”Mamma!”, una strada grafica al giornalismo

| 16 febbraio 2012 | Tag:, , ,

Trecento abbonamenti per sopravvivere. Mentre il web e in particolare, dal nostro punto di vista, il giornalismo digitale si interrogano sui cosiddetti modelli di business per sopravvivere, anzi per vivere felici in barba alla sempre più grande crisi dell’ editoria analogica, c’ è una piccola isola editoriale nel panorama nazionale,  dove  i modelli di business interessano il giusto,  e dove si tenta di introdurre e realizzare  un modello di giornalismo nuovo e antico allo stesso tempo: il giornalismo a fumetti. L’isola in questione è posizionata su di una rivista  cartacea con propaggini web che si intitola Mamma! (col punto esclamativo), e fa capo a due pionieri del giornalismo del terzo millennio che si chiamano Mauro Biani e Carlo Gubitosa.

Proprio con quest’ultimo: scribacchino cialtrone, sedicente ingegnere, appassionato di cause perse e tecnofilo cronico, come si definisce lui stesso sulla sua pagina facebook, abbiamo fatto una chiacchierata.

 

a cura di Marco Renzi

 

Come nasce Mamma! ?

Carlo Gubitosa  – La genesi di Mamma! è stata una necessità. Abbandonando una nave che stava affondando, era l’estate del 2008, e la nave in oggetto era, ed è, la grande editoria, io e Mauro Biani, assieme ad un piccolo manipolo d’eroi, ci siamo ritrovati senza lavoro a causa della chiusura del supplemento satirico di Liberazione che si chiamava “Paparazzin“. Noi paradossalmente arriviamo alla microeditoria autoprodotta dopo aver lavorato per anni nella grande editoria di partito,  che ha sempre puntato per il proprio rilancio al taglio dei costi e non alla riqualificazione del prodotto. Fra un taglio e una chiusura siamo passati dai tempi magici di Cuore in cui si riconosceva un regolare stipendio all’autore di vignette, alla stagione dei rimborsi  minimi, anche meno di 20 euro a vignetta. Per motivi contingenti, diciamo, il valore umano di certe competenze, un valore non indifferente perchè fare una vignetta non è certo una attività che chiunque può intraprendere –  le vignette sono, a mio avviso, veri e propri editoriali illustrati, nella maggior parte dei casi – questo tipo di competenza ha visto scemare via via il proprio valore oggettivo nel mercato editoriale. Sino al punto che oggi, uno degli effetti collaterali negativi della rete è che il caporedattore di una rivista si permette pensare di poter evitare di rivolgersi ad un illustratore o ad un vignettista, poichè può facilmente trovare centinaia di disegni da mettere a commento di un articolo direttamente in rete e a costo zero. Quindi per non essere travolti da questo Titanic della grande editoria che colava a picco noi abbiamo provato sino all’ultimo a tappare le falle e ci siamo inventati : Mamma!

 

– Una rivista innovativa, unica nel suo genere…

– Ci siamo accorti  che c’era grande potenziale per lanciare un genere nuovo.  Come negli anni ’20-’30 era impossibile immaginare la rivoluzione che avrebbe portato la rivista Life nei ’50, ovvero una rivista piena zeppa di immagini, quando all’epoca giornali e periodici erano scritti fitti, fitti e non prevedevano spazi per le immagini o li riducevano al minimo indispensabile. Allo stesso modo, ci siamo convinti che nel giro di 10/15 anni,  così come è avvenuto per il giornalismo d’immagini, sarà impossibile immaginare il giornalismo senza il  fumetto, perchè anche le nuvole parlanti come le infografiche come le fotografie come i reportage, entreranno di fatto a far parte dei cosidetti ferri del mestiere del giornalista. Il nostro tentativo è questo, fungere da ponte fra due mondi lontani o che si sono appena sfiorati, quello della nona arte e quello del giornalismo, per farli compenetrare e fare in modo di  trasformare il vignettista in quello che è attualmente il fotografo al seguito del reporter, o il cameramen al seguito del giornalista tv: un alter ego, una spalla che agisce in squadra assieme al giornalista, per fornire un prodotto nuovo che si chiama graphic journalism o giornalismo a fumetti. Il fumetto serve laddove non puoi portare gli strumenti tecnologici, talvolta nemmeno un taccuino per gli appunti, per visualizzare i fatti, e devi ricostruire a parole quello che un cartoonist ti disegnerà. Uno strumento nello stesso tempo antico e moderno per raccontare le cosiddette “inside story”.  Siamo, a mio avviso,  difronte ad un’evoluzione anche delle tecniche di racconto della notizia di cui la professione giornalistica deve cominciare a tenere conto.

 

Dunque Mamma!  non solo una nuova rivista di satira, ma un nuovo modo di fare giornalismo?

– Sì, noi abbiamo due modi per definire la nostra rivista, due slogan: il primo è “la rivista di satira che fa giornalismo a fumetti”, che ci colloca in un preciso ambito settoriale all’interno del mondo dell’informazione. Utilizziamo le tecniche della satira ma non cerchiamo la risata fine a se stessa, usiamo tecniche giornalistiche ma non ci piace indulgere in paginate e paginate di testo. Gli articoli del nostro giornale sono fatti di tre elementi diversi: satira non fine a se stessa, nessun eccesso di verbosità nel riportare i fatti e fumetti come racconto visivo della realtà.

L’idea è banale ma originale e inedita. Visto che il fumetto è stato utilizzato per la saggistica, pensiamo al Maus di Spiegelman che è riuscito a raccontare con i disegni l’olocausto, o a Persepolis di Marjane Satrapi che è riuscita a far rivivere l’Iran nelle sue tavole; così come è stato fatto per la narrativa pensiamo alle graphic novel, i romanzi a fumetti; così noi stiamo cercando di fare con la cronaca e le inchieste per un diverso tipo di prodotto editoriale. Una cosa semplice, forse addirittura banale, ma, sino a questo punto, per quello che ci è dato sapere, mai sperimentata. Il secondo nostro slogan che utilizziamo per definirci è: “se ci leggi è giornalismo, se ci quereli è satira”.

 

Il giornalismo tradizionale per dire certe cose, risapute ai più, deve attendere il responso delle aule dei tribunali, la fine delle inchieste, la verità giudiziaria;   non può anticipare, non ha un ruolo profetico, ma documentale. La satira, invece,  ha questo ruolo di poter rappresentare l’umore delle piazze, della gente comune, che, certe cose, anche in assenza di riscontri certi, le intuisce, le percepisce, le pensa e le dice. E quindi le vignette con Andreotti con la coppola risalgono agli anni’70 nonostante i suoi rapporti con la mafia siano stati dimostrati talmente tanto tempo dopo che i reati prefigurati sono stati prescritti.

 

Noi con la nostra rivista stiamo cercando di fare qualcosa che sia a metà fra il giornalismo e la satira, cioè che con il linguaggio della satira permetta di anticipare le verità che verranno scritte nelle carte dei tribunali e però con il rigore del giornalismo, come un’ancora che ci tiene agganciati alla realtà,  faccia in modo che la satira non sia fine a se stessa ma possa essere utilizzata per raccontare la realtà, fornisca una nuova e diversa chiave di lettura dei fatti realmente accaduti. Satira come anticipazione di cose che poi diventeranno verità ufficiale, verità storiche.

 

Nelle vignette noi cerchiamo di mettere sempre dati reali, pizzichi di realtà, un aggancio sulle cose concrete. Nel prossimo numero ad esempio c’è  un grafico a tutta pagina con dati sull’immigrazione, fumetti sull’inquinamento dell’Ilva di Taranto con foto fatte uscire dallo stabilimento. Però se ci quereli è satira: come hanno evidenziato diverse sentenze della Corte Costituzionale la satira ha un potere di racconto più ampio del giornalismo stesso, ma rimane satira. Un poco come faceva  il giullare a corte, che per far ridere i potenti metteva in gioco anche la propria testa, ma rimaneva sempre un pagliaccio. Questa è  l’idea. Sviluppare una formula ibrida che ti consenta le fughe in avanti della satira nel rigore dell’inchiesta giornalistica documentata. Il risultato è una sorta di laboratorio giornalistico in divenire anche per noi stessi che stiamo provando a realizzarlo! >>.

 

– Un prodotto nuovo non solo nei contenuti ma anche nei formati

Sì! Ci siamo appena avventurati nella produzione di un e-book grazie alla collaborazione con Quinta di Copertina, casa editrice esclusivamente digitale, perfetto complemento con noi  che invece siamo nati “di carta”. Stiamo ora provando ad orientarci verso la saggistica approntando una serie di volumi. Il primo è già uscito, si tratta della traduzione di un manga giapponese, dove il fumetto viene messo al servizio del racconto giornalistico, che riporta i dati riguardanti le scorie radioattive delle centrali nucleari riutilizzate per fare proiettili all’uranio impoverito con tutte le conseguenze che conosciamo sull’ambiente e sull’uomo. La campagna di abbonamenti a Mamma! che abbiamo lanciato all’inizio di quest’anno che si chiama 300 in memoria dei 300 delle Termopili. Non è una boutade,  il numero 300 rappresenta il nostro obiettivo di abbonamenti necessari per far sopravvivere la rivista e che dobbiamo riuscire a sottoscrivere entro l’anno in corso. In caso contrario ci inventeremo nuove formule cercando di fare tesoro dell’esperienza accumulata dal 2008 ad oggi. Far nascere un magazine di livello nazionale, con grandi firme del fumetto e del giornalismo, con budget zero, è una cosa che non sarebbe stata possibile nemmeno quando la satira era ancora fortemente presente nell’editoria mainstream. 10 anni fa non potevi avere una redazione distribuita su internet, non c’erano le tecnologie di stampa digitale che ti permettono microtirature da poche centinaia di copie senza spese aggiuntive, non c’era la possibilità di collaborare a distanza, anche mandandosi materiali, scambiandosi file anche  di grosse dimensioni attraverso la rete prima di arrivare alla stampa.

 

– In tutto questo il web ha svolto dunque un ruolo importante?

– Più che il web, le nuove tecnologie digitali in toto. Il web è una parte della rete di tecnologie che oggi ci permettono di lavorare a distanza a costi estremamente ridotti. In questa rete di tecnologie io includo anche le moderne tecniche di stampa.  Ci sono oggi dei service di stampa, che anche solo 5 anni fa non esistevano, e che ti permettono di stampare esattamente il numero copie del giornale che ti servono per coprire il tuo reale fabbisogno senza costi aggiuntivi e accessori. Mandi un pdf, esegui un bonifico e in pochi giorni ti arriva a casa il corriere con il giornale stampato e pronto per essere inviato agli abbonati.

 

Un’altra parte di tecnologia che utilizziamo molto è la telefonia mobile in tutte le sue declinazioni, leggi skype, messaggistica, comunicazioni agli abbonati tramite sms. Tecnologie per scrivere testi a più mani e a distanza attraverso la rete: il grouper. In questo momento io ho una cartella condivisa con una persona che sta a Roma e su questa cartella ci mettiamo la bozza della rivista che stiamo per mandare in stampa. Quando lui salva la sua copia, attraverso un sever che fa da tramite si aggiorna automaticamente anche la mia copia condivisa. Il cloud computing: i nostri dati sono su  una nuvola, non hanno una collocazione fisica.

L’archivio abbonati di una rivista fino a pochi anni fa era stipato in un armadio all’interno del quale trovavano posto schedari con i dati delle persone in ordine alfabetico. L’archivio di Mamma! oggi è in un file condiviso che ha la sua locazione fisica su un server della rete, e chiunque con gli opportuni permessi di accesso e con un collegamento a internet può aggiornare e consultare i nostri file di dati. I pagamenti on line, accessibili a tutti e senza rischi con una carta di pagamento da 5 euro, che vendono alle poste e sulla quale chiunque può caricare piccole somme di denaro da spendere in rete senza rischi attraverso PayPal.

 

E’ dunque un complesso sistema di tecnologie che ci permette di esistere, a costi abbordabili e che oltretutto ci consente anche di lavorare meglio e in mopo più accurato, potendo intervenire direttamente sul processo produttivo da casa. Noi siamo un’associazione culturale orientata alla qualità. Non abbiamo una sede fisica, e non abbiamo i costi fissi di telefono ed energia elettrica, ognuno si paga i propri lavorando da casa;  che già da soli costituivano un grosso impedimento per l’avviamento di qualunque azienda editoriale.  Oggi abbiamo la possibilità di realizzare uno dei sogni dei nostri padri. Loro sognavano di avere una fabbrica che fosse gestita dagli stessi operai. Una cosa difficilissima con costi altissimi ed enormi investimenti, praticamente impossibile da realizzare.  Oggi possiamo fare una cosa analoga a costi quasi inesistenti e finalmente realizzabile da tutti. Invece di avere la fabbrica degli operai abbiamo creato la rivista gestita dagli stessi redattori. Ci sono sporadici casi in Italia di aziende editoriali in cooperativa, vedi il Manifesto, che rischia la chiusura purtroppo, ma sono casi più unici che rari.  Una rivista come la nostra può stare in piedi con 6.000 abbonati.

 

Bisogna sforzarsi di guardare avanti, cambiare modello, passare dai prodotti di massa a quelli di nicchia che combaciano perfettamente con un particolare tipo di pubblico. Il mio / nostro sogno è che non cambi solo la forma dell’informazione ma anche i contenuti sotto forma di maggiore bio-diversità. Meglio 300 mila lettori divisi in 1000 riviste da 300 lettori l’una,  che un grande prodotto di massa che si fa unico calderone di pensiero, magari diverso, ma difficilmente condivisibile in toto. Il nostro modello, a parer mio, indipendentemente dai contenuti che veicola, nella sua forma è applicabile a qualsiasi iniziativa editoriale, dal cucito al giardinaggio, dall’oggettistica alla politica.  Si tratta di microeditoria, un territorio ancora vergine, inesplorato, nel quale, a parer nostro, si combatterà la nuova battaglia dell’informazione moderna. L’ostacolo più grande a questo punto, non è più la tecnologia, ma l’educazione del pubblico .

 

Chi siete, quanti siete, dove andate?

– Siamo un gruppo redazionale di una decina di persone fisse che ha poi coinvolto all’incirca un centinaio di autori. Per nostri autori noi intendiamo  le persone che hanno pubblicato anche solo una volta per noi. Crediamo nel ruolo di palestra, laboratorio, della nostra rivista e lo stiamo sperimentando sin dal primo numero. La migliore verifica del buon lavoro svolto con i nostri autori ce lo danno le riviste da edicola che ci hanno “rubato” negli anni decine fra vignettisti, illustratori e fumettisti. Il loro successo ci inorgoglisce e ci fa pensare di aver svolto in modo adeguato il nostro ruolo di scuola di editoria, di trampolino di lancio, di vetrina.

 

E proprio per tener fede al nostro ruolo di laboratorio di idee, dal numero che sta per uscire, abbiamo fatto l’ulteriore scommessa su noi stessi e abbiamo affidato la direzione editoriale ad uno dei nostri 10 redattori storici: Giuliano Cangiano. Un giovane molto promettente, ha recentemente pubblicato un libro assieme a Sergio Staino, e per questo abbiamo pensato di  gettarlo in acqua senza salvagente.  Non essendo un prodotto di massa il nostro possiamo permetterci di sperimentare, di prenderci rischi e azzardi. Una sperimentazione, a mio avviso, perfettamente riuscita. Giuliano ha modificato dalle fondamenta il progetto grafico del giornale. Ad esempio nel prossimo numero della rivista sono scomparse completamente le vignette, sostituite dalle illustrazioni. Ci facciamo dunque carico con gioia di sperimentare nuove strade oramai totalmente precluse alla grande editoria. Così come è successo a Spiegelman per il suo capolavoro Maus che prima di diventare un caso editoriale ha trovato spazio solo su riviste underground. (editoria senza editori ed.Bollati Boringhieri).

 

Noi stiamo cercando  nel nostro piccolo, di far circolare il lavoro, le idee, gli esempi, per permettere ai tanti talenti esistenti nel nostro settore in Italia di potersi esprimere liberamente  e apportare quella necessaria ventata di novità e originalità  all’ingessatissimo panorama editoriale e giornalistico nostrano. Un ruolo volontario il nostro di laboratorio permanente di satira, giornalismo e microeditoria, del resto siamo una “Mamma!” .

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