Il New York Times? ”Giornalismo canaglia”

| 8 febbraio 2012 | Tag:,

Stephen Lendman, giornalista del ProgressiveRadioNetwork e ricercatore della sinistra radicale Usa, attacca duramente il quotidiano newyorkese – Il giornale, sostiene, per sua natura ‘’rifiuta la verità e la completezza dell’ informazione’’ ed è ‘’schierato, ipocrita e irresponsabile’’, soprattutto nel campo della strategia militare –

Un attacco pesante dopo le posizioni ‘’filo-imperiali’’ assunte di fronte alla crisi siriana e alle difficoltà della missione di pace messa a punto dalle Nazioni Unite

 

 

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NEW YORK TIMES-STYLE JOURNALISM

by Stephen Lendman*

(traduzione a cura di Elena Baù)

 

 

Come altre  grandi canaglie del mondo dei media, anche i giornalisti, i commentatori e gli editorialisti del New York Times non superano l’ esame. Sono schierati, ipocriti ed irresponsabili, in particolare per quanto riguarda le tematiche legate alla politica militare.

Questa linea di condotta risale al 1896, quando la famiglia Ochs-Sulzberger prese il controllo del giornale. Da quel momento, il Times si è impegnato nel censurare, manipolare e reprimere l’  autenticità e l’ integrità dell’ informazione.

 

Un primato vergognoso, che include:

 

-          sostegno agli interessi delle classi ricche e del potere;

-          appoggio privilegiato agli interessi delle multinazionali a scapito delle esigenze dei cittadini;

-          incoraggiamento delle guerre imperiali;

-          insabbiamento di temi scottanti come crimini governativi e aziendali, elezioni truccate, influenza del sistema duopolistico americano, crescita senza precedenti del divario esistente tra classi abbienti e indigenti, peggioramento dello stato dei diritti civili e dei servizi sociali;

-          sostegno al cambio di regime in paesi come Afghanistan, Iraq, Libia, Iran, e Siria, alla faccia della legislazione internazionale che lo proibisce esplicitamente.

 

 

Il record del “giornale dei record” è produrre disinformazione mascherata da informazione corretta, stile fatti ed opinioni. Il suo slogan – “Tutta l’informazione degna di essere stampata” – delude sotto il profilo della verità e della completezza.

Ad esempio, la guerra del Times contro l’ Iran è di lunga data. Quella contro la Siria, invece, è più recente, ma in entrambi i casi il quotidiano si è schierato a favore del cambio di regime. Il 31 gennaio, un suo commentatore, Rick Gladstone, in un articolo intitolato “As Syria Wobbles Under Pressure, Iran Feels the Weight of an Alliance”, lanciava un attacco contro i due paesi affermando:

 

 

Gli insorti filo-occidentali e anti-Assad hanno intensificato “le pressioni (su di lui) perché si dimetta…” Di conseguenza, “anche il suo principale sostenitore in Medio Oriente si trova sotto assedio, il che va a minare un’alleanza una volta potente e da diverso tempo anti-americana”.

 

 

Se Assad cadesse, “Tehran perderebbe il suo canale per fornire supporto militare, finanziario e logistico a Hezbollah in Libano e Hamas a Gaza”. Entrambi i gruppi dell’opposizione israeliana, “considerati da Washington quali organizzazioni terroristiche, possiedono vasti arsenali di missili e altre armi”.

 

 

Non ci sono prove a convalida delle accuse contro Iran, Siria, Hezbollah e Hamas. Intanto, vengono calpestati i diritti di cui un paese sovrano dovrebbe godere, la normativa internazionale, la guida legittima del governo libanese da parte di Hezbollah e l’ elezione democratica di Hamas in Palestina.

 

 

Nessuno dei due paesi sposa la causa del terrorismo. Né l’Iran, né la Siria. Al contrario, Washington e Israele costituiscono gravi minacce sul piano del terrore: entrambi possiedono rischiosi armamenti nucleari e minacciano attacchi preventivi contro pericoli immaginari, dato che quelli reali non si trovano.

 

Ma non secondo quello che pensa il Times, che alimenta la paura allo scopo di favorire i conflitti e un cambio di regime al di fuori della legalità.

 

Vari servizi ed articoli d’opinione promuovono “l’agenda imperiale” di Washington: nel 2011, essa vedeva al primo posto la Libia.  Prima c’erano stati Afghanistan ed Iraq. Ora è il turno di Siria ed Iran.

 

Il 31 gennaio, un articolo di Neil MacFarquhar, giornalista del Times, era intitolato: “Onu,  pressione concentrata sulla Russia per il suo rifiuto di condannare la Siria”. In esso, si sosteneva che:

 

Entrambe le parti “si sono bloccate sulla bozza di risoluzione del Consiglio di Sicurezza proposta dal Marocco (che appoggia Washington) e che chiedeva (ad Assad) di lasciare il potere come primo passo di una transizione verso la democrazia’’.

 

Venivano quindi del tutto ignorate le questioni legate al diritto internazionale. Tra l’altro, la Convenzione di Montevideo del 1933 proibisce esplicitamente di interferire negli affari interni di altri paesi. E così pure la Carta delle Nazioni Unite. Gli stati che adottano tale condotta sono penalmente perseguibili. E nessuno è più colpevole in questo campo di Washington, Israele, e i loro intriganti alleati della NATO. Al contrario, la Siria e  l’ Iran non minacciano nessuno.

 

Eppure MacFarquhar ha accusato la Russia di bloccare le azioni del Consiglio di Sicurezza, mentre la risoluzione di Mosca contro Washington replicava il modello già visto nel caso libico. Molte accortezze linguistiche lasciano un ampio margine di interpretazione in relazione all’opzione militare.

 

La Russia è determinata ad impedire ogni azione bellica. Il Ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha affermato che “la Russia non sosterrà nessuna imposizione sulla Siria”. Egli si oppone fermamente alle risoluzioni anti-Assad, definendole “un’ altra replica del disastro libico”. La visione della Cina è simile. Entrambe hanno il potere di veto nel Consiglio di Sicurezza, e Lavrov ha promesso di servirsene.

 

Lui ed altri hanno fortemente criticato le insurrezioni aizzate dall’esterno in Siria. Il Primo Ministro del Qatar Sheik Hamad bin Jabr-al Thani ha falsamente accusato Assad  di aver “fallito nel compiere qualsiasi sforzo serio di collaborazione con noi”.

 

Il resoconto  Report degli osservatori siriani contraddice al Thani, che aveva invitato a far parte della missione membri troppo vecchi e/o troppo malati per eseguire il compito prefissato. Il capo della missione, Mohammed Ahmed Mustafa al-Dabi, ha invece dato atto ad Assad della collaborazione fornita, dicendo fra l’ altro:

 

“Purtroppo, alcuni degli osservatori credevano che in Siria la loro fosse una visita di cortesia. In alcuni casi, gli esperti incaricati non erano qualificati per il lavoro richiesto, mancavano di esperienza, e non erano in grado di compiere il loro dovere responsabilmente”.

 

Il 18 gennaio, il Segretario Generale della Lega Araba, il Generale Nabil Elaraby, ha sospeso la missione, sostenendo che la violenza era stata sradicata e archiviando così sia la questione della competenza sollevata da Al-Dabi, sia i resoconti relativi alla cooperazione di Assad.

 

E ha ignorato anche “un documento riservato della missione’’, che era stato invece rivelato dal sito Turtle Bay e che sottolineava la carenza di osservatori e l’inadeguatezza di staff ed equipaggiamenti. Che di fatto rendeva la missione fallace sin dal principio.

 

Il 30 gennaio, il vice ministro degli Esteri russo Gennady Gatilov ha insistito sul fatto che i membri del Consiglio di Sicurezza dovrebbero essere informati dei risultati conseguiti. Washington e i suoi alleati faccendieri hanno rispedito il messaggio al mittente. E hanno definito a priori un fallimento gli sforzi della Lega Araba, sostenendo che il loro Rapporto non aggiungeva nulla di nuovo.

 

Nelle conclusioni si raccomanda comunque ai governi arabi di continuare la mediazione per la risoluzione pacifica del conflitti. Ha scritto Al-Dabi:

 

“La missione…rileva la forte oppressione, l’ ingiustizia e l’ oppressione patita dai cittadini siriani. Eppure sono convinto che la crisi siriana debba essere risolta pacificamente, nel contesto arabo, e non internazionalizzata, in modo che i siriani possano vivere una pace sicura e stabile e realizzare le riforme e i cambiamenti desiderati”.

 

Al-Dabi ha anche fortemente criticato l’ inettitudine e l’ indifferenza degli osservatori della missione, dopo che aveva raccomandato di rafforzarne la composizione con l’aggiunta di altri 100 membri, “preferibilmente giovani con una formazione militare, 30 veicoli blindati, giubbotti antiproiettile, veicoli provvisti di fotocamera incorporata e binocoli dotati di visori notturni”.

 

Ma ha aggiunto:

 

“Va sottolineato che le carenze di prestazioni saranno affrontate e risolte con ulteriore pratica e addestramento, se Dio vuole”.

 

Ed ha chiarito che nessuna missione può pensare di affrontare un conflitto in espansione armando fino ai denti gli insorti contro il governo di Assad. A Homs e Daraa, ad esempio, i componenti dell’opposizione utilizzano “bombe termiche e mezzi corazzati anti-missili” procurati da governi stranieri.

 

Al-Dabi ha poi dichiarato: “La missione è stata testimone di atti di violenza contro le forze governative e i cittadini, che hanno portato alla morte e al ferimento di molte persone. Fra questi attacchi, quello sferrato ad un autobus di civili col bilancio di otto persone uccise e vari feriti, tra i quali donne e bambini”.

 

I responsabili erano i ribelli stranieri.

 

Il Times e altre canaglie del mondo dei media occidentali hanno citato le motivazioni che avevano spinto Anwar Malek, uno degli osservatori, ad abbandonare la missione. E l’ ha definita una “farsa”, dicendo:

 

“Quello che ho visto è stato un disastro umanitario. Il regime non sta commettendo solo un solo crimine di guerra, ma una serie di delitti contro il suo popolo. I cecchini sono ovunque e sparano sui civili. Le persone vengono sequestrate, i prigionieri torturati e nessuno viene rilasciato”.

 

Ma Al-Dabi ha replicato affermando che “Malek non ha lasciato l’hotel per sei giorni e non è sceso sul terreno con il resto della squadra, con la scusa che era malato”.

 

In altre parole, non ha visto nulla e ha mentito. Ma le canaglie mediatiche questo l’ hanno ignorato.

 

E’ ormai prassi consolidata dare sostegno all’ imperialismo illegale americano a scapito dei paesi non belligeranti.

 

Washington e i suoi alleati opportunisti accusano Assad di manipolare la missione di monitoraggio per guadagnare il tempo necessario a schiacciare i ribelli armati. Al-Dabi ha dissentito, affermando che la missione è di vitale importanza per la stabilità della Siria, aggiungendo:

 

“Qualsiasi interruzione dei lavori della missione dopo un inizio così breve rischia di minare i risultati positivi – anche se incompleti – realizzati finora. E potrebbe provocare il caos generale se le parti non si dimostreranno qualificate e pronte a imboccare il processo politico predisposto per la soluzione della crisi siriana”.

 

Lui, Assad, e la maggior parte dei siriani vogliono una soluzione pacifica. Washington, gli alleati calcolatori e i principali furfanti mediatici promuovono la guerra e il cambio di regime.

 

I civili, ovviamente, sono quelli che soffrono maggiormente e in modo angoscioso fin dai primi mesi del 2011. Washington e gli alleati complici se ne dividono la colpa.

 

Assad è stato ingiustamente condannato per i loro crimini. Non aspettiamoci spiegazioni dai giornalisti, editorialisti ed opinionisti del New York Times. La verità e la completezza dell’ informazione non sono il loro pane quotidiano.

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*Stephen Lendman vive a Chicago.  Ricercatore al Centre for Reserch on Globalization, autore di alcuni libri su questioni internazionali, ha vinto nel 2008 il Project Censored Award, dell’ University of California a Sonoma. Collabora con il “Progressive Radio Network’’.

Il suo blog è http://sjlendman.blogspot.com.

Può essere raggiunto via mail a lendmanstephen@sbcglobal.net.