‘’I giornalisti e le regole’’, vademecum per un mestiere pericoloso

| 19 novembre 2012 | Tag:, , , , , ,

Tre esperti di diritto dell’informazione, Caterina Malavenda, Carlo Melzi d’ Eril e Giulio Enea Vigevani,,  vanno in soccorso di chi ogni giorno è costretto a muoversi tra la necessità di raccontare il vero e la paura di finire in tribunale per citazioni o querele

 

 

 di Fabio Dalmasso

 

No, non è la stampa, bellezza, ma la legge, e davvero, come diceva Humphrey Bogart in L’ultima minaccia, non puoi farci niente. Perché se è vero che quello del giornalista rimane il più bel mestiere del mondo, è altrettanto vero che la sua libertà non è illimitata e che ci sono norme e responsabilità da tenere presente.

 

Il libro Le regole dei giornalisti – Istruzioni per un mestiere pericolo (Il Mulino, 178 pagine, 15 euro) viene in soccorso di chi ogni giorno è costretto a muoversi tra la necessità di raccontare il vero e la paura di finire in tribunale per citazioni o querele.

 

Partendo dall’ assunto che “la libertà di espressione si pone come regola e ogni limitazione come eccezione”, scritto da tre avvocati ed esperti di diritto dell’informazione e della comunicazione, Caterina Malavenda, Carlo Melzi d’Eril e Giulio Enea Vigevani, Le regole dei giornalisti può contare su una gustosa e interessante postfazione firmata dal giornalista Francesco Merlo che racconta la sua Vita da querelato mai condannato.

 

 

Sallusti e il carcere

 

Carcere si o carcere no? Il caso Sallusti ha scatenato un putiferio di reazioni sia nel mondo giornalistico che in quello politico: mentre già si pensa a leggi e leggine “salva Sallusti”, il mondo dell’informazione ha reagito con vigore denunciando l’assurdità della condanna al carcere per un giornalista. Occorre però partire dall’inizio: il direttore de il Giornale ha permesso che sul proprio quotidiano venisse stampato un articolo, scritto da Renato Farina, in cui le circostanze narrate erano false, cioè che un giudice avrebbe “ordinato” di eseguire un aborto su una minore. I fatti, assolutamente falsi, erano squalificanti sia sul piano professionale che su quello umano: colpevole di avere omesso il controllo dell’articolo prima della stampa, Alessandro Sallusti si è poi rifiutato di pubblicare una rettifica e ha detto no anche a un’offerta di transazione consistente in 20.000 euro da devolvere a Save the Children.

 

 

 Comportamento discutibile

 

Insomma, Sallusti ha fatto tutto quello che normalmente non di dovrebbe fare, ha violato coscientemente la legge in materia che, per quanto difficile da interpretare e manchevole su molti aspetti, rimane comunque legge. Si potrà sicuramente dibattere a lungo se sia giusto o meno mandare in carcere un giornalista, ma rimane comunque certo che il comportamento di Sallusti è stato quantomeno discutibile e disonorevole per tutta la categoria. Con il suo comportamento, inoltre, Sallusti ha leso anche uno dei diritti più importanti, quello cioè dei lettori che devono essere informati correttamente. Un diritto, come ricorda il libro dei tre avvocati, che anche la Corte Costituzionale ha riconosciuto e che, quindi, deve essere garantito non solo nelle sue forme di pluralismo, ma anche nella corretta informazione.

 

 

L’ articolo 21

 

Una correttezza che, come ben sa chi fa questo mestiere, spesso si deve scontrare con leggi astruse, spesso antiquate, sulle quali il ritardo italiano è sotto gli occhi di tutti e che Le regole dei giornalisti ben evidenzia.

Dopo aver fatto un breve excursus storico sulla libertà di stampa, ricordando il “gazzettiere” del XVII secolo Giovanni Quorli come uno dei primi giornalisti finiti sotto la scure della giustizia, gli autori passano ad analizzare la pietra miliare dell’odierno giornalismo italiano, cioè l’articolo 21 della Costituzione Italiana che recita, nella sua parte iniziale, “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.

 

Muovendosi tra articoli costituzionali, la legge stampa n. 47 del 1948 e quella professionale del 1963, i tre avvocati mettono in evidenza i ritardi e le incongruenze di una legislazione che spesso impedisce al giornalista una vera libertà di movimento e di espressione.

 

 

Regole e limiti

 

«I limiti alla libertà di espressione esistono eccome e, anzi, è giusto e inevitabile che ci siano», scrivono gli autori, ma sottolineano come questi limiti siano ambigui, difficili da individuare e applicare: qual è, ad esempio, l’interesse pubblico di un fatto? Sapere se i parlamentari fanno uso di droghe, come nel famoso servizio delle Iene, è di interesse pubblico o no? Venire a conoscenza del fatto che la figlia di Beppe Grillo sia stata trovata in possesso di una quantità di cocaina, risponde all’interesse pubblico? E quando questo interesse pubblico diventa mera curiosità pubblica, senza alcun fine informativo? È forse questo uno degli aspetti più importanti affrontati dal libro che dice: «può essere ritenuto di interesse pubblico ogni dato relativo all’intera comunità di riferimento e che contribuisca a comporre l’opinione pubblica su un tema che riguarda la collettività o almeno una certa parte di essa».

 

 

Diffamazione

 

Un intero capitolo è dedicato alle tre parole più in voga tra i giornalisti e i loro nemici: diffamazione, ingiuria e calunnia. Quando si incorre nel rischio della diffamazione? Quando si offende la reputazione di una persona, si potrebbe dire. Ma la situazione è molto più complicata e non è un caso che i tribunali siano pieni di procedimenti che, in un modo o nell’altro, si richiamano alla diffamazione. Anche su questo delicato e importante argomento i tre autori chiamano in causa episodi noti e meno noti per esemplificare, in maniera molto chiara, quali siano i confini tra lecito e illecito, ricordando come la diffamazione televisiva sia soggetta a un vero e proprio “strabismo del legislatore” che con la legge Mammì (223/1990) non ha risolto, ma anzi ha complicato, la diatriba su chi debba rispondere in caso di diffamazione sul mezzo televisivo individuando il “colpevole” nel concessionario televisivo.

 

 

La cronaca giudiziaria

 

Molte pagine del libro sono dedicate al cronista giudiziario, uno dei rami più affascinanti del mestiere, ma anche quello soggetto al maggior numero di restrizioni e controsensi. Che dire, ad esempio, del divieto di pubblicazione degli atti processuali quando questi non sono più segreti? «Il cronista giudiziario […] commette un reato ogni volta che ne pubblica anche solo una riga tra virgolette». Non sono segreti, ma non possono essere divulgati. Bisogna raccontare il processo, ma non si deve citare nulla: una situazione assurda che spesso arriva ai limiti con escamotage pericolosi che possono portare il giornalista ad essere accusato di «diffamazione, trattamento illecito dei dati personali, violazione del segreto d’ufficio, pubblicazione arbitraria di atti di indagine»: una lista di reati notevole che, di fatto, limita l’esercizio della professione.

 

 

Nuovi giornalismi

 

Un capitolo molto interessante è poi dedicato alle nuove forme di giornalismo, quelle cioè che si basano su Internet: un’attenzione, quella dei tre autori, che non trova corrispondenza nella legislazione italiana, in ritardo sull’evoluzione tecnologica dell’informazione on-line che «ha caratteristiche sue proprie, senza però una disciplina ad hoc». Ed è per questo che, sullo stesso argomento, si possono leggere sentenze diametralmente opposte, dal sequestro delle pagine web al loro oscuramento, dal ruolo del direttore di un sito alla regole da applicare sugli archivi telematici. Incertezze e confusioni che caratterizzano tutta la legislazione riguardante il giornalismo on-line e, di fatto, rischiano di limitare il lavoro di tanti giornalisti.

 

 

Diritti e doveri

 

Non solo diritti, però: «Ci sono dei doveri che il giornalista non dovrebbe mai dimenticare» scrive Francesco Merlo alla conclusione del libro ricordando come non sia civile l’idea che il diritto di cronaca significhi infilare il naso nella nefandezze, scadendo spesso nella mera morbosità. Doveri come quello della rettifica e diritti come quello della replica, spesso travisati o non applicati. Un insieme di diritti e doveri, dunque, che Le regole dei giornalisti analizzano ed esemplificano in modo brillante e chiaro. Un libro che dovrebbe avere un posto di riguardo nella libreria di ogni giornalista, quasi come un vademecum su cui basare la propria professione. Ma la lettura di questo libro, come suggerisce Francesco Merlo, è consigliata anche a chi i giornali li legge, «perché non c’è vera libertà di stampa senza la libertà di chi legge, senza sapienza di lettura».

 

 

I commenti sono chiusi.