L’ etica del giornalismo sui social media, cominciamo a discuterne anche in Italia?

| 8 luglio 2012 | Tag:, , , ,

Puntare sui valori  di fiducia e credibilità nei lettori; costruire una immagine imparziale; in casi controversi consultare la direzione della testata;  se si fa cronaca politica evitare di ‘’specializzarsi’’ e di seguire gli esponenti di un solo partito.

 

Si tratta di alcune delle indicazioni che Marco Pratellesi, sul suo Mediablog, propone come base per la messa a punto di linee guida specifiche per i giornalisti presenti sui social media: linee che alcuni paesi o testate internazionali hanno adottato ma che in Italia non sono state ancora delineate.

 

 

Pratellesi pensa che si debba cominciare a pensarci e offre i primi spunti per imboccare una sorta di “via italiana” all’etica giornalistica nell’uso dei social media.

 

Ecco i suoi suggerimenti:

 

1. La fiducia e la credibilità concesse dal lettore sono un valore che dobbiamo difendere anche sui social media. Quando i giornalisti utilizzano queste piattaforme dovrebbero sempre porsi la domanda: quello che sto facendo potrebbe danneggiare la fiducia dei lettori nei miei confronti?

 

2. Mantenere un’immagine imparziale. Essere “amici” su Facebook non è la stessa cosa che essere amici nella vita. Ma il lettore potrebbe non avere chiara questa differenza. Informazioni o “amicizie” inadeguate sui social media potrebbero offrire l’immagine di un giornalista schierato.

 

3. Prima di prendere decisioni potenzialmente controverse, i giornalisti dovrebbero consultare il proprio direttore, come farebbero prima di affrontare un servizio delicato.

 

4. Se si segue un politico per legittimi motivi professionali, per monitorare le sue iniziative e il suo rapporto con gli elettori, meglio essere trasparenti nei confronti dei lettori. Seguire politici di varie parti, piuttosto che quelli di un solo partito.

 

5. Selezionare periodicamente la lista degli amici e dei follower. I giornalisti dovrebbero sempre sapere con chi hanno a che fare, anche in rete.

 

6. Conversazione pubblica e confidenze private: quando si instaura una conversazione con un politico o una fonte sui social media e ci si rende conto di voler approfondire alcuni aspetti è meglio interrompere il dialogo sul canale pubblico per riprenderlo di persona, per telefono o via email.

 

7. Mi piace. Ma anche no. Che cosa significa esattamente il “Like” di Facebook? Proprio perché il significato è così vago, meglio non eccedere con “Like” distribuiti a pioggia.  Il “mi pace” potrebbe essere letto come una condivisione del particolare punto di vista presentato dalla pagina o dal gruppo in questione.

 

8. Su Facebook non esiste privacy. Le linee guida del Washington Post sottolineano che l’account di un reporter, personale o collegato al giornale, “riflette la reputazione e la credibilità della testata”. I giornalisti devono sempre proteggere la loro integrità professionale. La stessa linea di condotta è seguita dal Wall Street Journal che raccomanda ai propri giornalisti di mantenere un comportamento professionale anche sui social media: “Non pubblicate niente che potrebbe chiamare in causa la vostra credibilità giornalistica”.

 

9. Il primo comandamento della Bbc: “Non fare niente di stupido”, cioè cose che vi vergognereste di fare o dire in pubblico.

 

10. La Bbc ritiene “molto importante” che i propri giornalisti non si schierino politicamente sui social media. Ma è la Bbc, televisione pubblica britannica, mentre su questo aspetto ci sono varie scuole di pensiero (Jeff Jarvis ritiene che le imprese giornalistiche dovrebbero rendere pubblico l’orientamento politico dei propri dipendenti).

 

11. Per l’americana National Public Radio “vita professionale e vita privata dei giornalisti si sovrappone quando sono in rete”. Le informazioni pubblicate sui social media rappresentano il giornalista e l’azienda per cui lavora.

12. NPR è rigida anche sul fatto che “dare informazioni sui social media richieda la stessa accuratezza che è necessaria quando di fa informazione sui media”

 

13. E’ buona prassi, anche sui social network, specificare sempre cosa è stato confermato e cosa non lo è.

 

14. Nella professione, salvo rari casi giustificati, un giornalista deve sempre qualificarsi. Lo stessa regola vale anche in rete dove, non si dovrebbe mai nascondersi dietro l’anonimato.

 

15. Privilegiare la valutazione rispetto alla velocità. Pochi lettori sono in grado di capire quale media ha riportato per primo una notizia (ammesso che interessi loro). Ma quando leggono una notizia sbagliata hanno molto chiaro chi l’ha scritta e, soprattutto, quale testata. Meglio arrivare secondi che macchiare la credibilità del proprio lavoro e della testata per cui si lavora.

 

Conclusioni?

 

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