Giornalismo precario, ‘class action’ o una bella cena per i blogger del Fatto Quotidiano?

| 14 agosto 2012 | Tag:, , , , , , ,

Ha senso “pagare” con la visibilità il lavoro giornalistico non retribuito in denaro ? E’ la domanda che si pone Carlo Gubitosa in questo articolo sul contributo dei blogger al successo del Fatto Quotidiano – Sono 449 i blogger censiti sul giornale, che ha chiuso in attivo gli ultimi esercizi, con una produzione di valore pari a centinaia di migliaia di euro – Si arriverà a una class action, come è accaduto per i collaboratori dell’ Huffington Post, che chiedono oltre 100 milioni di dollari? – Oppure, come dice Gubitosa,  ”in Italia siamo tipi più tranquilli, mica gente da class action, e di fronte ad una bella tavola imbandita ci riteniamo piu’ che soddisfatti”?

 

 

di Carlo Gubitosa

 

Il Fatto Quotidiano è una prestigiosa testata nata dal coraggio editoriale di alcuni bravi giornalisti e dal sostegno dei lettori che li seguivano. Possiamo quindi escludere per meriti acquisiti sul campo che una testata di questo spessore ospiti degli scritti realizzati da incapaci, che per quanto “blogger” e non “giornalisti” devono comunque mantenere il tenore dei loro scritti al livello del quotidiano che li ospita sul proprio sito. Ne consegue che i blogger del Fatto Quotidiano non possono essere considerati dei dilettanti allo sbaraglio che scrivono tanto per scrivere, e quindi il loro lavoro ha un valore.

 

E’ altresì risaputo che i blogger del FQ, pur producendo contenuti di valore, collaborano a titolo gratuito con la testata, per la loro irrefrenabile passione giornalistica, per dare la maggiore visibilità  possibile a quello che scrivono, per aumentare il valore della propria firma o per un mix di tutte queste motivazioni.

 

Una spinta ad “esserci comunque”, gia’ sfruttata in passato da altri “aggregatori di blog”, con una produzione di contenuti a costi prossimi allo zero, finalizzata a generare traffico sulle pagine dell’aggregatore per poi produrre ricavi pubblicitari. Piu’ aumenta il numero dei blogger coinvolti, piu’ cresce la visibilita’ dell’ aggregatore, che diventa ancora piu’ appetibile per giornalisti validi ma sconosciuti, alla disperata ricerca di una vetrina che possa valorizzare loro lavoro.

 

Il potentissimo “effetto valanga” di questo meccanismo e’ stato gia’ sperimentato con successo dall’ Huffington Post, fondato da Arianna Huffington, un aggregatore che ha scatenato polemiche molto accese dopo essere stato venduto ad America On Line (AOL) per la cifra stratosferica di 315 milioni di dollari. I blogger “aggregati” da lady Huffington non hanno sentito nemmeno l’odore di quei soldi, pur avendo contribuito in modo determinante con i loro scritti a costruire il valore di quella testata trasformandola in un “marchio” di successo.

 

Una logica sposata in pieno anche dall’ ingegner Carlo De Benedetti, come attesta il suo intervento del 2011 al congresso della FNSI, il sindacato unitario dei giornalisti. In quella occasione l’analisi della “tessera numero uno del PD” fu un esempio da manuale di turbocapitalismo, dove il plusvalore in gioco non e’ piu’ il lavoro giornalistico prodotto dal dipendente, ma la vetrina allestita dall’editore, con i giornalisti che a detta di De Benedetti anziche’ pretendere compensi dovrebbero “ringraziare gli editori per la maggiore visibilita’ ottenuta grazie alle nuove tecnologie”.

 

La “fuga col bottino” di Arianna Huffington ha scatenato una “class action” da oltre cento milioni di dollari, attirando perfino le critiche di un premio pulitzer: il cartoonist Mark Fiore, che ha dedicato alla “regina degli aggregatori” una delle sue efficaci animazioni satiriche.

 

 

I ragionamenti di Mark Fiore ci spingono verso una domanda chiave: alla luce del “caso Huffington” e’ possibile stimare il valore dei contenuti creati da quei 426 blogger attualmente censiti sul fattoquotidiano.it, per capire quanto valore giornalistico si e’trasformato in valore aziendale? La risposta e’ che ci si puo’ provare, avvisando il lettore che si tratta comunque di misurazioni “spannometriche”, che vanno considerate come un dato qualitativo approssimato e non come un dato esatto quantitativo.

 

Partiamo dal dato piu’ difficile da ottenere: qual e’ il totale aggregato dei “post” (articoli) realizzati dai 449 blogger del FQ elencati sul sito? Dopo ripetuti tentativi di contatto, Paola Porciello (la “managing web editor” che segue i blog del Fatto Quotidiano) mi ha spiegato:  “Non sono in possesso dei dati scorporati dei soli blog, dovrei calcolarli a mano e mi porterebbe via troppo tempo”.

 

Il mio primo pensiero e’ stato quello di suggerire ad uno dei siti piu’ visitati d’Italia di dotarsi di strumenti statistici, diagnostici e analitici piu’ avanzati del “calcolo manuale” per monitorare il traffico sulle proprie pagine, ma questo mi avrebbe portato via troppo tempo e quindi non ho ritenuto opportuno approfondire il discorso nella mia veste tecnica di ingegnere delle telecomunicazioni.

 

Per capire quanto hanno scritto i bloggers del FQ al netto degli articoli realizzati dai redattori ordinari dovremo quindi arrangiarci, cercando una stima per difetto che ci garantisca un buon margine di  sicurezza.

 

Il primo dato e’ che questi 449 blogger devono aver scritto almeno un articolo, altrimenti l’attivazione del blog non sarebbe stata materialmente possibile, perche’ non si apre un nuovo blog se non c’ e’ almeno un post di “esordio”. E quindi sappiamo per certo che il numero degli articoli forniti come contributo gratuito non e’ inferiore ai 449.

 

Si possono poi fare delle ipotesi su quale puo’ essere stata la produzione ulteriore di articoli successivi al primo, e per usare un numero tondo che suoni realistico possiamo stimare che il numero medio di post per ogni singolo autore sia uguale a 10, il che ci da’ un valore massimo di 4.490 articoli pubblicati online dai blogger. Per arrotondare i numeri, possiamo dire che con questi calcoli “a spanne” il numero di articoli pubblicati oscilla in un intervallo tra i 450 e i 4500.

 

Quanto vale economicamente uno di questi post? Ci rifiutiamo di credere che un giornale di rango come il “Fatto Quotidiano” ricorra ai mezzucci utilizzati da tanta cattiva editoria per pagare gli articoli pochissimi euro, sfruttando il ritornello “se non ti sta bene, dietro la porta c’e’ la fila di gente che accetterebbe queste tariffe”.

 

E quindi se usciamo dal terreno della “libera trattativa”, che ha portato tanto precariato e tanta miseria nella categoria dei giornalisti, ci rimane come riferimento “ufficiale e legale” l’unico e l’ultimo tariffario giornalistico disponibile, quello sottoscritto tra la FNSI e l’USPI (Unione Italiana Stampa Periodica) il 30 marzo 2010. Purtroppo da tempo non esiste un tariffario simile per la FIEG (Federazione Italiana Editori Giornali) che rappresenta gli editori dei quotidiani, e quindi faremo l’ipotesi che le tariffe stabilite per la stampa periodica e le riviste si possano estendere anche ai quotidiani come “misura di un equo compenso”.

 

I dati di questo tariffario vanno incrociati con quelli della tiratura del quotidiano, e questo dato si puo’ facilmente ricavare sul sito “Prima Comunicazione”, dove sono riportati i dati di diffusione comunicati dagli stessi editori, tra i quali possiamo prendere in considerazione quelli relativi ai mesi di aprile e maggio 2012

 

In base a questi dati, nei mesi considerati il Fatto Quotidiano ha dichiarato una tiratura superiore alle centomila copie, ma soltanto di poco, e quindi per “tenerci bassi” applicheremo le tariffe previste dall’USPI per gli articoli pubblicati sui periodici con una tiratura compresa tra le 40mila e le 100mila copie: 148 euro.

 

A questo punto ci basta fare una semplice moltiplicazione tra i 148 euro e il nostro intervallo che va da 450 a 4500 articoli, per ottenere una ragionevolissima stima del valore editoriale messo a disposizione dai blogger del Fatto Quotidiano.

 

Si tratta di una cifra che va dai 66.600 ai 666.000 euro (ogni riferimento a numeri diabolici e’ puramente casuale) che tradotta in euro pro/capite va dai 148 ai 1480 euro per ogni blogger. E questi numeri misurano “a spanne” il valore prodotto a colpi di tastiera da questi blogger, come contributo “in natura” al successo di
una testata che non gode di finanziamenti pubblici o altre forme di sostegno, ma che puo’ vantare degli ottimi risultati commerciali, segnalati da Wikipedia alla voce “Il Fatto Quotidiano”: “Il giornale ha chiuso in attivo – scrive Wikipedia – entrambi gli esercizi 2009 e 2010. Nel 2010 i ricavi e gli utili sono stati rispettivamente di 29,6 e di 5,8 milioni di euro”.

 

E dopo tutte queste cifre, nasce una ed una sola domanda: cari azionisti del Fatto Quotidiano, di certo non avete l’obbligo morale (e men che meno quello legale) di dirottare sui vostri blogger una parte dei vostri ricavi di tutto rispetto. Ma come mai non vi e’ nemmeno venuto in mente di organizzare almeno una cena, chiamando a raccolta i vostri blogger per invitarli ad una bella mangiata gratuita come ricompensa simbolica per il sostegno ricevuto grazie al loro impegno?

 

In Italia siamo tipi piu’ tranquilli, mica gente da class action come quelli che si sono ribellati all’Huffington Post, e di fronte ad una bella tavola imbandita ci riteniamo piu’ che soddisfatti. Se verra’ raccolta la mia proposta per una “cena dei blogger”, spero che qualcuno dei diretti interessati si ricordi del mio contributo dato a tutto questo ragionamento, e mi aiuti ad imbucarmi alla festa per consentirmi di fare razzia di tartine e pasticcini anche se non rientro nei 449 valorosi che alimentano i blog sul FQ con la loro benemerita azione di volontariato.

 

Be Sociable, Share!

7 Risposte “Giornalismo precario, ‘class action’ o una bella cena per i blogger del Fatto Quotidiano?”

  1. Virginia

    Interessantissimo articolo. Ma sto cominciando a pensare che sia più onesto chi propone visibilità rispetto a chi dice che ti paga e poi sparisce, o ti paga in tempi assolutamente irragionevoli. E magari pure poco. Almeno, nel primo caso, si esercita il libero arbitrio.

  2. Alessandro

    Articolo interessante, ma credo sia importante notare che nell’aggregatore dei blog del fatto ci siano anche articoli che poi finiscono anche sull’edizione cartacea (che dubito non vengano pagati). Aggiungo che ci sono ‘blogger’ per i quali il blog del fatto e’ effettivamente solo uno strumento di ‘visibilita”, ma non nel senso strettamente professionale. Questo solo per dire che fra i 426 blogger del fatto, i giornalisti precari, un po’ disperati e alle prime armi sono una parte minoritaria e probabilmente quella che produce i contenuti meno interessanti. Es., scorrendo i primi blogger in ordine alfabetico si trova Fulvio Abbate (ovvero il critico televisivo del fatto), il consigliere regionale Agostinelli, l’europarlamentare Alfano, il sindacalista Airaudo …

  3. RedazioneRedazione

    La mancanza di reazioni induce a pensare che abbia ragione Alessandro, per cui fra i blogger del Fatto i precari sarebbero una piccola minoranza. A questo punto la proposta di Vittorio Pasteris mi sembra ancora più interessante: la cena permetterà di chiarire come stanno le cose. O no?
    Pino Rea

  4. Teresa

    volevo precisare che non è vero che tutti gli articoli dei blog sono a titolo gratuito. io ho scritto articoli pagati (poco) ma pagati per il fattoquotidiano.it e l’apertura del blog è conseguente e non so se automatica, alla pubblicazione degli articoli…