Foia, in Usa reso noto anche l’ elenco delle parole ‘’sensibili’’ monitorate online

| 7 giugno 2012 | Tag:, , ,

In Uk sono state 47.141, negli Stati Uniti 644.265. Sono i dati sulle richieste di accesso a documenti pubblici inoltrati nel 2011 dai cittadini sulla base dei rispettivi Freedom of information Act (Foia) nei due paesi.

Negli Usa il governo ha dovuto rendere noto anche l’ elenco di parole utilizzate dai servizi per monitorare la conversazione digitale a fini antiterrorismo

 

 

 

a cura di Andrea Fama

 

Lo abbiamo ribadito più volte: il Foia è – tra le altre cose – una chiave per aprire i cassetti della pubblica amministrazione e prendere finalmente in mano le “carte”, che in Italia sono un mito arcaico, un dogma. Le carte. Redatte e protocollate, continuano a non esistere. Con discrezione, si smaterializzano togliendo finanche il disturbo di una loro digitalizzazione.

 

Ma quali sono queste carte cui da accesso il FOIA?

 

Innanzitutto, sono tante. Il Guardian ha raccolto in un databaseinterattivo tutte le richieste di accesso (Freedom of Information Request) inoltrate dai cittadini inglesi nel 2011. Sono oltre 47mila, senza contare quelle relative alla Commissione di Audit e – fanno notare dai commenti – le richieste giunte alle 100mila autorità pubbliche stimate che rispondono al Foia su temi che vanno dalla chirurgia alla scuole, passando per le più piccole articolazioni locali.

 

Negli Stati Uniti, invece, le richieste di accesso nel 2011 sono state 644.165. Anche in questo caso le tematiche sono le più disparate, e per la richiesta più utile e significativa c’è anche un premio (il Local Heroes Award, assegnato per il 2012 a Joe Chandler, che ha denunciato l’inadempienza di decine di agenzie governative rispetto ai vincoli di trasparenza imposti dal Foia).

 

Tra le richieste più interessanti spicca quella relativa all’elenco di parole utilizzate dal Department of Homeland Security – DHS statunitense nell’ambito di un programma di monitoraggio dei media annunciato nel 2011, al fine di monitorare la conversazione digitale individuando possibili segnali riconducibili ad una minaccia terroristica contro il Paese (o, come emerso grazie alle “carte”, al semplice dissenso politico), e conservando fino a 5 anni le informazioni personali relative agli utenti.

 

Centinaia di parole chiave (alcune specifiche, altre molto vaghe, altre ancora apparentemente obsolete – si veda la OLP palestinese, oggi Autorità Nazionale riconosciuta anche dagli Stati Uniti)  che il Dipartimento ha dovuto rendere pubbliche (vedi sotto) proprio in virtù di una Freedom of Information Request, inoltrata da parte dell’Electronic Privacy Information Center – EPIC, cui è seguita una causa legale valsa la pubblicazione di 285 pagine tra contratti, costo previsto, valutazioni di impatto sulla privacy e comunicazioni relative al programma.

 

Sul sito dell’EPIC ulterioriinformazioni sui documenti e la causa legale (Freedom of Information Act lawsuit) che ha visto coinvolti il Centro e il DHS.

 

 

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