I social media, quella grande cosa che i visionari del web non avevano intuito

| 25 agosto 2012 | Tag:, , , , , , , ,

 

Un rapporto scritto dal direttore editoriale del Washington Post Robert Kaiser nel 1992,  ma pubblicato solo ora,  dice molto su quanto il futuro dei media era prevedibile anche allora, ma mostra anche come nessuno di quei ‘’visionari’’ avesse intuito la forza destabilizzante dei social media sull’ industria editoriale

In un articolo su Gigaom,  Mathew Ingram dà atto delle grandi intuizioni di Kaiser e del suo ruolo fortemente propulsivo nello sviluppo della presenza web del Post, spiegando che, ‘’purtroppo, come molti giornali tradizionali hanno impiegato più di un decennio per apprezzare veramente ciò che Kaiser spiegava nel suo memorandum, c’ è voluto altrettanto tempo per cominciare a sfruttare le possibilità di sviluppo che i media sociali consentono’’

 

 

The one big thing that newspaper visionaries didn’t foresee

di Mathew Ingram

(Gigaom)

 

 

Spesso ci dimentichiamo che il world wide web è attivo da almeno vent’ anni o che ha provocato una profonda e continua trasformazione di quasi tutte le forme di contenuti, da libri e giornali a musica e film. Nei primi anni Novanta solo pochi avevano previsto il tipo di rivoluzione che si stava avviando nei media, e, come Max Potts, ex giornalista del Washington Post,  osserva in un recente post sul suo blog, uno di quelli che vedeva il futuro con una certa precisione era il direttore editoriale del Post, che ai dirigenti del giornale aveva scritto un Rapporto che descriveva il possibile futuro dei media e le trasformazioni nell’ industria editoriale.
Ancora più interessanti di quelle che questo ex manager aveva bene intuito, erano, però, le cose che lui e quasi tutti gli altri visionari come lui non avevano assolutamente previsto – e cioè, fra le più importanti, il modo con cui l’ industria della notizia sarebbe stato trasformato dai social media. Dai blog a Twitter, questa trasformazione (ciò che Gigaom ha definito “democratizzazione della distribuzione”) è stata probabilmente più dirompente rispetto a qualsiasi altro sviluppo tecnologico che si era verificato da allora, ed è a questo che molte testate non si sono ancora pienamente adattate o non hanno ancora saputo trarne vantaggio.

 

Potts, un ex esperto di tecnologia per il Post, spiega che Robert Kaiser era stato invitato dal direttore esecutivo di Apple, John Sculley, a partecipare a una conferenza in Giappone sul futuro dei media digitali, e il suo resoconto (che risale al 6 agosto 1992 e per la prima volta da allora è stato reso noto –  Potts lo ha appena ha pubblicato sul suo sito in PDF) era il tentativo di riassumere ai vertici del giornale quello che aveva appreso in quell’ occasione.

 

Molto di quello che Kaiser dice sembra assolutamente ovvio ora, ma come Potts osserva:

“Questo accadeva nel 1992, quando ‘andare on-line’ significava connettersi a servizi come Compuserve e Prodigy tramite lenti, cigolanti modem dial-up. I pc  avevano appena guadagnato il traguardo dei monitor a colori, i portatili erano una novità, i cellulari erano più rari (e pesanti come dei mattoni) e nessuno, tranne Tim Berners-Lee aveva sentito parlare del World Wide Web “.

 

I media digitali sono qualcosa in più del cartaceo su un monitor


Kaiser parla dei progressi enormi nella potenza di calcolo descritti dagli esperti alla conferenza in Giappone, fra cui l’ esistenza di processori in grado di gestire miliardi di operazioni al secondo e nuove tecnologie che permettono ai computer di “rispondere a istruzioni vocali” e anche “di leggere i comandi scritti su un blocco-note elettronico’’. Tutte cose che poi si sono affermate naturalmente, assieme alle possibilità di “trasmissione e stoccaggio di grandi quantità di testo e immagini fisse e in movimento”.

Potts poi racconta come lui e alcuni altri membri dello staff del Post avessero usato gli stimoli di quel suo resoconto per realizzare i primi prototipi di una versione digitale del giornale, utilizzando il software HyperCard di Apple.

 

Ora, mentre la presentazione grafica è un po’ rozza, gli elementi di quello che sarebbe diventato il pionieristico sito del quotidiano,  WashingtonPost.com (di cui Potts è stato co-fondatore), ci sono tutti, con immagini e link.

 

Il memorandum di Kaiser ha senza dubbio contribuito a lanciare il Post nel web, qualcosa che sia Graham che altri dirigenti del giornale avevano subito riconosciuto come una forza potente per il giornalismo. E il presidente del Post ha continuato a spingere per l’ innovazione, diventando uno dei primi sostenitori di Facebook – e un mentore del suo fondatore, Mark Zuckerberg – incoraggiando esperimenti come l’ applicazione del Post su Facebook, o il suo ‘’motore’’ di raccomandazione delle notizie (Trove), tra gli altri.

 

Come ho detto altre volte, il giornale sembra molto più interessato a perseguire questo tipo di innovazioni che a erigere paywalls.

 

Kaiser riuscì quindi a intuire le tendenze emergenti. Ma la cosa più importante che lui e altri preveggenti come lui non afferrarono fu l’ impatto di quello che sarebbe poi stato definito “Web 2.0” – cioè, la rivoluzione creata da strumenti come Blogger o il software Radio Userland realizzato dal pioniere del blogging Dave Winer, che Evan Williams aveva poi venduto a Google prima di andare a lavorare al lancio di un altro rivoluzionario social-media, Twitter. Due invenzioni tecnologiche che insieme hanno determinato un rovesciamento del mondo dei media tradizionali molto più intenso delle innovazioni tecnologiche che Kaiser aveva  descritto nel suo memo.

I social media sono più dirompenti di processori velocissimi

 

Il blogging non solo ha portato alla nascita di alcune superpotenze nel campo dei nuovi media, come l’ Huffington Post, ma, abbassando in maniera decisa gli ostacoli alla pubblicazione, ha consentito “alle fonti di parlare direttamente”, come lo stessoWiner scriveva. In un primo momento solo alcune persone – come il miliardario imprenditore mediatico Mark Cuban – hanno utilizzato questo fenomeno a loro vantaggio per diffondere i loro messaggi in maniera diretta, senza dover utilizzare la stampa come intermediario. Poi l’ arrivo di Twitter ha accelerato il processo, dando a gente come il miliardario Rupert Murdoch, della News Corp., la possibilità di ricorrere direttamente alla rete per far sentire la sua versione nello scandalo che lo ha colpito.

Ma ancora più dirompente è stato il modo in cui Twitter, i blog e altri strumenti di social-networking, come Facebook,  hanno definitivamente cambiato il rapporto tra i media e ciò che Dan Gillmor ha chiamato “la gente che un tempo veniva definita audience.” Invece di fare affidamento solo sui giornalisti mainstream per sapere che cosa stava accadendo in luoghi come l’ Egitto durante la primavera araba, siamo stati in grado di vedere e sentir parlare di quegli eventi direttamente da persone che li stavano vivendo – grazie agli sforzi di giornalisti d’ avanguardia come Andy Carvin, della National Public Radio, e  al suo uso di Twitter come una redazione partecipativa.

 

Questi strumenti consentono ai lettori produrre i propri ‘’giornali’’, con strumenti come Flipboard o Prismatic o anche solo tramite lo stesso Twitter, invece di dover fare affidamento sull’ idea di un redattore su cosa sia importante: in altre parole, possono ottenere notizie non filtrate. Purtroppo, come molti giornali e testate tradizionali ci hanno messo più di un decennio per apprezzare veramente ciò che Kaiser stava dicendo nel suo memorandum, c’ è voluto altrettanto tempo per cominciare a sfruttare l’ evoluzione dei media che gli strumenti sociali hanno prodotto.

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