Fotogiornalismo/ Da Instagram nessuna minaccia

| 11 maggio 2012 | Tag:, , , , , ,


Instagram, l’ applicazione per smartphone che realizza foto vintage in stile Polaroid (come questa qui accanto) ha fatto parlare moto di sé. Due settimane fa è stata protagonista di un ingresso rumorosissimo negli store per le applicazioni Android (prima era disponibile solo su iPhone) e solo qualche giorno dopo era stata rilevata per un miliardo di dollari da Facebook.

Dietro questa acquisizione una domanda – scrive Marine Lathuillière su Journalisme.info – continua a girare: perché? Perché comprare una applicazione che non ha nessun modello economico, visto che non c’ è pubblicità e l’ app è gratuita?

 

 

Le journalisme à l’ épreuve de l’ Instagram

di Marine Lathuillière

 

 

Il web aveva immediatamente fatto due più due:  Facebook + Instagram = successo per il fotogiornalismo.

 

Ma sarà vero?

 

In effetti, secondo Florent Bertiaux, che sul suo blog evoca I media sociali: ‘’Facebook permette agli internauti di condividere le fotografie depositate sui suoi server, ma per il momento si tratta di immagini non geolocalizzate e non possono essere utilizzate con rapidità dai giornalisti per la loro natura di materiale privato’’. Ma di colpo, grazie all’ acquisizione di Istagram, Facebook rende pubblica la condivisione delle foto.

 

A questo punto le immagini vengono raggruppate secondo criteri geografici e temporali e questo consente ai giornali l’ accesso a una banca dati accessibile in velocità. Bisogna sottolineare che Istagram viene utilizzato da 40 milioni di persone e genera qualcosa come 1.800 foto ogni 30 secondi.

 

In un articolo pubblicato su Slate.fr (Instagram, les photographes de presse ont tout à gagner à s’y mettre ), Heather Murphy spiega : Instagram (vedi scheda sotto) ”non è una minaccia per il fotogiornalismo. La vera minaccia viene invece dal fatto che i fotografi  si rifiutano di lavorare con questa piattaforma. Se ci dedicassero un po’ più di tempo, scoprirebbero che Istagram è parecchio di più di una semplice serie di filtri che danno un falso aspetto vintage. E’ una comunità di milioni di appassionati di foto, impazienti di arricchire il loro lavoro e di poter fare riferimento agli standard più rigorosi del giornalismo’’.

 

Murphy si oppone al punto di vista dominante, come quello di Nick Stern, fotografo e collaboratore del sito della CNN, secondo cui ‘’il fotografo che usa questa applicazione non deve far altro che cliccare e far partire il programma e, 10 secondi dopo, eccolo ricompensato con un capolavoro’’. Ma è una cosa del tutto relativa!

 

Nick Stern afferma anche : « Il fotografo che si serve di una applicazione del genere non è colui che ha consacrato degli anni a imparare il mestiere, a immaginare la scena, ad attendere che la luce sia perfetta. A passare da un obbiettivo all’ altro e a modificare i punti di vista. Non ha passato ore in camera oscura, piegato su  contenitori di prodotti chimici nocivi, facendo le ore piccole’’.

 

Ma anche su Istagram non è che il talento si misuri solo con l’ apparecchio fotografico. E’ anche un problema di inquadratura e di idee. Lo provano, ad esempio,  le foto scattate in Libia dai Fotografi del New York Times  Ben Lowy et Damon Winter, che sono stati premiati per dei reportage realizzato con un iPhone.

 

Ora, sesi guarda la cosa con un po’ di distacco – e d’ altronde Heather Murphy lo sottolinea molto giustamente – la grande maggioranza delle foto disponibili su Instagram non hanno niente a che vedere con il fotogiornalismo.

 

Insomma, nessuna minaccia per i giornalisti fotografi. In realtà, anche in Francia, le persone che utilizzano questa applicazione sono solo dei ‘’semplici’’ giornalisti. Usano Instagram per divulgare su Twitter dei momenti o degli episodi particolari di cui sono testimoni. Questo permette in una certa misura di mostrare ai  lettori una immagine diversa del loro mestiere. Si punta a una maggiore intimità fra il giornalista, che non si nasconde più dietro la sua redazione, e il lettore che ne vuole sapere di più.

 

Per ampliare un po’ il discorso, conviene utilizzare alcuni passaggi di un articolo pubblicato su Owni nel luglio scorso: ‘’False foto vintage’’. Si tratta di alcuni estratti da una saggio di Nathan Jurgenson sulla documentazione della vita priovata e le reti sociali.
Jurgenson nota che ‘’la diffusione della moda delle false foto vintage è un tentativo di creare una sorta di ‘nostalgia del presente’, un tentativo di rendere le foto più importanti e reali’’. E insiste: ‘’Noi vogliamo dotare le nostre vite presenti di sentimenti potenti legati alla nostalgia. E, alla fine, ciò va ben oltre di una semplice imitazione di foto vintage; la popolarità momentanea di queste foto stile Hipstamatic sottolinea una tendenza più ampia a vedere il presente sempre di più come un eventuale passato documentato’’.

 

Jurgenson precisa poi la sua idea affermando che ‘’gli utenti delle reti sociali considerano sistematicamente il presente come un potenziale documento che può essere consumato da altri’’. Questo cambiamento nella trasmissione degli avvenimenti di cui siamo stati testimoni è quello che rappresenta l’ essenza stessa del mestiere di giornalista. La paura di questa rete sociale diventa allora del tutto incongrua se si considera fino a che punto l’ informazione prende delle linee nuove grazie alle reti sociali.

 

 

Che cos’ è Instagram?

E’ una applicazione per smartphone. Sull’ iPhone si presenta come qui accanto. In basso cinque piccole icone. A sinistra, la ‘’home’’ permette di vedere le ultime foto delle persone che uno segue. La stella si riferisce alle immagini più popolari, quelle più amate dagli utenti dell’ applicazione.

Nel mezzo l’ icona dell’ apparecchio  consente di scattare foto a cui si possono aggiungere dei filtri retro, delle sorgenti di luce artificiali (come se si utilizzassero dei riflessi di luce) o dei raggi di luce.

Come per tutte le reti sociali il contenuto diventa accessibile alla persone che ci seguono (ma si può limitare gli accessi). Dopo lo scatto della foto è possibile postarla direttamente su Facebook, Twitter, Flikr, Tumblr…

Il cuore permette di conoscere le ultime attività dei nostri contatti. E infine, all’ estrema destra, ci sono le informazioni che  ci riguardano e gli strumenti di regolazione dell’ accessibilità all’ account.

 

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