Otto freelance su 10 in Italia sotto la soglia dell’ indipendenza economica

| 19 maggio 2012 | Tag:, , , ,

Il 78% dei giornalisti freelance è abbondantemente al di sotto della soglia di indipendenza economica ed è nella fascia d’età dai 30/40 anni in su. Chi ha da sempre esercitato la professione riuscendo a vivere di essa è quindi appena il 22% del totale.

E’ il dato più rilevante emerso da un sondaggio (“In quale percentuale gli introiti professionali dei giornalisti freelance incidono sul bilancio reale di mantenimento della famiglia e quali sono le soglie di effettivo esercizio della professione?”) condotto da Ines Macchiarola, attraverso un evento pubblico creato su Facebook.

 

 

 

Dal sondaggio sono emersi questi elementi (il testo è stato ripreso dal blog di Stefano Tesi):

 

1) il 38,8% dei professionisti dichiara, con la propria attività, di incidere sul bilancio familiare tra lo 0 e il 5%. Curioso che ben l’86% risulti essere single e aiutato da genitori e parenti per le spese fisse compreso di alloggio, mentre il 14% dichiara di essere coniugato e di vivere grazie al reddito del coniuge, compreso l’aiuto di genitori ormai pensionati.
2) Il 5,5% dichiara di incidere sul bilancio familiare tra il 18 e il 20%: si tratta di single che vivono di altra occupazione nel ramo della comunicazione.
3) il 17% dichiara di incidere tra il 25 e 30%: di questi, una metà è single aiutato da genitori e parenti per spese di affitto o vive con i genitori, l’altra metà è coniugato e aiutato dai rispettivi suoceri pensionati.
4) il 5,5% dichiara di contribuire nel bilancio familiare per il 50% ed è coniugato all’interno di un nucleo familiare sostenuto da due redditi.
5) il 5,5% dichiara di incidere sul bilancio familiare per il 60%. Si tratta di soggetti single mononucleo che esercitano un’attività compensativa di addetto stampa per aziende pubbliche.
6) L’11% dichiara di incidere per il 100% ed è costituito per la metà da soggetti single mononucleo e monoreddito, e per la restante metà da coniugati monoreddito.
7) il 16,6% invece rappresenta la quota di soggetti che sono giornalisti di nome con un’attività da freelance in start up ed in temporanea perdita.

 

Conclusione: solo l11% dei freelance vive unicamente dei proventi del proprio reddito professionale, mentre l’80% è sono abbondantemente al di sotto della soglia di indipendenza economica e con un’età tra i 30 – 40 anni in su. Chi ha da sempre esercitato la professione vivendo prevalentemente di questa è di fatto è il 22% sul totale, mentre quasi 17% è rappresentato da neo-autonomi in fase di start up e pertanto titolari di un’attività professionale non consolidata.

 

 

Questi nuovi dati integrano, con estrema nitidezza, il quadro che era emerso dal nostro studio sulla Professione giornalistica in Italia, secondo cui, all’ interno del lavoro autonomo (dati 2010),

 

solo il 26% degli iscritti hanno un reddito annuo lordo superiore ai 10.000 euro lordi all’ anno.

In percentuale anzi il segmento di lavoro autonomo o parasubordinato con introiti ‘’medi’’ rispetto alla scala dei redditi del settore si è leggermente ristretta, visto che nel 2000 era pari al 28,1%.

Se si sale nella scala dei redditi, nel campo del lavoro autonomo solo 1 giornalista su 10 denuncia un reddito superiore ai 25.000 euro (10,4%), mentre fra i dipendenti a tempo indeterminato quelli che hanno un reddito superiore al 30.000 euro lordi sono il 66,6%, oltre 6 giornalisti su 10.

Si tratta di un divario che – come dicevamo l’ anno scorso – ‘’il passare degli anni non riesce a colmare e che rappresenta probabilmente il problema più complesso che il sindacato dei giornalisti e lo stesso ente di previdenza, l’ Inpgi, si trova ad affrontare’’.



Il sondaggio dunque spiega bene perché ad essere precaria è anche, e soprattutto, la professionalità del precario, come raccontava analiticamente Chiara Baldi nella tesi di laurea (‘’Due euro al pezzo: inchiesta sul nuovo precariato giornalistico’’) che abbiamo pubblicato in occasione del Festival del giornalismo di Perugia:

 

se un precario guadagna, come attestano alcuni dati, 2,50 euro lorde a notizia, allora come potrà arrivare ad una cifra ragionevole in fondo alla giornata? Semplice, producendo una quantità enorme di notizie di dubbia efficacia.

Essere precari vuol dire anche dover trascurare, per poter mangiare, la propria professionalità. Perché non si potrà sempre cercare lo  scoop né sperare di fare sempre l’ “inchiesta della vita”, poiché per questo servono energie e molto tempo. Tempo che un precario del giornalismo non ha e che deve occupare per una missione ben più importante: guadagnarsi da vivere.

 

4 Risposte “Otto freelance su 10 in Italia sotto la soglia dell’ indipendenza economica”

  1. Stefano Tesi

    Questo è il commento al sondaggio che ho pubblicato sul mio blog http://www.alta-fedelta.info.

    Non sono un fanatico dei numeri e delle statistiche, che fatalmente tendono ad appiattire una realtà di solito assai più multiforme e composita di quanto fanno apparire. Ma i numeri non sono neppure un’opinione: nella loro staticità, qualcosa fotografano.
    E spesso, anziché dimostrare, confermano quanto l’evidenza suggerisce.
    Non è certo da ora, ad esempio, che su questa blog-zine e altrove si segnalano dati allarmanti, per non dire veri e propri si salvi chi può, sull’esercizio del giornalismo nella forma della libera professione. Un’attività ormai da anni in caduta libera di reddito (e quindi di libertà e pertanto di sostanza), i cui praticanti sono sempre più professionisti apparenti che reali. Giornalisti freelance di nome e di titolo, ma poco di fatto, perché non traggono da essa di che materialmente sopravvivere.
    Tralasciamo per una volta le cause, comunque arcinote, che hanno condotto a questa grama situazione. E proviamo a vedere se, al di là delle petizioni di principio e delle grida di dolore, la sensazione della nave che affonda è suffragata anche dai numeri.
    Così, tanto per capire l’effetto che fa.
    E magari accendere il tarlo del dubbio nella mente dei tanti (ad esempio la ministressa Fornero, che vuole elevare le contribuzioni pensionistiche dei freelance per finanziare la riforma del lavoro dipendente, vedi qui) arciconvinti del fatto che, essendo i liberi professionisti, per apriorismo ideologico, dei ricchi gaudenti, essi debbano essere torchiati dal fisco.
    Senza capire che non solo la categoria è stata già spremuta e quindi non ha più nulla da dare, ma anche che la sua consistenza numerica è ormai impalpabile e che un ulteriore giro di vite non farebbe che rendere più rapido il processo di estinzione, già in atto, della categoria. Se il disegno è questo, allora lo dicano e facciamola finita.
    Mi viene in soccorso il sondaggio effettuato poche settimane fa, tramite il gruppo Facebook “Comunicando” da lei coordinato, dell’attivissima Ines Macchiarola, la quale mi ha gentilmente passato i dati – rigorosamente anonimi, va da sé – ricavati dall’elaborazione delle risposte a un suo questionario.
    Non c’è molto bisogno di commenti. Anzi, non c’è bisogno di alcun commento oltre quello che già Ines ha fatto, rilevando che, come si evince meglio sotto, “il 78% dei giornalisti freelance (o dichiarantisi tali, ndst) è abbondantemente al di sotto della soglia di indipendenza economica ed è nella fascia d’età dai 30/40 anni in su. Chi ha da sempre esercitato la professione vivendo di questa è di fatto appena il 22% del totale. Inoltre (particolare importantissimo, ndst), il 17% dei partecipanti al sondaggio è composto da neo-autonomi in fase di start up professionale”.
    Come dire che, considerato il già miserrimo 22% che “campa di giornalismo”, esiste una vasta schiera di giornalisti o quasi tali o aspiranti tali che non ha ancora superato la fase cruciale della selezione imposta dalla combinazione di condizioni di mercato, avversità personali, capacità professionali, carattere individuale, determinazione, buona e cattiva sorte, tutti fattori che incidono profondamente sullo sviluppo della carriera del libero professionista, mettendone continuamente a rischio la sopravvivenza.

  2. Redazione

    Non capisco questo mega commento, Stefano. Il nostro post è relativo proprio al sondaggio di Ines e ho chiarito che i numeri li avevo preso dal tuo blog.

  3. stefanotesi

    Veramente non è un megacommento, è solo il testo del post sul mio blog.
    Visto che il post tentava di interpretare dati che tu hai ripreso qui (citando giustamente la fonte), mi pareva interessante dare ai lettori l’opportunità di conoscere il mio punto di vista, considerato che i dati del sondaggio erano appunto già qui sul sito di Lsdi e che per leggerseli (col mio commento) non c’era quindi bisogno di andare sul blog. Nulla da capire, insomma.

  4. Rina Brundu

    Il megacommento a mio avviso va bene. Almeno Stefano dimostra di avere le idee chiare. Ciò che non capisco è il mood da doomsday. Mi domando, infatti, ma lo status quo non è quello ideale? Finalmente una situazione (seppure imposta dallo stato di crisi) in cui solo il merito e la voglia di lavorare verranno premiati. Fare il freelance non è facile ma spesso tale professione è vista con idealità. Un modo come un altro, infatti, per evitare il lavoro di ufficio. Il lavoro tout court, oserei. Ripeto, finalmente, una occasione storica per dimostrare di che pasta siamo fatti! Guareschi era più prosaico però, lo ammetto… lui si limitava a parlare di “braccia… levate all’agricoltura”.

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