Il Guardian e la ‘religione’ dell’ Open journalism

| 20 marzo 2012 | Tag:, , ,

Simon Houpt sul Globe and Mail torna sulla strategia di massima apertura del lavoro redazionale imboccata con decisione dal quotidiano britannico – E sul problema, tutto interno al mondo del giornalismo professionale, degli scoop – Certo, alcuni servizi hanno bisogno di giornalismo ‘’chiuso’’, difesa delle fonti, ecc – Ma l’ esperienza del Guardian mostra che entrambi i tipi di giornalismo possono tranquillamente  coesistere

 

 

How open journalism reimagines the story
di Simon Houpt
(Globe and Mail)

 

 

 

E’ da qualche anno che la redazione del Guardian ha messo in campo un forte impegno su quello che è stato chiamato “Open Journalism”.

 

Significa prima di tutto che la redazione informa passo dopo passo i propri lettori, a mano a mano che le notizie vengono trattate. E, poi, che ogni mattina il giornale pubblica un elenco – per tradizione segreto – con gli argomenti che verranno lavorati per l’ edizione su carta del giorno dopo.

 

Quindi, se un lettore dispone di una informazione che può aiutare ad approfondire la vicenda, si sa anche come si è andati avanti. Per esempio, qualche giorno fa il giornale stava lavorando a un servizio sui piccoli debiti delle famiglie e ha chiesto ai lettori di riempire un questionario anonimo sul suo sito web con i dettagli sulla propria situazione finanziaria.

 

Molti giornalisti credono che i segreti siano la moneta principale del proprio lavoro. In alcune redazioni i cronisti non condividono le loro informazioni con i colleghi.

 

Molti altri giornali si stanno misurando gradualmente con l’ Open Journalism, ma il  Guardian ne ha fatto la sua  religione. La scorsa settimana ha deciso di dedicare all’ Open Journalism una parte rilevante del proprio brand, con un vistoso filmato tv di due minuti che risciveva la storia dei Tre porcellini come una notizia attuale che veniva sviluppata attraverso il contributo dei social media.

 

Lo spot era basato su una storia vera. Tre anni fa, dopo l’ uccisione di Ian Tomlinson, un rappresentante, durante gli scontri per il G20 di Londra, il giornalista investigativo del The Guardian Paul Lewis aveva lavorato tenacemente sulla vicenda per diversi giorni. Aveva recuperato dei resoconti di testimoni oculari dell’ uccisione, ma nulla che contraddicesse la versione ufficiale della polizia che aveva attribuito la morte a un semplice collasso in strada. Ma una settimana dopo l’ episodio, un impiegato di New York, che aveva visto su Twitter Paul Lewis chiedere testimonianze sulla vicenda, segnalò che quel giorno era a Londra e aveva registrato un video in cui si vedeva uno che sembrava essere un agente di polizia colpire Tomlinson durante un’ azione antisommossa.

 

Il giornale aveva pubblicato il video, facendo cadere la tesi ufficiale della polizia. E il poliziotto al centro del video aveva dovuto affrontare un processo per omicidio colposo.

 

“Ecco, quello è stato il momento in cui abbiamo pensato: ‘caspita!’, ecco una vera forza. Questo dà davvero al nostro fare cronaca un’ ampiezza che prima non si era mai vista” – ha raccontato Ian Katz, vicedirettore  del giornale.

 

Ci sono stati altri contributi importanti. Per mesi l’ anno scorso il giornalista Rupert
Neate
è stato dietro alle accuse secondo cui il ministro della difesa britannico Liam Fox si era portato regolarmente dietro il suo amico, Adam Werritty, in occasione di incontri ad alto livello con dignitari stranieri, presentandolo come un consulente ufficiale. Ma fu solo un lettore, che per caso era appassionato di politica in Sri Lanka, a segnalare su You Tube un video che mostrava Werrity e Fox in riunione col presidente dello Sri Lanka confermando le indiscrezioni raccolte da Neate. Fox si dimise.

 

“Ma anche la scoperta da parte di Neate è venuta per caso, mentre durante il lavoro il giornalista stava controllando i suoi feed su Twitter’’, ha raccontato Katz.

 

Ma nel mondo giornalistico, dove gli scoop sono ancora importanti,  l’ apertura di questo processo ha creato una grossa questione. Dopo il tweet, “Rupert mi telefonò in preda al panico dicendomi: ‘Cavolo, chiunque può guardare il mio Twitter feed e vedere quello che quel tipo ha segnalato. Come faccimo a preservare questa esclusiva?’
Al che l’unica risposta è stata: ‘Beh, hai circa un’ ora per scrivere tutto e metterlo anche sul sito’.
Ma non è solo qualche persona isolata che sta aiutando il Guardian. Quando lo scandalo sulle spese dichiarate dai membri del Parlamento ha portato alla ‘liberazione’ di milioni di documenti in precedenza riservati, in un giorno nel giugno 2009, sono stati quasi 25.000 i lettori che volontariamente si sono offerti per aiutare il giornale a trovare gli aghi nel pagliaio.

 

“La cosa più interessante a proposito di questo esperimento, in realtà, è propria questo grande quantitativo di volontà che c’ è fuori del giornale. Tra le persone realmente interessate e ben disposte nei confronti di una redazione, e la quantità di lavoro che hanno svolto – che nessuno di noi avrebbe mai creduto possibile’’, ha aggiunto Katz.

 

Qualche giorno fa  il redattore del Guardian Alan Rusbridger è diventato  il primo non americano ad avere il premio Goldsmith alla carriera concesso dalla Harvard Kennedy School, in parte proprio per il suo impegno nell ’Open Journalism.

 

Non è facile, si badi bene: Katz ha detto ai suoi giornalisti che devono essere aperti e trasparenti in modo genuino nella raccolta di notizie; non si può chiedere aiuto solo quando se ne ha bisogno, e quindi solo per far arrestare la gente. “Bisogna mostrare un po’ le gambe per ottenere la disponibilità delle persone che possono fare qualcosa per aiutarvi’’.

 

Ma allora, perché non tutti stiamo facendo questo? Per un sacco di motivi: e solo alcuni di essi sono buoni motivi. Certo, esistono storie che abbiamo bisogno di tenere nascoste, altrimenti tutto andrà a pezzi. Le fonti si allontanano o chiudono la bocca, oppure sarà un altro giornalista a fare lo scoop. A volte, il non separare il grano dal loglio può costare caro e vari organi di informazione sono stati bruciati dalla pubblicazione di foto o storie presentate da “cittadini giornalisti” senza che il materiale fosse correttamente vagliato.

 

E’ anche importante ricordare che la più grande storia giornalistica negli ultimi 10 anni nel Regno Unito – la rivelazione da parte del Guardian dello scandalo delle intercettazioni illegali della News Corp. –  è il risultato di un giornalismo ‘’chiuso’’, vecchio stile. Un giornalista, che lavora da solo per più di due anni, che finisce in vari vicoli ciechi e che picchia duro contro un’ azienda dalle pareti molto robuste, fino a quando non riesce però ad incrinarlo e a farlo crollare. L’ esperienza del Guardian mostra che entrambi i tipi di giornalismo possono tranquillamente  coesistere.

 

E poi sappiamo che dobbiamo adattarci, anche se è difficile per i giornalisti rompere le vecchie abitudini e  imparare a fare le cose in modo diverso. Se il giornalismo è una religione aperta, dobbiamo cominciare ad aver bisogno di un po’ di fede.

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(a cura di Gianni Quattromini)

 

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