La pirateria è una parte integrante dell’ ecosistema digitale

| 29 gennaio 2012 | Tag:, , , , , , ,

La tolleranza dei contenuti scaricati illecitamente è stata parte degli ecosistemi di molti settori dell’ industria culturale, e in particolare della musica, anche perché consentiva in alcuni casi di essere uno strumento promozionale per l’ industria musicale

– In ogni caso la pirateria resterà fino a quando prodotti studiati attentamente per un pubblico globale impiegheranno mesi a raggiungere il mercato globale, spiega Frédéric Filloux in una delle sue ultime interessanti riflessioni su MondayNote, di cui pubblichiamo qui di seguito la traduzione integrale 
PIRACY IS PART OF THE DIGITAL ECOSYSTEM 

di Frédéric Filloux

 (traduzione a caura di Elena Baù)

 

Nell’estate del 2009 ero stato invitato ad una piccola festa in un vecchio appartamento borghese con vista mozzafiato sul Campo di Marte e la Torre Eiffel.

L’ incontro era stato pensato come una discussione informale tra esperti della comunicazione a proposito delle pressioni di Nicolas Sarkozy per l’ HADOPI, vale a dire il disegno di legge contro la pirateria informatica. Il rischio che si innescasse un acceso dibattito era molto limitato: tutti, in questa piccola folla di artisti, produttori e giornalisti erano sulla stessa posizione, e cioè contro la proposta di legge.

L’  HADOPI HADOPI  fa parte dello stesso filone degli americani – e ormai comatosi – PIPA Protect Intellectual Property Act ( la legge sulla Protezione della Proprietà Intellettuale) e  Sopa Stop Online Piracy Act ( legge sul Blocco della Pirateria in Rete). La legge francese era basata sul principio secondo cui “attacchi tre volte e sei disconnesso dal sistema”, quindi mirata a colpire i più attivi nei download illegali.

 

Il dibattito è iniziato con una breve tavola rotonda in cui ognuno ha spiegato il proprio punto di vista in merito alla legge. Io mi sono servito della classica presentazione che usano negli Alcolisti Anonimi: “Sono Frédéric, ed eseguo download da diversi anni. Ho iniziato con le sette stagioni di The West Wing, e continuo a scaricare instancabilmente. E il peggio è che i miei figli hanno ereditato la stessa riprovevole abitudine e io non riesco a tenerli a freno. Peggio ancora, non ho alcuna intenzione di smettere perché mi rifiuto di aspettare più di un anno per vedere su una rete francese la versione doppiata di Damages…Non si può sentire Glenn Close che parla francese, ecco…”

 

Ne è venuto fuori che tutti hanno ammesso di scaricare copiosamente, il che faceva di questo piccolo campione elitario di anti-Sarkozy un potenziale bersaglio per i sostenitori dell’ HADOPI. (Da allora, comunque, l’ostruzionismo parlamentare è riuscito vanificare l’efficacia della legge.)

 

Da quando è cominciata la pirateria digitale, ha avuto inizio questo affare di estrema ipocrisia. In un modo o nell’altro, tutti ne sono coinvolti.

 

Per alcuni grandi operatori – dal punto di vista delle parti lese – la cosa può arrivare ad assumere proporzioni industriali. Basta prendere l’ industria musicale.

 

Nell’ottobre del 2003, Wired scrisse un  interessango articolo  su una società specializzata nel monitoraggio di contenuti di intrattenimento su internet. BigChampagne, che ha sede a Beverly Hills, rappresenta per l’era digitale ciò che la rivista Billboard è stata per il mondo analogico.

Con la differenza che BigChampagne punta  ai contenuti illegali che circolano sul web. E lo fa con incredibile precisione, combinando i numeri di IP dei ‘pirati’ con il codice di avviamento postale per scoprire cosa bolle in pentola sul fronte dei network di scambio peer-to-peer. Nel suo pezzo su Wired, Jeff Howe spiegava:

 

I clienti di BigChampagne possono attingere informazioni sulla popolarità e la quota di mercato (ossia la percentuale di condivisione che ha una data canzone). E possono anche penetrare in mercati specifici –per vedere, ad esempio, che il 38,35% dei file condivisi in Omaha, nel Nebraska, corrisponde ad una canzone del nuovo album del rapper 50 Cent.

 

Non c’è da stupirsi che alcuni clienti arrivino a pagare BigChampagne fino a 40.000 dollari al mese per avere questi dati. Essi utilizzano queste preziose informazioni per esercitare una velata pressione sulle stazioni radio locali perché passino le musiche preferite dai downloaders. Per lungo tempo, la condivisione illegale dei file ha costituito un potente mercato e uno strumento promozionale per l’ industria musicale.

 

Anche per le industrie di software, la tolleranza dei contenuti pirata ha fatto per un po’ parte del loro ecosistema. Molti di noi ricordano di essersi affidati a versioni pirata di Photoshop, Illustrator o Quark Xpress per imparare ad utilizzare quei programmi. E’ opinione diffusa che le nuove versioni dei prodotti di Adobe e Quark siano state suggerite dal diffondersi del  passaparola tra gli utenti creativi. Ed ha funzionato molto bene. (Ora, ciascuno può contare su un sistema molto più efficace e controllato di versioni di test, prove gratuite, video di tutorial, ecc).

 

Non c’è dubbio però, che la pirateria sta infliggendo una grande quantità di danni all’ industria di software. Basta prendere Microsoft e il mercato cinese. Per l’azienda di Seattle, i mercati statunitense e cinese hanno approssimativamente la stessa dimensione: 75 milioni di vendite di PC negli Stati Uniti per il 2010, 68 milioni in Cina. Laggiù, il 78% dei software per PC è pirata, contro il 20% negli USA; di conseguenza, Microsoft ottiene dalla Cina gli stessi ricavi che le provengono dall’ Olanda.

 

Più in generale, quanto è estesa oggi la pirateria? All’ultimo Consumer Electronic Show (una delle più importanti mostre di elettronica di consumo), una importante azienda inglese, la Envisional Ltd,  ha presentato un suo Studio sullo Stato della Pirateria Digitale. Ecco alcuni punti chiave:
-          I contenuti pirata ammontano al 24% del consumo mondiale della larghezza di banda internet.

-          La porzione maggiore è occupata da BitTorrent (il protocollo usato per la condivisione di file); questo pesa per circa il 40% dei contenuti illeciti in Europa e per il 20% negli Stati Uniti (compresi flussi maggiori e minori). In tutto il mondo, BitTorrent raccoglie 250 milioni di visitatori reali ogni mese.

-          Al secondo livello si trovano i cosiddetti cyberlockers (5% della larghezza di banda globale), tra i quali il famigerato MegaUpload, soggetto qualche giorno fa ad un blitz dell’FBI e della polizia della Nuova Zelanda. Dai 500 milioni di visitatori reali al mese coperti da cyberlockers, MegaUpload sottrae ben 93 milioni di utenze. (Giusto per rendere l’idea, basti pensare che l’intera industria americana della carta stampata raccoglie circa 110 milioni di visitatori reali ogni mese). Il segmento dei cyberlockers ha il doppio degli utenti ma consuma una larghezza di banda che è otto volte inferiore rispetto a quella di cui si serve BitTorrent, e questo semplicemente perché i file, sul sistema peer-to-peer sono molto più grandi.

-          La terza quota significativa della pirateria è costituita dalla fruizione illegale di streaming video (1,4% della larghezza di banda globale).

 

Ci sono tre modi per combattere la pirateria: dando corso ad infinite azioni legali, bloccando legalmente gli accessi, oppure creando offerte alternative legittime.

 

Il metodo basato sul “facciamogli causa prima che spariscano”, è principalmente americano. Ma non darà mai grandi risultati (oltre agli enormi costi per le spese legali), in virtù della natura decentrata di internet (non esistono server centrali di BitTorrent), e della tolleranza diffusa nei paesi che ospitano i cyberlockers.

 

E non funzionano nemmeno i sistemi di applicazione di leggi come la francese HADOPI o le americane SOPA e PIPA. L’HADOPI si è dimostrata fragile come il vetro, mentre i legislatori americani hanno dovuto cedere alle proteste pubbliche. Entrambi i decreti erano progettati male e perciò rivelatisi inefficienti.

 

I dati raccolti da Envisional Ltd. costituiscono invece un invito all’ adozione della terza alternativa, vale a dire la creazione di offerte alternative legittime.

 

Nei grafici sottostanti si può osservare come si articola la distribuzione della larghezza di banda tra USA ed Europa. Si può notare che la quota occupata dal servizio a pagamento di Netflix ottiene esattamente la stessa quantità di traffico che BitTorrent raggiunge in Europa!

 

 

Il consumo di banda negli USA e in Europa

Fonte: Envisional Ltd

Queste statistiche offrono una prova convincente del fatto che la creazione di offerte commerciali alternative legittime è un buon modo per contenere la pirateria. La conclusione che se ne trae è una difficile verità. La scelta tra contenuti pirata o legali è data da una combinazione tra facilità d’uso, prezzi e disponibilità in un dato mercato. Per contenuti come musica, serie televisive e film, servizi come Netflix, iTunes o anche BBC iPlayer vanno nella giusta direzione.

 

Ma un ostacolo chiave resiste: la balcanizzazione di internet, (see a previous Monday Note Balkanizing the Web), ossia l’espandersi del regionalismo della rete. Suddividendo il pubblico globale in mercati regionali, sia le compagnie (come Apple ad esempio), che le amministrazioni locali trascurano un fatto fondamentale: il pubblico digitale odierno sta diventando sempre più multilingue o perlomeno più desideroso di fruire di contenuti in inglese originali, così come sono prodotti. Oggi disponiamo di prodotti di intrattenimento, studiati attentamente per adattarsi ad un pubblico globale ma  che si fanno attendere mesi prima di divenire disponibili sul mercato globale. Finché questa assurdità permane, la pirateria fiorirà. Per quanto riguarda il prezzo, questo deve corrispondere all’ ARPU (ricavi medi per utente) generato da una trasmissione sostenuta dalla pubblicità. Ma dubito che uno spettatore della serie Tv Breaking Bad possa mai arrivare a produrre un gettito pubblicitario corrispondente ai 34.99 dollari chiesti da Apple per l’ acquisto di una intersa serie della trasmissione. E quindi anche la persistenza di un tale divario va ad alimentare la pirateria.

 

Voglio Netflix, BBC iPlayer e un iTunes libero e più economico ovunque, ora. Per favore. Nel frattempo, io continuo a scaricare il mio Vuze BitTorrent sul mio computer. Non si sa mai.

Be Sociable, Share!

2 Risposte “La pirateria è una parte integrante dell’ ecosistema digitale”