Fotogiornalismo: Lavorare per le Ong? E’ una delle nuove opzioni, ma non significa per forza essere ‘’embedded’’

| 15 dicembre 2012 | Tag:, , ,

Il reporter che lavora per una Ong va considerato embedded e quindi, più che un reportage, sta realizzando un lavoro di corporate oppure è libero di guardare dappertutto?

La questione è al centro di una riflessione che Marco Vacca ha pubblicato sul sito di ’Fotografia&Informazione’’, sulla base di un articolo di le Monde ((“Photographes en terrain miné”, di Claire Guillot).  ripreso da Internazionale.

 

 

Vacca è molto esplicito: i giornali – sostiene – hanno smesso di raccontare cosa succede nel mondo (quelli italiani forse non lo hanno mai fatto veramente), perché produrre costa. Ed allora, invece di puntare l’ indice su queste alleanze (fra Ong e reporter, ndr), che invero hanno prodotto grandi lavori, forse sarebbe il caso di interrogarsi su coloro che hanno da lungo tempo disatteso il loro ruolo di informatori. E in ogni caso lavorare per le Ong è solo una delle nuove opzioni del fotogiornalismo.

 

Quando devi, ad esempio,

raccontare la prevenzione e la sopravvivenza di malati di Hiv in una bidonville nel Kenya ti chiedi forse qual è il secondo fine o realizzi piuttosto che la verità ce l’hai lì davanti, nei volti delle persone e nei luoghi in cui abitano? E ancora, sarebbe diverso se lì ci arrivassi solo con le tue forze o con i soldi del giornale? In ogni caso chiunque sia il committente, dovrai comunque avvalerti di un mediatore. Il resto, la correttezza e l’obbiettività (sic) (di quel che stai facendo), è solo nella testa e nell’etica del fotoreporter.

Questo per quanto riguarda quel numero esiguo di organizzazioni che capiscono l’importanza del buon fotogiornalismo in questi ambiti.

Il resto, le frattaglie(e qui mi riferisco alle Ong italiane, che conosco meglio), le lasciano al primo operatore sul campo che ha una macchina al collo. Voglio dire con questo che i meccanismi sono più o meno gli stessi dell’editoria italiana: spendere il meno possibile o, meglio ancora, niente. Una fotografia è solo una fotografia e le competenze non fanno la differenza: l’importante è il labbro leporino ben in vista o la pancia stragonfia dei bambini denutriti. Il risultato è che se vi fate un giro sui siti della miriade di Ong che esistono vedrete solo miseria fotografica. Poco rispetto, nessuna competenza, assenza narrativa, soltanto pessima documentazione. E qui il tema ed i perché li abbiamo sviscerati innumerevoli volte per cui non mi dilungo.

E poi, alla fine, continua Vacca,

C’ è poi da dire che i veicoli attraverso cui si producono inchieste fotogiornalistiche stanno cambiando: c’ è il crowdfunding, c’ è la rincorsa alle borse di studio, ai premi che ti permettono di continuare a produrre perché la tanto paventata rivoluzione informatica non ha ancora prodotto i risultati di disponibilità economica dell’ età d’ oro dell’ informazione.

L’ alleanza del fotogiornalismo con i professionisti dell’emergenza è alla fine solo una di queste opzioni.

 

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Foto: Ciad, confine con la regione sudanese del Darfur villaggio di Goz Beida. Ospedale gestito dalla Ong Coopi, all’interno dell campo propfughi di Djabal
© Marco Vacca 2009

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