Il declino del mediattivismo, il calo del conflitto e la retorica della partecipazione

| 26 luglio 2012 | Tag:, , , , , , ,

In un’ ampia recensione di un saggio di Dominique Cardon e Fabien Granjon (‘’Médiactivistes’’), Ulrike Lune Riboni  analizza l’ incerto destino del ‘’mediattivismo’’ nel contesto creato dall’ idea che è ormai possibile a tutti pubblicare su internetBlogger,  whistleblower e appassionati non vengono più designati come dei ‘’mediattivisti’’ ma come dei ‘’cittadini-giornalisti’’. L’’’attivista’’ sarebbe dunque scomparso a favore del ‘’cittadino’’ – Una trasformazione semantica che non è  neutra. Essa infatti, sottolinea Riboni, comporta nello stesso tempo una legittimazione dell’ azione – il cittadino ha un diritto di parola legale – e una forte attenuazione dell’ aspetto conflittuale o contestario. Questa trasformazione è rivelatrice di una evoluzione sociale, in cui la partecipazione, pur restando critica, perde in conflittualità? Oppure di una volontà politica e mediatica di far credere che sia così?
 

 

Internet **activisme?

di  Ulrike Lune Riboni
(Culturevisuelle)

 

 

 

Dal mediattivismo al ‘’citizen journalism’’

 

Nel loro libro Médiactivistes i ricercatori Dominique Cardon e Fabien Granjon1 lo dicono dal primo rigo: « La produzione dell’ informazione è un terreno di lotta». Fino ad ora la messa in discussione dei media dominanti  ‘’e/o la predisposizione di dispositivi di informazione alternativi’’ poteva essere definita col neologismo ‘’mediattivismo’’. Dietro di cui si situano vari decenni di sperimentazione, dai media ‘’rivoluzionari’’ a quelli ‘’alternativi’’, che Cardon e Granjon riassumono brillantemente, oltre che per grande sintesi, nel loro libro.

 

Ma, come sottolineano gli autori, ‘’il destino del mediattivismo nel contesto creato dall’ idea che è ormai possibile a tutti pubblicare su internet’’ è incerto.

 

Non si può non constatare che le esperienze di media di informazione alternativi su internet hanno subito varie sconfitte. La progressiva scomparsa di Indymedia2 lo testimonia, come la recente contestazione di Agoravox3 che sembra destinata alla stessa fine. Il principio dell’ ‘’open publishing’’ 4 cavalcato da Indymedia, cosi come quello della ‘’selezione fra pari’’5 di Agoravox sono stati di fatto profondamente rimessi in causa.

 

D’ altronde, ‘’l’ alternativa’’ sembra aver gudagnato terreno: le immagini amatoriali si ritrovano sulle prime pagine dei grandi giornali, la parola del testimone o del blogger ha guadagnato in legittimità, e i  whistleblower e le pratiche di verifica e controllo dell’ informazione e di contro-perizie da parte degli internauti fanno ormai tremare le maggiori testate.

 

Blogger,  whistleblower e appassionati non vengono più designati come dei ‘’mediattivisti’’ ma come dei ‘’cittadini-giornalisti’’, secondo l’ espressione ‘’citizen journalism’’ importata dagli Stati Uniti.  L’’’attivista’’ sarebbe dunque scomparso a favore del ‘’cittadino’’.

 

Questa evoluzione semantica non è neutra. Essa comporta nello stesso tempo una legittimazione dell’ azione – il cittadino ha un diritto di parola legale – e una forte attenuazione dell’ aspetto conflittuale o contestario. Questa evoluzione è rivelatrice di una evoluzione sociale, in cui la partecipazione, pur restando critica, perde in conflittualità? Oppure di una volontà politica e mediatica di farla crescere?

 

L’ evoluzione è senza dubbio al centro degli obbiettivi di queste pratiche: si tratta ancora di ‘’essere dei media’’, come rivendicava lo slogan ‘’Don’t hate the media, be the media’’7  di Indymedia ? Come nelle recenti rivoluzioni dalla Tunisia all’ Egitto, in cui la presa del potere non fa parte delle rivendicazioni, la contestazione dei media non sembra poggiare su media alternativi ma unicamente su contenuti alternativi.

 

Ma mentre Cardon e Granjon chiedono ‘’perché riservare ai soli professionisti dell’ informazione il diritto di produrre le nostre rappresentazioni del mondo?’’, conviene forse chiedersi anche perché riservare ai soli professionisti dell’ informazione il diritto di diffondere le nostre rappresentazioni del mondo?

 

Hacktivismo vs ‘’Datalove’’
La questione di una eventuale perdita di conflittualità delle esperienze mediatiche alternative si collega a quella, mi sembra, di una possibile politicizzazione degli ambienti hacker.

 

Dopo Wikileaks, e con Anonymous o Telecomix, gli hacker sont tornati sulla scena mediatica e vengono ormai frequentemente associati a una immagine positiva di difensori della libertà di espressione e dei diritti fondamentali. Ci si interroga sulla possibilità per gli Anonymous di ‘’cambiare  il mondo’8, si parla di ‘’altermondialisti digitali’’9, di ‘’nerds ultrapoliticizzati’’10 o ancora di ‘’hacker umanitari’’11. Nello stesso tempo l’ emergere dei Partiti Pirata sposta le sfide legate alle tecnologia nella sfera della politica ufficiale.

 

Pertanto, se è certo che ‘’la cibercultura è improntata alla contro-cultura’’12 oppure che ‘’dopo i oprimi balbettii Internet nasconde una potente dimensione politica’’13, non è sicuro che l’ ‘’hack-attivismo’’ (contrazione di  hacker e attivismo), non  sia solubile nel ‘’lol’’(acronimodi laughting out loud, che segnala un passaggio umoristico in una conversazione online).

 

In effetti, I gruppi più visibilmente ‘’politici’’ rifiutano in parte di ammettere un qualunque impegno a vantaggio del semplice divertimento.

 

E’ il caso dei membri di Telecomix (che in Francia rifiutano l’ idea di una ‘’sezione francese dell’ organizzazione). Pur essendosi fatti conoscere per le loro azioni di sostegno agli insorti tunisini ed egiziani e pur collaborando attualmente con la Lega dei diritti dell’ uomo (in particolare sulla questione siriana), hanno dichiarato in occasione della quarta edizione di “Pas Sage en Seine”14 alla Cantine15 : ‘’N on facciamo la rivoluzione, si vive nella e per la Rete e quando questa viene ao.Questo è tutto’’.  Quando gli si chiede che cosa pensino del Partito Pirata, rispondono: ‘’Siamo degli anarchici e quindi ce ne fottiamo della politica tradizionale sotto forma di partiti’’, e ancora: siamo apolitici’’. E se qualcuno di loro corregge con un ‘’a-partisan, non apolitici’’, il senso è quello.

 

In effetti, visto che il credo di Telecomix è il ‘’datalove’’16, cioè letteralmente l’ amore per i dati, si tratta di ‘’far circolare l’ informazione, di qualsiasi genere sia’’, senza impegno a priori ma secondo la loro immagine: come degli idraulici, non come degli architetti’’.

 

 

Questo discorso mi sembra caratteristico della mia generazione e ancora di più di quella che sta venendo su: un distacco della politca che oscilla fra un rifiuto puro e semplice di qualsiasi impegno e una opposizione a una politica istituzionale in cui non è più possibile riconoscersi.

 

Ma le comunità hacker da sempre sono divise fra orientamenbti diversi. A cominciare dall’ opposizione ‘’cattivi/buoni’’ o “cappelli neri/cappelli bianchi’’, secondo il loro lessico: i primi con intenzioni ‘’brutte’’ – penetrano nei sistemi informatici per scopi personali, per distruggere o rubare dati -, i secondi li violano per rivelare le falle dei sistemi si sicurezza informatica e quindi per avvertire gli sviluppatori e offrire aiuto per la soluzione dei problemi. E ancora, con la distinzione   Open Source e Free Software che oppone ad esempio Eric Steven Raymond a Richard Stallman. Mentre il primo sottolinea principalmente i meriti etici e filosofici dei sistemi liberi17, Eric Raymond preferisce segnalare la qualità dei sistemi con I codici sorgente aperti, da un punto di vista puramente tecnico, e, quindi, economico.

 

Così, d’ altronde, fra gli hacker tedeschi per esempio, le rivendicazioni politiche sono più esibite. Nel discorso dei membri tedeschi di Telecomix, dove è facile trovare degli appartenenti al OPartito pirata tedesco, o nelle parole di Daniel Domscheit-Berg, ex membro di Wikileaks e fondatore di Openleaks :

‘’In Germania l’ hacking, collegato al Chaos Computer Club ad esempio, è tradizionalmente ancorato alla vita sociale, alla politica, si interessa all’ impatto della tecnologia sulla società. C’ è quindi stato sempre un forte movimento sociale in seno alla comunità hacker’’.18

—-

  1. CARDON Dominique, GRANJON Fabien, Médiactivistes, Paris, Presses de Science Po. 2010. []
  2. Plateforme participative née de la mobilisation altermondialiste de Seattle en 1999, et symbole du médiactivisme des années 2000. []
  3. http://www.streetpress.com/sujet/41152-agoravox-vie-et-mort-d-un-site-de-journalisme-citoyen-a-la-francaise []
  4. « Publication ouverte », signifie qu’il n’y a aucun contrôle ni censure des publications. []
  5. Les rédacteurs qui ont posté au moins 4 articles décident par vote de la publication d’un article. Il doit obtenir un certain nombre de voix pour être mis en ligne []
  6. De l’anglais « whistleblower », désigne une personne ou un groupe qui décide de dévoiler des informations susceptibles de mettre en péril la société. []
  7. « Ne haïssez pas le média, soyez le média » []
  8. BARDEAU Frédéric et DANET Nicolas, Anonymous. Peuvent ils changer le monde ?, FYP Éditions, 2011. []
  9. ibid. []
  10. http://owni.fr/2011/03/02/chroniques-de-rechi-hacker-le-systeme-politique-est-une-question-de-volonte/ []
  11. voir entre autres le « Random Act of Kindness », événement qui réunit des hackers et des ONG []
  12. http://www.paris-web.fr/2012/conferences/hacktivisme-hacker-la-politique-et-les-ong.php []
  13. voir le blog Geek Politics []
  14. http://www.passageenseine.org/ []
  15. voir http://lacantine.ubicast.eu/videos/telecomix/ []
  16. datalove.me []
  17. Libre signifie libre d’accès, c’est à dire que les spécificité techniques sont accessibles et donc modifiables. []
  18. http://blog.lesoir.be/geek-politics/2011/08/10/openleaks-no-limit-a-la-fuite/ []

 

 

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