L’ ipocrisia del ‘’giornalismo obbiettivo’’ in una intervista a Joe Sacco

| 11 dicembre 2012 | Tag:, , , , , , ,

‘’Sono cresciuto pensando che tutti i palestinesi fossero dei terroristi: una convinzione che non veniva però dallo studio della situazione, ma solo da quello che assorbivo dai giornali. I giornali raccontavano un sacco di fatti.  Ma si possono raccontare i fatti – il sequestro di un aereo, l’ attentato a un autobus, l’ uccisione di ostaggi – senza dare il contesto di quei crimini’’.  

Ecco  l’ ipocrisia del ‘’giornalismo obbiettivo’’, come emerge da un’  ampia intervista che Joe Sacco, uno dei più famosi autori di graphic novel, ha concesso ad Alex Burrows e che è stata appena pubblicata su The Quietus, un famoso sito web dedicato alla musica rock e alla cultura pop.

 

Nel servizio Burrows segnala fra l’ altro come ‘’la balla’’ del giornalismo obbiettivo nel Regno unito sia stato ampiamente svelata dall’ indagine condotta dal giudice Leveson (’’Tabloid inglesi: nelle redazioni catena di comando come nella criminalità organizzata’’).
Nonostante il cretinismo sensazionalistico dei suoi tabloid, la stampa britannica – spiega il giornalista – è stata tradizionalmente rispettata negli Stati Uniti e in Europa. Ed è quindi problematico  – continua Burrows – considerare vero quello che la stampa delle altre democrazie occidentali ha spacciato negli ultimi 50 anni.

 

‘’Uno può riportare dei fatti oggettivi, seleziondoli e senza nessun contesto e instillare così una determinata convinzione – continua Sacco – come era capitato a me con il cosiddetto ‘giornalismo obbiettivo’: e cioè che i palestinesi erano puri e semplici terroristi. C’ è voluta un po’ di autoeducazione. Non avrei mai trovato un altro punto di vista leggendo la stampa americana’’.

 

Sacco, come  racconta Burrows su TheQuietus.com, è un’ autorità nel campo del conflitto Israelo-Palestinese. Ha passato due mesi a Gaza e in Cisgiordania nei primi anni ’90 realizzando il pluripremiato Palestine, una graphic novel pedagogica ma diventetente nello stesso tempo.  E, dopo un altro lavoro molto apprezzato,  Safe Area Gorazde  – sulla guerra in Bosnia della metà degli anni ’90, il suo capolavoro , una analisi storica straziante ma profonda -, era seguito Footnotes In Gaza . Sacco ha trascorso tutta la sua carriera difendendo l’ inevitabile soggettività del suo lavoro.

 

A differenza di quello che accade sulla stampa o nei notiziari televisivi,  Sacco è parte delle sue storie. Egli deliberatamente rende le sue storie soggettive raffigurandosi al loro interno e documentando l’ influenza e le conseguenze – l’ impatto – che la sua presenza può avere sulla storia stessa. Ma per Sacco, questo non è poi tanto lontano dalle cronache che fanno i giornalisti ‘’embedded’’  dalle zone di guerra.
“Il problema con i giornalisti moderni – dice Sacco a Burrows -, è che veramente credono di essere obbiettivi. Credono di essere al servizio di chissà quale giornalismo da idealismo platonico. Io preferisco cercare di essere il più onesto possibile e raccogliere le informazioni il più accuratamente e onestamente possibile, ma accettando il fatto che incontrando e aiutando le persone queste finiranno per avvicinarsi a te.  Io voglio stare dentro la mia storia e voglio essere chiaro su questo meccanismo”.

 

 

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