Il futuro del giornalismo e la sua sostenibilità, si infittisce il dibattito

| 13 giugno 2012 | Tag:, , , , , , , , ,

Si infittisce il dibattito su prospettive del giornalismo e sostenibilità economica.

A Giuseppe Granieri, secondo cui ‘’non essere ottimista sul futuro della carta… non vuol dire essere pessimisti. Tutt’altro’’, visto che si stanno ‘’aprendo moltissime opportunità, che prima non erano pensabili  per il giornalismo di qualità’’, replica nuovamente Pier Luca Santoro. Respingendo quelli che definisce ‘’auguri mortali’’ per la carta e immaginando invece un futuro fatto di quotidiani di nicchia. Nicchie costituite da due grandi comparti: una specialistica, come quella a cui fanno capo «Il Sole24Ore»  o la «Gazzetta dello Sport», ed una costituita dalla somma dei quotidiani locali, ancora più specializzati e “vicini” alle comunità di riferimento.

A Granieri e Santoro si è poi aggiunta ora anche  la voce di Luca De Biase.

 

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‘’Una formula magica è ovviamente un errore: l’ unica certezza che si può formulare nel settore – osserva De Biase – è che domandarsi quale può essere una soluzione buona e certa per tutti e per sempre conduce a sbagliare strada. Questo non è pessimismo.

Il punto è che il bisogno di persone che svolgano professionalmente un servizio nell’informazione è vivo e importante. E nella ricerca di tutte le forme attraverso le quali quel lavoro può essere economicamente sostenuto si incontrano a ogni passaggio molte e interessanti opportunità da esplorare. E questo non è ottimismo’’.

 

 

‘’Carta, sasso o forbici’’ .

 

Santoro è d’ accordo sul fatto che il ciclo del digitale sia appena cominciato (‘’Credo che il processo mentale di comprensione ed assimilazione dell’informazione online abbia bisogno di studi approfonditi che identifichino al meglio le leve ed il design più efficace relativo. Molto deve essere ancora fatto sotto questo profilo prima di raggiungere la piena maturità di utilizzo del mezzo’’). Ma per il resto contrasta punto per punto l’ analisi di Granieri .

 

La carta non ha esaurito il suo ciclo ma

 

resta la fonte d’informazione, all’interno di un consumo multimediale e multipiattaforma, non dei laggards, ovvero coloro che non dispongono degli strumenti culturali e dell’alfabetizzazione per accedere alla più competitiva forma di informazione digitale, come dice Giuseppe, ma di fasce di valore della popolazione, a cominciare dai top manager come evidenzia la ricerca “Decision Dynamics”, studio internazionale a cadenza annuale sulle attese, i criteri di presa decisionale e l’utilizzo dei media da parte dei top manager.

 

Semmai,

‘’i limiti funzionali della carta possono, devono, essere integrati con soluzioni già disponibili quali la realtà aumentata che mi pare assolutamente la più convincente ed interessante sia per i contenuti informativi che per le proposte di comunicazione pubblicitaria tra le attuali possibilità.

La tecnologia che cambierà il giornalismo si chiama contenuto, apertura e condivisione’’. (…)

‘’L’ ipotesi del passaggio ad un’edizione solo digitale di testate sulla carta mi lascia, perlomeno, perplesso.

Se certamente esistono elementi di costo che rendono difficile la distribuzione credo che l’informatizzazione delle edicole possa dare un contributo significativo a migliorare la situazione.

Penso che sia un errore che vanifica la costruzione del brand sino a quel momento ottenuta abbandonare completamente la pubblicazione su carta, come l’esperienza del «Seattle Post Intelligencer» sembra confermare; meglio, in casi di estrema necessità, ricorrere a soluzioni “miste” mantenendo una o più uscite nella versione cartacea.

Diverso ovviamente il discorso per chi nasce, nascerà, da oggi in poi’’.

 

Per quanto riguarda le risorse, secondo Santoro

forse, nel complesso, dallo sgabello a tre gambe è necessario passare alla scala su cui reggersi. Ricercare nuove forme di ricavo che riescano a sopperire all’incolmabile gap tra revenues pubblicitarie della carta stampata e del digitale [mobile incluso] o, in alternativa, se la qualità e la segmentazione dei contenuti lo consente, puntare tutto, o quasi, sul lettore.

 

Conclusioni?

 

 

Santoro immagina,

a lungo termine [diciamo 15 -20 anni, non prima, a seconda di quanto rapide saranno determinate evoluzioni culturali e tecnologiche], un futuro in cui i quotidiani di carta nel nostro paese continueranno ad esistere seppur decisamente ridimensionati in termini di numero di copie vendute, forse addirittura dimezzati.

Un futuro fatto di quotidiani di nicchia. Nicchie costituite da due grandi comparti: una specialistica [si pensi, a titolo esemplificativo, a «Il Sole24Ore» ed alla «Gazzetta dello Sport»] ed una costituita dalla somma dei quotidiani locali, ancora più specializzati e “vicini” alle comunità di riferimento. Un futuro nel quale alcuni quotidiani di seconda lettura, d’opinione si affiancheranno a massimo due generalisti nazionali, probabilmente «Corriere della Sera» e «Repubblica», segmento che vedo come maggiormente a rischio tra tutti.

Continueremo a giocare, passatemi la metafora, a “carta, sasso o forbici” per lungo tempo, credetemi.

 

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Luca De Biase sintetizza invece gli elementi emersi da un corso sul giornalismo tenuto  all’ European University Institute e un quadro di soluzioni sperimentali:

 

1. Aggiungere alla pubblicità che si paga per pagine viste e alla pubblicità che si paga per click, anche la pubblicità che diventa vendita e si paga al momento in cui la transazione è effettuata. Per aumentare il fatturato medio per utente. A favore di giornali con grande traffico e approccio fondamentalmente commerciale.
2. Tentare nuovi servizi giornalistici non gratuiti che cercano di ottenere il sostegno pagante dei lettori per la estrema specializzazione e unicità delle informazioni che producono, per il valore aggiunto che si riconosce nell’accedervi, per il contenuto di formazione che sviluppano, per la loro riconoscibile capacità di sostituire il giornale di carta, o per il loro straordinario design dell’ interfaccia.
3. Aggiungere al sistema for profit, una ricca dimensione non profit. Tutta da sviluppare. Intorno all’idea che un certo tipo di giornalismo è fondamentalmente un sevizio civico. E la comunità lo può voler sostenere. Con la consapevolezza che la piattaforma migliore per il finanziamento della ricerca di informazioni – in chiave non profit – deve ancora essere costruita.

 Tutto questo potrà funzionare? Si vedrà. Certo la ricerca della formula magica non è solo sbagliata: fa male, conclude De Biase, aggiungendo:

 

L’ unica magia che si può sviluppare in questo settore è la creazione di comunità che trovano ispirazione nella relazione tra coloro che di volta in volta si trovano a svolgere il ruolo di pubblico e autori, con l’eventuale supporto abilitante di autori professionisti, designer, programmatori. Nel quadro di uno scopo civico, esplicito e condiviso.

 

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