La fine dei giornali (come li abbiamo visti) e il rischio del declino della democrazia

| 1 aprile 2012 | Tag:, , , ,


Fintanto che la nostra società tratterà la scomparsa dei giornali come una questione puramente economica – senza considerare le implicazioni future sulla salute della nostra democrazia – questo problema continuerà a peggiorare. E’ la conclusione di una lunga analisi che Eric Alterman, un commentatore di Huffington Post, ha pubblicato nei giorni scorsi e che qui riportiamo.

 

‘’Chiaramente – spiega Alterman – l’ industria della carta stampata non può salvarsi da sola. Se riuscirà a sopravvivere molto dipenderà dai legislatori, dalle Fondazioni e dal senso civico dei cittadini nell’agire prima che sia troppo tardi’’. Anche se, ‘’purtroppo, potrebbe esserlo già’’.

 

Think Again: The End of Newspapers and the Decline of Democracy

 

di Eric Alterman

(Huffington Post)

 

(a cura di Elena Baù)

 

 

 

Se i giornali fossero una squadra di baseball, sarebbero i Mets, ma senza la speranza che il gruppo possa far qualcosa “l’ anno prossimo”.

 

Un veterano nella gestione dei media del calibro di Alan Mutter, che è forse il più perspicace osservatore del settore, ne ha pronosticato la fine,  attraverso una serie di dati statistici particolarmente deprimenti.

Ad esempio, egli ci informa che durante lo scorso anno:

 

  • Le entrate dei giornali sono scese al loro livello più basso dal 1984: anche se aggiornato sulla base dell’ inflazione, i ricavi attuali sono la metà di quanto i giornali ricavavano allora.
  • La somma complessiva delle entrate pubblicitarie di tutti i quotidiani americani nel 2011 raggiungeva a malapena i due terzi dei ricavi registrati dal solo Google.
  • Questi tassi di calo sono continuate ad aumentare nel corso del quarto trimestre 2011, lasciando intuire come non solo tale declino non sia finito, ma che il peggio deve ancora arrivare.
  • Le entrate digitali, un tempo speranza per la ripresa economica del settore, sono cresciute solo del 6.8%, durante il 2011, il che non è nemmeno lontanamente sufficiente per compensare le perdite pubblicitarie globali.

 

Per conservare ciò che resta dei loro profitti in rapido esaurimento, la risposta globale è stata quella di ridurre il livello del personale e lo stesso formato dei giornali (così come lo spazio che rimane per l’ informazione escluse tutte le inserzioni) e, in alcuni casi, di non uscire in edicola in determinati giorni. I maggiori giornali americani dispongono di apparati di risorse umane che si attestano sul 50-70% di ciò che erano solo fino a pochi anni fa. Il Los Angeles Times, che è già stato devastato da tagli dell’organico, ha annunciato l’ ennesimo giro di licenziamenti giusto questa settimana.

 

Come risultato di tali iniziative, osserva Mutter, i giornali non stanno investendo nello sviluppo di prodotti e servizi che potrebbero consentir loro di competere con il numero crescente di concorrenti digitali che spasimano dietro agli investimenti di pubblicità locale. Il risultato di ciò è un ulteriore danneggiamento del valore della carta stampata,  anche ben oltre il deterioramento assolutamente allarmante che già si è visto. Lo scorso anno, il calo delle azioni dei giornali quotati in Borsa è stato pari a un terribile 27%.

 

(E la notizia ancora peggiore – se è possibile – è che la News Corporation di Rupert Murdoch, nel 2011, ha di fatto aumentato il suo valore di un buon 10,7%, e questo nonostante fosse già nota l’ attività illecita di News of the World, il giornale che faceva capo al gruppo (e che è stato chiuso nel luglio, ndr). La News Co. è stata l’unica società proprietaria di giornali quotata in Borsa ad avere dei guadagni, anche se è fortemente improbabile che la divisione della carta stampata sia stata tra i comparti che hanno portato alla salita del titolo. Purtroppo, i numeri riguardanti i giornali sarebbero ancora peggiori senza News Corp – il calo delle quotazioni supererebbe il 30% – e tutto ciò a fronte di un aumento del 5,5% della media del Dow Jones durante lo stesso periodo).

 

Per aggiungere al danno la beffa, probabilmente il grosso degli investimenti più consistenti fatti da queste aziende hanno avuto come effetto quello di riempire le tasche dei loro fallimentari dirigenti. La Tribune Company – che è in bancarotta, dopo aver dissipato il valore non solo dei giornali di Chicago, sua città natale, ma anche del Los Angeles Times, tra gli altri – ha elargito ai suoi manager quasi 100 milioni di dollari di premi di produzione (operazioni che sono tuttavia in attesa di giudizio da parte della magistratura), visti i loro terribili risultati. Craig Dubow, amministratore delegato di Gannett, si è dimesso di recente, dopo aver licenziato più di 20.000 lavoratori dal 2005 a oggi e aver visto il titolo colare a picco, con un deprezzamento dell’86 per cento che ha significato il passaggio, per azione, da un valore di 72 $ a poco più di 10 $. E nonostante questo si è assicurato una buona uscita di ‘’appena’’ 32 milioni di dollari.

 

Sulla stessa linea, la New York Times Company, i cui profitti sono scesi del 12,2% nel quarto trimestre del 2011 sotto la spinta di enormi perdite e sostanziosi tagli del personale operati negli ultimi anni, ha però premiato il suo ex amministratore delegato con un regalino di commiato di più di 21 milioni di dollari, compreso un contratto di consulenze pagate 25.000 dollari l’ora perché, ci si creda o no, non dia nessuna consulenza.

 

C’ è da sorprendersi se questi geni dell’ amministrazione non siano stati capaci di elaborare qualche strada per sostenere il giro d’ affari di un settore su cui si basa la democrazia?

 

Non è che non ci siano stati dei successi. Il New York Times ha introdotto un paywall nel’ edizione online per sostenere il suo prodotto editoriale e ha anche superato il suo obiettivo iniziale, raggiungendo i quasi 400.000 utenti paganti per l’ abbonamento digitale in un solo anno.

 

Ma, per quanto questi numeri possano essere incoraggianti, su larga scala essi non si preannunciano sufficienti per la sopravvivenza  economia del settore. Dopo tutto, di New York Times c’è n’è uno solo – con distacchi notevoli dai suoi principali concorrenti che stanno avendo dei tonfi molto più pesanti rispetto al “giornale dei record” – e con il Wall Street Journal, di proprietà di Murdoch, sempre più screditato dagli intrighi delle società di cui è affiliato; perciò il NY Times si erge ora praticamente come l’ unico, grande e prestigioso giornale nazionale americano. D’altronde, è pur vero che al Times nessuno ha mai pianificato il loro paywall – per quanto riuscito – in modo da conseguire qualcosa di più che non il semplice rientro di una piccola frazione delle perdite registrate nel decennio scorso, a causa delle trasformazioni del settore e del conseguente crollo del modello economico su cui l’ industria dei quotidiani si basava.

 

Ma allora, quale sarà il peso politico di questo nuovo scenario del mondo dell’informazione? Beh, il potere ama i vuoti e il vuoto lasciato dalla contrazione dei giornali, un tempo strumenti preferiti dalla gente per informarsi, viene colmato da aziende che riciclano notizie pescate altrove –principalmente su Google, Facebook, e così via. Con la visibilità ottenuta, queste società continuano ad intercettare gli investimenti pubblicitari che un tempo sostenevano l’ industria della carta stampata. Cinque aziende raccolgono quasi il 70 per cento di tutte le entrate pubblicitarie online dello scorso anno – ricordiamoci che è questo ciò che potrà salvare i giornali –ed entro il 2015 possiamo aspettarci che Facebook arriverà ad accaparrarsi almeno il 20 per cento del totale di inserzioni pubblicitarie vendute e visualizzate online, sempre che la tendenza attuale persista.

 

Anche se questa crisi dell’informazione è apparsa evidente da più di un decennio – fu il Druge Report a lanciare lo scandalo Lewinsky nel gennaio 1998, inaugurando l’era di Internet quale nuovo grande canale di informazione –, come ha spiegato recentemente la ricerca sullo “Stato dei Nuovi Media” del Pew, il settore sta perdendo sempre più terreno nei confronti degli altri rivali dell’ industria tecnologica.

 

Il risultato netto è un calo di affidabilità delle informazioni e maggiori opportunità per bugiardi e ciarlatani di vendere le loro cianfrusaglie noncuranti della possibilità che essi possano un giorno essere chiamati a render conto dei loro inganni (deliberati e non). Barack Obama è un musulmano nato in Kenya? Il surriscaldamento globale ad opera dell’ uomo è una cospirazione mondiale di studiosi del clima affamati di denaro? Gli eccessivi stipendi degli insegnanti sono la causa primaria della crisi fiscale a livello nazionale nei bilanci statali e locali?

 

Il fatto che tali questioni siano anche state prese sul serio in considerazione è, in parte, un tributo alla capacità di millantatori e balordi di diffondere i loro messaggi senza preoccuparsi delle rettifiche. Dopo tutto, né Google né Facebook sono dotati di personale deputato al filtro delle notizie, e Dio solo sa come Fox News non voglia riconoscere una verità scomoda, pure se questa piomba attaccata ad un macigno attraverso la finestra di Roger Ailes.

 

Fintanto che la nostra società tratterà la scomparsa dei giornali come una questione puramente economica – senza considerare le implicazioni future sulla salute della nostra democrazia – questo problema continuerà a peggiorare. Chiaramente l’industria della carta stampata non può salvarsi da sola. Se riuscirà a sopravvivere molto dipenderà dai legislatori, dalle Fondazioni e dal senso civico dei cittadini nell’agire prima che sia troppo tardi. Purtroppo, potrebbe esserlo già.

 

 

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