Open Data e ambiente: un matrimonio che s’ ha da fare

| 11 febbraio 2012 | Tag:, , , ,

 

La spinta verso una reale strategia di Open Data presuppone la partecipazione di molti attori per essere effettivamente fruttuosa. È impensabile che la politica da sola possa bastare (anche perché liberare i dati non è sufficiente: per creare valore è necessario utilizzarli). E lo stesso vale per il giornalismo (che a scanso di equivoci non si è ancora speso in tal senso).

di Andrea Fama

 

Più volte è stato ribadito, infatti, che per “liberare” realmente l’Italia è necessario un intervento congiunto sul decisore pubblico che unisca quante più forze possibili tra società civile, categorie professionali e terzo settore.

 

 

E se al gruppo di (d)attivisti si aggiungessero, ad esempio, le rappresentanze di ambientalisti piuttosto che  architetti, ingegneri e geometri?

 

 

LSDI, unitamente alla Federazione Nazionale della Stampa Italiana, ha già affrontato l’argomento attraverso la realizzazione di un dossier sul tema dell’accesso alle informazioni ambientali e la messa a punto di un modello di domanda che chiunque (magari anche un giornalista) può utilizzare per chiedere alle amministrazioni e alle aziende pubbliche copie dei documenti relativi a vicende e problemi di carattere ambientale, che devono essere consegnati per legge e senza alcuna discrezionalità, come prevede la Convenzione di Aahrus del 1998 ratificata anche dall’Italia (qui il testo completo della Convenzione).

 

Per i giornalisti, come per gli attivisti, un Foia ambientale quale è Aahrus costituisce un strumento di inchiesta tanto efficace quanto, forse, ignorato: di fronte a opere pubbliche inquietanti come quelle che minacciano la ricostruzione del post-alluvione genovese, piuttosto che al dissesto idrogeologico di molte zone di Italia, alle emergenze ambientali  o ad appalti edilizi in odore di mafia  e/o di “semplice” negligenza (vedi la Casa dello Studente del L’Aquila), avere accesso agli aspetti tecnici che riguardano la geografia e l’ambiente, la correttezza di determinate procedure (carte tecniche, studi di impatto ambientale, ecc.) e il rispetto degli standard di sicurezza e qualità, consentirebbe non solo di lanciare sospetti e sollevare polveroni, ma di intervenire e chiarire scientificamente la questione.

 

E se le informazioni ottenute fossero “aperte”, allora un buon lavoro di data journalism consentirebbe anche lo sviluppo di opportunità e applicativi davvero partecipativi, oltre che investigativi, in grado di coinvolgere ampie frange della popolazione interessata nel processo di produzione dell’inchiesta, che diverrebbe un vero e proprio strumento “vivo” nelle mani di giornalisti, utenti e cittadini (una decisa evoluzione del sistema binario ‘tu segnali – io indago’ promosso ad esempio da La  Repubblica, che invita i lettori a segnalare i casi ambientali più meritevoli di approfondimento).

 

E per gli architetti, ingegneri e geometri di cui sopra? Per queste categorie, l’accesso a informazioni “aperte” di carattere ambientale, ma anche e soprattutto geografico, faciliterebbe diversi aspetti della professione. La Convenzione di Aahrus, però, non fa riferimento al formato “aperto” dei dati e delle informazioni in questione. La strada da seguire, pertanto, è quella di uno strumento normativo in grado di fondere l’aspetto dell’accesso alle informazioni del settore pubblico con i principi dell’Open Data.

 

Con specifico riferimento all’openness dei dati geografici, un utile contributo lo fornisce Forum PA che, in un’intervista a Giovanni Biallo, presidente dell’Associazione OpenGeoData Italia e direttore del media-web www.geoforus.it, delinea lo scenario dell’Open Data geografico in Italia, evidenziando come questa tipologia di dati sia tra le più scaricate dai siti open dei nostri enti pubblici (vedi Regione Emilia-Romagna e Piemonte) e auspicando ad una maggiore sensibilità in tal senso anche da parte di quelle Amministrazioni che si sono già avviate sulla strada dell’Open Data.

 

Di seguito alcuni stralci dell’intervista.

 

Cosa intendiamo per open data geografici?

 

I dati geografici sono prodotti soprattutto dalle Regioni e, in particolare, sono quelli che vanno a costituire la carta tecnica regionale, il cosiddetto data base topografico, in genere in scala 1:5000 o 1:10000, che è la base per tutte le attività di gestione e pianificazione del territorio. … Questi dati, se qualitativamente validi e aggiornati, hanno un grande valore non solo per gli enti, ma anche per le aziende, i professionisti e i privati. … In questa azione devono impegnarsi prima di tutto le Regioni … Andrebbero poi coinvolti enti nazionali, come il Catasto, l’Istituto geografico militare che produce anche cartografia per uso civile, l’Istituto Idrografico della Marina e il Centro di Informazioni Geotopografiche dell’Aeronautica … e i Comuni.

 

In Italia le Regioni si stanno muovendo in questo particolare settore?

 

In Italia abbiamo una situazione molto diversificata: delle 19 Regioni e 2 Province autonome, alcune (poche) sono orientate all’open data, mentre altre rendono disponibili i dati ma con molte restrizioni d’uso ed altre ancora sono completamente chiuse non solo all’open data ma alla cessione del dato in qualsiasi forma. … Inoltre, anche le Regioni che hanno già avviato l’operazione open data, come il Piemonte e l’Emilia Romagna, sul dato geografico si sono dimostrate carenti. … In Italia l’unico esempio di completa apertura dei dati geografici è la Regione Sardegna, che per prima ha reso disponibile tutto il patrimonio geografico di sua proprietà, libero, scaricabile e con una propria licenza totalmente aperta. Se ne parla poco perché non ha ancora avviato una vera e propria iniziativa open, ma per quanto riguarda la parte geografica è la regione da prendere ad esempio.

 

Quali conseguenze avrebbe l’apertura dei dati geografici su larga scala?

 

In generale si può fare lo stesso discorso che vale per tutti gli altri dati pubblici: la loro liberazione potrebbe concorrere a far crescere l’economia del nostro Paese, grazie al valore aggiunto che diversi soggetti possono generare riutilizzandoli. Per quanto riguarda in particolare il dato geografico, questo ha un grande valore aggiunto prima di tutto per i professionisti. Quando si presenta una richiesta di concessione edilizia si deve allegare lo stralcio della carta tecnica regionale, lo stralcio del piano regolatore e lo stralcio del piano paesistico. Questi dati nella maggior parte dei casi non vengono resi disponibili ai professionisti, per cui si è costretti a recuperare immagini qua e là, utilizzando il salva schermo o qualche pdf. Siamo all’assurdo per cui un architetto, un ingegnere, un geometra ha bisogno di questi dati per poter chiedere alla PA l’autorizzazione a costruire, ma è la stessa PA che richiede dei dati che già le appartengono e che non rende disponibili nel modo giusto. Poi ci sono le aziende private, che dall’open data potrebbero far nascere nuove opportunità di business rendendo allo stesso tempo un servizio al cittadino. … Le aziende che creano queste applicazioni possono guadagnare grazie alla pubblicità e, allo stesso tempo, rendono un servizio utile che la PA non riesce a fare, perché i suoi investimenti vanno in altra direzione, oppure perché non può accedere contemporaneamente a tante banche dati diverse o, semplicemente, perché rendere questo tipo di servizio non è il suo obiettivo primario.

 

Quindi parliamo di un utilizzo professionale, ma anche di un uso di servizio per questi dati…

 

Sì, ma posso fare anche altri due esempi di utilizzo, uno del tutto particolare, legato alla gestione delle emergenze, l’altro tipicamente commerciale. Nel primo caso avere il dato disponibile in linea può essere un aiuto per accelerare i tempi di intervento e gestire velocemente l’emergenza. In caso di calamità, come un terremoto o un’alluvione, se i dati fossero direttamente downlodabili qualsiasi operatore – la protezione civile, ma anche gruppi di volontari e squadre di soccorso che arrivano da varie regioni – avrebbe subito la cartografia a disposizione.

Per l’esempio esclusivamente commerciale, invece, vorrei citare il geomarketing, ovvero la possibilità di studiare il territorio per ottimizzare delle azioni commerciali in funzione della presenza di un certo tipo di popolazione e di esigenza.

 

Cosa serve in Italia per fare il salto di qualità?

 

Prima di tutto bisognerebbe rivedere alcuni vecchi decreti regionali, risalenti a 10 o 15 anni fa, che impongono tariffe di pagamento per la cessione a terzi della cartografia. … Bisogna poi vincere la resistenza da parte dei responsabili dei sistemi informativi a cedere le informazioni in maniera effettivamente open, rinunciando finalmente a una serie di regole che limitano non tanto il download quanto l’uso concreto del dato.  Infine, i dati vanno resi in formati e strutture che li rendano realmente utilizzabili. Non serve pubblicare la tavoletta di una singola zona in forma digitale, come se si trattasse ancora del vecchio prodotto cartaceo. C’è bisogno che la regione venga restituita per livelli orizzontali: tutte le strade di tutta la regione, tutti i fiumi, tutto l’edificato, e così via. Il dato in questo formato già esiste, perché è così che viene lavorato all’interno dei sistemi informativi regionali. Bisogna solo renderlo disponibile a tutti.  C’è, infine, il discorso sulle licenze d’uso. Perché non usare ovunque le licence creative commons, che sono tradotte in tutte le lingue e sono riconosciute a livello internazionale, invece di crearne di nuove? Per concludere, non bisogna dimenticare l’azione governativa: a livello europeo si stanno portando avanti iniziative concrete per la promozione dell’open data e anche in Italia la strada sembra ormai aperta. Bisogna continuare il percorso avviato e coinvolgere tutte le Regioni e tutti gli altri enti che possiedono i dati se vogliamo davvero vedere la nascita di un nuovo modello operativo OpenData della PA italiana.

 

 

 

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