Informazione in diretta: buon giornalismo è anche praticare la cautela (e spiegare perché)

| 19 dicembre 2012 | Tag:, , , , , , ,

La prudenza informativa è un valore che raramente viene celebrato e raramente viene illustrato.  Sarebbe stato fondamentale a Newtown, perché, se fosse stato praticato da più giornalisti e in più testate,  avrebbe consentito di evitare una grossa quantità di errori e false speculazioni .

Su Poynter Craig Silverman analizza questo nuovo parametro della qualità giornalistica, invitando le redazioni a fare in modo che i criteri di continenza e di attenzione nella diffusione delle notizie vengano condivisi e pubblicizzati. La spiegazione della ‘’misura’’  dovrebbe diventare una parte del processo dell’ informazione giornalistica ‘’in diretta’’, in modo che la gente sappia chi diffonde e chi no un determinato dato informativo,  e perché. E quali sono i meccanismi alla base dell’ informazione in tempo reale

 

Ecco una ampia sintesi dell’ articolo di Silverman    

 

 

 

In real-time journalism, declaring what you won’t report can be just as important as what you will

di Craig Silverman

( Poynter.org )

 

 

 

E’ andata che nella confusione della scena del massacro, una fonte ha detto alla CNN che il killer era Ryan Lanza.

Subito varie testate hanno pubblicato immagini prese dal profilo su Facebook appartenenti a un uomo con quel nome. Qualche testata ha detto che quello era il killer.

Non lo era.

 

Quando si è saputo il calibro dell’ arma usata nella sparatoria, alcuni hanno fatto circolare delle immagini di armi d’ assalto, dicendo che quella era l’ arma usata. Non era vero.

 

Ma gli errori non sono finiti là. La madre di Adam Lanza non lavorava in quella scuola; i bambini ammazzati non frequentavano le elementari, ma  la materna.

 

“Per alcuni, questo dimostra che i social media non sono uno strumento adeguato per il giornalismo, in particolare per l’ informazione in diretta”, scrive Mathew Ingram su GigaOM. “Ma io al contrario la penso in modo molto diverso: credo che ora sia questo il solo modo in cui l’ informazione funziona e faremo bene ad abituarcui ad esso’’.

 

Ma intanto, io suggerirei due cose che i giornalisti potrebbero fare in questi casi per garantire un ruolo costruttivo, piuttosto di amplificare notizie false e speculazione basate solo su voci.

Prudenza e svelamento dei processi.

 

 

Il valore della prudenza

 

Una cosa che mi ha colpito venerdì sono le testate che non hanno diffuso il profilo Facebook e che ha mostrato un atteggiamento misurato su questo e altri punti.

 

Quando l’ Informazione è abbondante, è più facile che si alimentino e si diffondano le voci. Quando gli altri hanno già avuto un comportamento fortemente speculativo può sembrare arduo mostrare misura. Ma in quel momento ciò può diventare un differenziatore competitivo.

 

La moderazione è un valore che raramente viene celebrato e raramente viene illustrato.  Sarebbe stato fondamentale venerdì scorso, perché, se fosse stato praticato da più giornalisti e in più testate,  avrebbe consentito di evitare una grossa quantità di errori e false speculazioni.

 

Durante gli avvenimenti che vengono seguiti in tempo reale, le fonti di informazione qualificate a volte vengono caratterizzate da ciò che non viene detto. Sono le uniche che frenano, mentre le altre corrono avanti. Le uniche che compiono processi di verifica e non sono dominate da pulsioni speculativa o dalla voglia di richiamare traffico e attenzione.

 

Il valore della prudenza è difficile da quantificare. Non è che guadagni più traffico per quello che non diffondi. E può sembrare quindi un atteggiamento perdente. Come si dice spesso, la gente ricorda chi ha sbagliato non chi aveva ragione. O chi frenava.
Il non sbagliare è un valore evidente della moderazione, ma, ancora una volta, esso non ti aiuta a far parte della conversazione.

 

Allora, in occasione di eventi come la sparatoria di Newtown, un modo per valorizzare la propria cautela è parlare delle cose che uno non sta pubblicando. Riconoscere con attenzione e denunciare le bufale (per esempio, “Sta circolando un profilo Facebook, ma non siamo sicuri che sia quello di chi ha sparato e per questo non lo diffondiamo”).

 

L’ attuale ambiente informativo richiede che la prudenza stessa venga condivisa, e pubblicizzata. Deve cioè diventare una parte del processo dell’ informazione giornalistica ‘’in diretta’’, e parte della conversazione. In questo modo la gente sa chi diffonde e chi non diffonde un determinato dato informativo,  e perché. E ciò contribuirà a fornire dei parametri di ordine e di spiegazione ricordando alle persone che non tutti verificano le notizie che diffondono.

Piuttosto che tacere le cose che non vogliono pubblicare, o verificare, le redazioni dovrebbero spiegare queste scelte.

(….)

 

Il disvelamento del processo

 

In passato – scrive Ingram –  questo processo veniva nascosto agli spettatori e ai lettori. Nelle redazioni cronisti e redattori cercavano freneticamente cercando di raccogliere informazioni dalle agenzie di stampa e da altre fonti, verificandole e controllandole come meglio potevano, e alla fine producendo un articolo.

 

Spiegare come noi  lavoriamo può aiutare i lettori a capire questa transizione.

 

Se la notizia è cambiata per sempre e il turbinìo di voci e controvoci che abbiamo visto venerdì , e durante l’ uragano Sandy, saranno la norma, toccherà ai giornalisti subirne le conseguenze in termini di flusso di lavoro e di approccio.

 

In questo quadro mi piacerebbe che la cautela venisse praticata e pubblicizzata, e che aumentassero i giornalisti che spiegano perché quell’ articolo o quel servizio non rispondono ai loro standard di qualità.

 

E questo significherebbe prima di tutto fornire lo sfondo e il contesto che possa aiutare il pubblico a capire le nuove regole e le nuove pratiche che guidano il nostro lavoro.

 

 

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