha vinto la lotteria e nemmeno si è assicurata la pensione. E nemmeno ha mosso le folle, 260 persone.
    rendersi conto della misura delle cose è bene, prima delirare e di personalizzare inutilmente polemiche assurde

    vogliamo parlare della retribuzione e del comportamento in rete dei giornalisti italiani di fama e meno?
    forse dipende anche dalla qualità di questa offerta se i dilettanti allo sbaraglio hanno lo spazio per stupire chi sta alla finestra

  16. Bernardo Parrella

    @mazzetta: non e’ certo capitalizzare sulle disgrazie altrui che puo’ farci star meglio, o risolvere l’impasse di certo giornalismo, giusto? ne’ fregarsene degli “sfigati” porta energie positive al cambiamento; e la misura delle cose in discussione qui non e’ la cifra ne’ la frustrazione di chicchessia, quanto piuttosto l’interesse a puntualizzare certi dettagli, ampliare il contesto e fornire strumenti di dibattito in senso piu’ ragionato e collaborativo, tutto qua; se poi altri vogliono ridurre tutto al solito buco della serratura da cui ‘vedere o farci scoprire’ il mondo, oppure leggere tutto quello che si e’ scritto qui e altrove in modo affrettato, veloce e superficiale (senza offesa, ovvio ;), beh, no problem, e buonanotte…

  17. Antonio Rossano

    Un altro pericolo che mi sembra esca fuori dalle considerazioni di questo post “critico” è la svalutazione e la credibilità dei media sociali. Il nostro obiettivo, Bernardo in primis, nel pubblicare questo post, non è attaccare una persona, piuttosto sviluppare una discussione sulle modalità e gli obiettivi di questo progetto.
    Esperimenti di “community funded reporting” negli USA come Spot.us, si reggono non sulla estemporanea decisione di un singolo di sviluppare un progetto personale, nè, come nel caso, sulla reputazione personale del/dei preponenti. Torneremmo al vecchio concetto monocratico e mainstream del “chi non è visibile non esiste”. Su Spot.us esistono le community territoriali di cittadini, che propongono progetti da finanziare, insieme con giornalisti, ne discutono, analizzano le possibilità e l’interesse collettivo, dopodichè , il progetto viene publicato per il funding.
    Il futuro del giornalismo, di un giornalismo diverso, non è nel tentativo di omologare i media sociali a quelli tradizionali, ma nel rendere l’interazione sociale protagonista e centrale.
    Per concludere faccio i migliori auguri a Claudia per un viaggio interessante e professionalmente proficuo …

  18. mazzetta

    guardate che anche in Italia esistono esperienze come ProPublica e che c’è una bella differenza tra tirar su quattro soldi per un’inchiesta e trarne reddito per campare. sono due cose molto distanti tra loro che mi pare molti giornalisti facciano fatica a cogliere

    non ho letto in fretta, ho letto un giudizio secondo il quale sarebbe un’iniziativa “affrettata, inutile e controproducente” e mi piacerebbe allora che l’autore spiegasse il motivo di ciascuno dei tre termini, perché buttati lì così non hanno affatto il sapore di una riflessione meditata

    anche perché non conosco lsdi, ma non mi pare si sia scagliata con identico impeto contro una serie di giornalisti puzzoni e disonesti che

  19. Bernardo Parrella

    @mazzetta: abbiamo scritto l’articolone apposta per spiegare i “tre termini”, ci sono state discussioni qui, su FB e in giro: please riguarda il tutto e troverai ben dettagliati i motivi della mia/nostra posizione ;) e se poi non conosci lsdi, l’ovvio consiglio e’ di ripassarti il sito e vedere un po’ come siamo messi, no?
    @antonio: ottimamente detto: “Il futuro del giornalismo, di un giornalismo diverso, non è nel tentativo di omologare i media sociali a quelli tradizionali, ma nel rendere l’interazione sociale protagonista e centrale.” il punto pero’ e’ che, ancora una volta, si sta dimostrando che pochi ascoltano, leggono, riflettono su questi temi, in italia, e allora questo “futuro” resta nelle mani dei soliti noti, i grandi gruppi editoriali e i suoi lecchini, oppure si fragmenta in queste operazioncine da strapazzo su cui (quel che e’ peggio) i diretti interessati non vogliono neppure confrontarsi pubblicamente, altro che ‘interazione sociale protagonista’, meglio starsene al calduccio del proprio circoletto di amichetti (virtuali o meno), e delle video-interviste top-down e andare avanti a testa bassa; tanto poi dell’attivismo concreto, di OWS, degli ‘sfigati’, del giornalismo condiviso e del cambiamento, in realta’, ma chissenefrega: basta che io sia la twitterstar del momento!

  20. Bernardo Parrella

    un paio di settimane dopo questa vicenda, rianimo un attimo la discussione — nel caso improbabile interessi ancora qualcuno e comunque “for the record” — per segnalare al riguardo questa iniziativa, seria e rischiosa, di due bravi ragazzi USA, citizen journalists, anche del giro occupy e anche dopo aver tirato su soldi online, a riprova del fatto che c’e’ modo e modo di impegnarsi per fare informazione pur nell’universo social e aperto di oggi:
    Citizen journalists undertake mission in Syria: ‘Bullets don’t discriminate’
    http://www.guardian.co.uk/world/us-news-blog/2012/mar/05/american-citizen-journalists-syria?INTCMP=SRCH