Il declino della centralità del quotidiano (e del modello economico imperniato sulla carta)

| 27 dicembre 2012 | Tag:, , , , , , ,

Fra le tante previsioni che i maggiori esperti di media hanno affidato in questi giorni a Nieman Lab***, colpisce quella che riguarda la fine dei quotidiani come pubblicazioni, appunto,  quotidiane e la loro trasformazione in periodici con frequenza bi o tri-settimanale.

 

Non è una novità il fatto che alcuni quotidiani americani abbiano cominciato a modificare la frequenza di uscita nelle edicole. Ma, al di là dei problemi di risparmi nei costi di carta, inchiostri, stampa, diffusione, ecc., quello che colpisce è il totale cambiamento di quadro che si profila: insomma la ‘’morte’’ del concetto stesso di quotidiano che, da strumento centrale e più autorevole della diffusione del discorso giornalistico, finirebbe per ridursi a una delle tante fonti di informazione, una  fonte sostanzialmente di nicchia.

Mentre, parallelamente, l’ intero modello economico dell’ industria giornalistica centrato sulla stampa cederebbe il passo a quello basato sul digitale.

 

Martin Langeveld*, che affronta la questione in un ampio articolo su Niemanlab (The Coming Death of seven-day publication), delinea uno scenario con quattro tendenze.

 

 

1)      Entro la fine del 2015 meno della metà dei quotidiani americani continueranno ad uscire su carta sette giorni su sette.  La crescita rapida dell’ uso dei tablet e la comodità del consumo di informazione su questi dispositivi costringerà molte testate a ridurre a due-tre volte alla settimana la periodicità della pubblicazione cartacea.

2)      Cresceranno le testate che adotteranno il  paywall, ma sarà sempre più evidente che un sistema di pagamenti che consente l’ accesso soltanto ai contenuti di un singolo giornale non è la risposta giusta. I paywall cominceranno quindi a trasformarsi in una sorta di diritto di membership, che consentirà agli abbonati  di accedere non solo ai contenuti ma anche a una serie di servizi e di vantaggi.

3)      Nel quadro di un progetto che punta proprio al senso dell’ appartenenza, i  quotidiani cominceranno ad adottare il principio dei “jobs to be done” (vedi qui), portato avanti dal Newspaper Next project (2005-2008) dell’ American Press Institute – secondo cui le strutture e le risorse delle testate giornalistiche dovrebbero impiegate per rispondere ai problemi e alle esigenze posti da lettori e inserzionisti.

4)       Un approccio centrato sulla membership incoraggerà tra l’ altro l’ idea di un eventuale accesso a pagamento (o meno) a contenuti prodotti da una rete di organi di informazione, in cui l’ abbonamento digitale a una testata locale potrebbe fornire l’ accesso anche a fonti regionali o nazionali oltre a notizie d’ attualità da siti specializzati in affari, finanza, viaggi, sport, cibo, disegno,ecc.

 

Ecco un’ ampia sintesi dell’ analisi di Langeveld (da The Coming Death of seven-day publication)

 

 

    Ridurre la periodicità

 

Sin dal 2008 avevo sostenuto che per affrontare la transizione dal modello economico stampa-centrico a quello digital-centrico i quotidiani dovessero  ricorrere a un drastico cambiamento: ridurre i giorni di uscita da sei o sette alla settimana a due o tre.  Abbracciando nello stesso tempo la considerazione del prodotto su carta come un prodotto di nicchia realizzato da una redazione che vede se stessa come un’ impresa prima di tutto digitale.

 

Nel 2008 l’ ambiente finanziario e tecnologico non aveva ancora avvertito una grande urgenza nell’ affrontare questa questione. Ma ora l’ industria ha subito 25 trimestri consecutive di calo dei ricavi pubblicitari. Il pubblico dei lettori è calato al punto che solo il 23% degli adulti Usa hanno risposto sì alla domanda se il giorno prima avessero letto un quotidiano su carta.  Il settore ha reagito con ripetuti ricorsi al taglio dei costi, cercando di conservare per quanto possibili i suoi storici margini di profitto, e rinviando il giorno del giudizio.

 

Intanto, secondo l’ analista,  nonostante i tentative di preservare dei buoni margini di profitto, la prima cosa da tener presente è il terremoto che si è creato nell’ abitudine dei lettori con l’ arrivo dei tablet.

 

I boss dei giornali stanno cercando di digerire i risultati di alcune recenti ricerche, come quella  del Pew Research Center’s Project for Excellence in Journalism, secondo cui  attualmente  circa un quarto degli adulti americani possiede un tablet e quasi la metà uno smartphone. Mentre più della metà possiedono l’ uno e l’ altro. Circa i due terzi di coloro che possiedono tablet o smartphone consumano informazione sui loro dispositivi, e il 37% di chi ha un tablet lo fa tutti i giorni.

 

E non c’ è grande differenza di comportamento nelle diverse fasce d’ età,  meno di quello che uno potrebbe immaginare. Il 32% dei possessori di tablet con più di 65 anni lo usa ogni giorno per informarsi. Inoltre il Pew ha osservato che molti dei possessori di tablet (31%) riferiscono di dedicare alle notizie una maggiore quantità di tempo da quando hanno acquistato il dispositivo:51 minuti al giorno per chi ha un tablet; 54 minuti per coloro che posseggono anche uno smartphone.

 

E’ un dato sorprendente. Immaginate quanto sarà difficile vendere un quotidiano su carta quando la penetrazione dei tablet avrà raggiunto l’ 80% – cosa che succederà certamente tenendo conto dell’ andamento storico delle curve di adozione relative ad altri dispositivi, dalle radio a modulazione di frequenza ai cellulari. I soldi della pubblicità seguono gli occhi verso le piattaforme mobili.

 

Gli editori stanno facendo del loro meglio per nascondere la cosa, ma la tendenza alla crescita dei tablet sta intaccando quanto è rimasto degli abbonamenti e delle vendite in edicola dei giornali su carta, che stavano già calando a ritmi accelerati dopo aver toccato il picco nella metà degli anni Ottanta. Gli editori hanno tentato di nascondere questo trend rendendo piuttosto oscuri i meccanismi statistici dell’ Audit Bureau of Circulations per nascondere la realtà. In primavera, Alan Mutter, sul suo Newsosaur, aveva analizzato meglio i dati  con cui ai primi di maggio la ABC indicava un aumento dello 0,7% della diffusione congiunta di carta e online, scoprendo che, all’ interno del dato sulla diffusione globale nelle prime 25 testate, la diffusione del cartaceo era caduta del 7,3% anno su anno nel corso del semestre ottobre2011-marzo 2012. Io allora ha preso gli stessi dati e fatto i calcoli sul semestre precedente (aprile-settembre 2011) e ho rilevatio un decline analogo, pari al 7,9%.

 

Comunque, al di là di tutto, questi dati dicono che siamo di fronte a un modello economico non sostenibile. E’ per questo che il gruppo Newhouse sta convertendo i giornali della Advance Publications in testate bi o tri-settimanali. Ed è per questo che anche altri gruppi stanno cercando di capire quando, non se,  fare lo stesso.  E’ probabile che molte conversioni verranno adottate nel 2013 e altre seguiranno a valanga nel 2014 e nel 2015.

 

 

Il sistema membership e la comunità come modello di business

 

E ‘stato interessante seguire l’arco della conversazione intorno al paywall fin dal 2009, quando Walter Isaacson  aveva sollecitato la sua adozione in un articolo da copertina  sul Time Magazine e Steve Brill aveva lanciato un sistema  per realizzarlo. Entrambi furono accolti all’ insegna di una notevole derisione da parte della blogosfera giornalistica e, infatti,  il processo di adozione era stato cauto. Attualmente, circa 400 testate hanno un paywall di qualche tipo (il che significa che circa 1.200 sono ancora gratuiti), con molte altre che si apprestano a farlo nel 2013.

 

Che ci siano voluti quattro anni per arrivare a questo quadro è una chiara indicazione della resistenza al cambiamento che ancora permea le redazioni dei quotidiani, e mostra come siano evoluti gli atteggiamenti rispetto a quando tanti analisti abbracciavano l’ esperienza del Washington Post, riuscito a restare ancora senza paywall.

 

Ma… Possiamo realmente immaginare un futuro, fra qualche anno, in cui tutti i giornali americani hanno un paywall sui siti web e su abbonamenti alle applicazioni su tablet e smartphone? Potranno quei giornali mantenere una parvenza di leadership nelle loro comunità? Non saranno costretti a cedere semplicemente il campo a testate come Patch.com, l’ Huffington Post, siti indipendenti di informazione locale e nuove testate di attualità di tutti i tipi? Davvero non c’ è niente di meglio del semplice paywall a pacchetto, con cui uno può ottenere 5, 10 o 15 servizi ogni mese, dopo di che compare un pop-up che ti tiene lontano fino al primo giorno del mese successivo?

 

Beh, sì, l’ alternativa c’ è. E’ il modello basato sulla membership, molto più in sintonia con i bisogni dei lettori rispetto a qualsiasi paywall. Non è una novità: la radio pubblica e la televisione l’ hanno fatto da decenni. Il Texas Tribune   ha applicato questo modello con convinzione con una serie di livelli di appartenenza, che offrono fra l’ altro una newsletter mensile, il riconoscimento on-line, inviti a iniziative culturali e incontri, assicurando persino un posto riservato nel parcheggiare la macchina. Se questo meccanismo funziona per il giornale non profit di Austin (e per altri, come il MinnPost) perché non dovrebbe funzionare per i normali siti di informazione locale?

 

E poi tenete conto che applicando questo modello, le testate potrebbero sarepere molte più cose dei loro lettori rispetto al classico modello di paywall: dai parametri socio-economici agli argomenti di maggiore interesse fino alle abitudini di acquisto. Cosa che a sua volta permetterebbe  loro di fornire più pubblicità e offerte mirate, sia sulla carta che sull’ online, a livelli di CPM più alti.

 

Tra i giornali, un pioniere su questo fronte è il New London Day (Connecticut), che ha lanciato un modello di membership nel settembre del 2011 ed è un partner nello sviluppo di un sistema di gestione data-driven dell’ audience insieme a Leap Media Partners LLC, ed  ora guida una serie di altri quotidiani che intendino seguire la stessa esperienza.

 

Al Day c’ è  una serie di livelli diversi di membership che è possibile scegliere, partendo dall’ adesione a un programma denominato The Day Passport “membership rewards”.  L’ adesione prevede vari privilegi, fra cui sconti su eventi o servizi, possibilità di vincere buoni regalo o biglietti e, in qualche caso, inviti ad eventi speciali.

 

Ma questi interventi sono solo la punta dell’ iceberg. Come membro di una comunità, uno ha certi bisogni. Esigenze che includono informazione (sapere che cosa sta succedendo), collegamenti (a negozi, ristoranti, e fornitori di servizi), accessi (inserimento nei gruppi e nei luoghi giusti).  Il Texas Tribune, il Day, il MinnPost, e altri giornali offrono pacchetti comprensivi di questi ingredienti. Ma c’è ancora altro: uno ha bisogno anche di consigli e risposte ai problemi; di essere avvertito delle migliori offerte;  di essere connesso socialmente con i paesi vicini, di spendere in modo saggio sul mercato locale; di un buon sistema di consegne e deposito di merci; di consigli sull’ esercizio fisico o le lezioni di arte. Questo è il complesso dei ‘’jobs to be done’’ e gli editori intelligenti possono dare un forte aiuto in questo campo.

 

Come Michael Skoler aveva suggerito un paio di anni fa su Nieman,  quando il paywall cede il passo alla strategia della membership, il modello di business diventa quello della comunità piuttosto che quello dell’ audience. “Per sfruttare questo modello – ha scritto Skoler –  le redazioni devono pensare a se stesse prima di tutto come a un punto di raccolta, sostegno e potenziamento delle persone attive in una comunità con valori condivisi, e non come creatori di informazioni che la gente consuma.”

 

La comunità come modello di business non è un’ idea nuova. Qualche decennio fa, alcuni editori (e alcuni lettori) amavano  parlare dei loro giornali come dei ‘’collanti della comunità’’.  E, in effetti, quasi tutti i fili di una comunità si collegavano fra loro attraverso il giornale: politica, religione, commercio, istruzione, sanità , divertimento, sport, nascite e morti. Ora che il modello è frammentato, la portata del giornale e la sua potenza in termini di connettività è diminuita. La colla si è seccata. L’ approccio in stile membership offre un modo per cominciare a ricucire di nuovo insieme i vari fili all’ interno di una impresa redditizia, o forse di una rete di imprese.

 

 

Una rete di contenuti

 

Se si escludono i lettori dei giornali locali solo su carta che non guardano l’ informazione televisiva, c’ è ancora qualcuno che si informa in un unico posto? Quasi tutti quelli che seguono l’ informazione giornalistica sono abituati a saltare da un sito all’ altro, soprattutto quando vanno a caccia di ulteriori dettagli su una vicenda di attualità. La notizia ci raggiunge, non siamo noi ad andare verso le notizie – e arriva da più direzioni: social network, blog, aggregatori, testate giornalistiche di tutti i tipi.

 

E allora, visto che l’ ecosistema che gira intorno alle notizie evolve verso il modello membership, che affronta il campo delle “cose da fare” per semplificare la vita degli utenti, non sarebbe sensato che una di queste ‘’cose’’ fosse dare accesso a una serie di notizie, provenienti da più fonti, con un unico abbonamento, una sorta di E-ZPass per l’ informazione?

 

Immaginate di aderire al vostro sito di informazione locale o locale o a una sua applicazione, avendo così accesso, senza ulteriori balzelli, a una rete di fonti di informazione. Questa rete potrebbe essere scelta da voi e assemblata dal vostro giornale. Potreste trovare testate locali e regionali, nazionali e internazionali, giornali di attualità e notizie di vario genere – sport, viaggi, enogastronomia, giardinaggio, design, finanza – tutto quello che voi selezionate, o che la rete deduce,  dal vostro comportamento, come di vostro interesse**.

 

Questo può essere ottenuto o tramite delle reti collaborative limitate, definite da accordi individuali, oppure tramite un ampio accordo globale di collaborazione tra i produttori di notizie.

 

Da qualche parte sullo sfondo, c’ è un meccanismo che distribuisce i ricavi dagli abbonamenti fra i fornitori di contenuti (come avevo descritto in una mia proposta su Nieman Lab per un “ASCAP for news’’, un modello di business in cui la AP NewsRight potrebbe avere ancora un ruolo chiave).

 

Alcuni dirigenti del settore (come il presidente di MediaNews, Dean Singleton) hanno sostenuto da tempo che il futuro del giornale è il consolidamento (via fusioni e acquisizioni, ndr). Ma anche se le proprietà dei giornali più importanti hanno venduto per importi trascurabili (essenzialmente il valore degli immobili di loro proprietà, o anche meno), non c’ è stato molto movimento in quella direzione e non è chiaro se alla fine il processo di consolidamento possa offrire una soluzione all’ incubo del calo di lettori e al declino della pubblicità. In ultima analisi, il consolidamento è solo una strategia di mop-up –  cercare cioè di spremere tutti i profitti che rimangono possibili uno che spreme semplicemente fuori i profitti finali rimanenti prima che le luci si spengano.
Data la profondità del declino subito dai giornali, e la loro mancanza di spirito imprenditoriale e di risorse da investire, forse il  mop-up è l’ unica cosa realistica. Ma, almeno in alcuni ambienti, c’ è speranza che una strategia di accesso ai contenuti attraverso una rete, insieme con l’ approccio con un sistema di membership, potrebbe avere buoni risultati.

 

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 *Martin Langeveld lavora da oltre 30 anni nel campo dei quotidiani, ed è stato editore di The Berkshire Eagle  (Pittsfield, Mass.), the Transcript (North Adams, Mass.) e il Reformer (Brattleboro, Vermont)

 

**”Disclosure: sono un partner in CircLabs, una start-up che punta a realizzare una rete del genere e sta attualmente sviluppando un progetto sperimentale col Laboratorio di giornalismo ‘’Reynold’’  dell’ Università del Missouri”.

 

*** (aggiornamento) Luca Dello Iacovo le sintetizza così su Webcartografie.wordpress.com: aumenta la rilevanza della conoscenza dei codici informatici per i reporter. Conquista spazio il solomo (social, local, mobile). Riceverà maggiore attenzione lo slow journalism, in reazione alla velocità del ciclo delle news. Ad affrontare la frammentazione delle comunicazioni sui social media saranno più strumenti di curatela editoriale per ricostruire narrazioni (Fondazione Ahref ha varato Timu): avranno un focus verticale anche su fotografie e video.

 

 

 

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