Ebbene sì, scrivo gratis: ma chi l’ ha detto che svilisco la professione giornalistica?

| 3 ottobre 2012 | Tag:, , , , , , , , ,

‘’Ebbene sì ho scritto un nuovo post sul blog che ho su Linkiesta. L’ho scritto gratis e l’ho corredato pure di foto, scattata da me.

Gratis? Ma come! Eccolo lì, il chiacchiericcio della rete che si fa fitto, dopo il “caso” dell’Huffington Post: chiacchiericcio che si divide pressapoco tra chi dice che la notorietà paga già quel che occorre e chi dice invece che così si svilisce la professione (quale?).

Sara Rocutto comincia così, sul suo blog, una riflessione sulle polemiche di questi giorni sul lavoro gratuito (dei blogger) di Huffington Post e Il Fatto quotidiano, segnalando un aspetto che è stato finora trascurato, ma che ha una certa rilevanza nell’ economia del nuovo giornalismo : scrivere (gratuitamente) può essere non solo frutto di un calcolo (visibilità, occasioni, inclusione, contatti) ma anche lo sbocco di una passione, la voglia di dare spazio a una storia, un esercizio di stile (anche).  ‘’ Scrivo per far sì che qualcosa che interessa a me trovi spazio anche nel mondo di altri. E proprio non capisco come così facendo si svilisca una professione’’, dice Sara.

 

 

Ho scritto un nuovo post: gratis

di Sara Rocutto  

 

Ebbene sì ho scritto un nuovo post sul blog che ho su Linkiesta. L’ho scritto gratis e l’ho corredato pure di foto, scattata da me.

“Gratis? Ma come!” Eccolo li, il chiacchiericcio della rete che si fa fitto, dopo il “caso” dell’Huffington Post: chiacchiericcio che si divide pressapoco tra chi dice che la notorietà paga già quel che occorre e chi dice invece che così si svilisce la professione (quale?).

Non sarei entrata nel merito della faccenda se non fosse che la cosa né in un senso né nell’altro ha finora messo sul tavolo quello che per me è importante: scrivo per fare si che una storia trovi il suo spazio, abbia vita, scrivo perché una mia opinione trovi confronto con altre, scrivo come esercizio di stile (anche).

 

E certo qualcuno potrà obbiettare che posso benissimo farlo sul mio solito blog: cosa cambia?

Oppure mi si potrebbe ribattere che beh, perché non mi dovrebbero pagare per i miei pensieri?

Posso capire se questi discorsi li fanno gli “esperti di comunicazione” i “giornalisti professionisti”, i web expert per i quali anche scrivere un tweet è un lavoro, ma io che nella vita guadagno da altre cose, beh, ho un altro punto di vista.

 

Io non scrivo solo per farmi leggere. Scriverei di tutt’altro se fosse quello il mio obbiettivo. Scrivo per far sì che qualcosa che interessa a me trovi spazio anche nel mondo di altri. E proprio non capisco come così facendo si svilisca una professione.

 

Ho organizzato iniziative pubbliche sperando trovassero un trafiletto nei giornali locali di carta, ho partecipato a manifestazioni di cui i giornalisti han potuto parlare per giorni, ho scritto smentite, comunicati, lettere. Quante volte? Tante e per tante cose. A volte ho visto il giornalista di turno prendere quel che scrivevo e metterlo li nel giornale così come stava, altre volte l’ho visto tagliare e ricucire e costruire una notizia aggregandola alle parole degli altri. La maggior parte delle volte nulla di tutto ciò, certo. E che delusione.

Ma almeno un paio di volte mi è capitato di pensare “se non avessimo fatto questa cosa certo il giornale di oggi sarebbe stato ben vuoto di contenuti”.

 

Avrei dovuto forse andare a batter cassa per aver fatto notizia?

 

La rete è fatta di tanti nodi che spesso non si incrociano mai, o in modo flebile. A volte per scrivere qualcosa che ottiene audience occorre riuscire a raggiungere quel nodo lontano dal proprio nucleo di lettori abituali e richiede forse più fatica di scrivere un post.

 

Non basta certo scrivere qui qualcosa e poi sperare che i motori di ricerca la trovino! Poi certo, auto promuovendo un post per Linkiesta uso la mia rete di relazione, ma anche loro fanno la loro parte: di norma un post sul mio blog non ottiene tutti i Mi piace (e quindi visite) di un post per Linkiesta. È un luogo con un suo pubblico e quel pubblico di norma è diverso dal mio. E questo a volte porta a contatti nuovi, discussioni, commenti, chiacchiere da rete… Cose che mi interessano per trovare un confronto, se capita. Punto.

Certo, ci spendo tempo, ore a volte a scrivere e cercare, ma proprio per questo scrivo quando voglio (una volta al mese) e finora quello che voglio.

Mi si ponessero delle regole diverse, dei paletti, beh riterrei la cosa meno interessante. Avessi la percezione che grazie a me altri diventano ricchi cambierei idea. Ma finché le cose stanno come stanno non capisco dove stia il problema.

 

Sarà che se mi guardo intorno vedo gente che tutti i giorni lavora sottopagata -che pare non interessare più da tempo, tra l’altro, al giornalista medio, che da tempo ha dimenticato come si fa un’inchiesta- ma mi sembra palese che il tema del Lavoro, di cos’è il lavoro, del compenso e di cosa sia un giusto compenso, non sia un dramma solo del minoritario mondo di chi è iscritto all’albo dei giornalisti.

 

Io la cosa la vedo in un altro modo.

 

Mio nonno scriveva periodicamente lettere a tanti quotidiani, lettere che gli venivano periodicamente pubblicate. È così che frugando negli archivi de La Stampa ho scoperto cosa ne pensava del Referendum sul divorzio pochi giorni prima del voto.
E mi domando, ecco, se è banale dire che i post dovrebbero stare ai giornali on line allo stesso livello delle lettere di un tempo, coi commenti che si trasformano in quel dibattito che la carta ancora fa e che permette a volte di comprendere come sta un Paese più di tante analisi statistiche.

 

A volte ho come l’impressione che troppi galli stiano cercando di primeggiare in un pollaio a cui ne basta uno, che troppi “esperti della rete” siano a caccia di qualcosa che gli dia il pane per potersi continuare a fregiare della propria etichetta, che troppi giornalisti temano di perdere il lavoro che fanno da anni (o che non hanno mai fatto, ma grazie a qualche scuola di giornalismo ritengano gli spetti).

E a volte mi chiedo se non è forse più grave per l’informazione di questo Paese una rete drogata di 4-5 notizie scritte da professionisti della comunicazione o giornalisti contenti così che preferiscono giocare a cavalcare l’onda dei pensieri dominanti che produrre critica, elaborazione, portare le proprie opinioni. E non è un caso se alla domanda “perché si scrivono post gratis” non sia preceduta l’analisi sul “perché si è disposti a scrivere post per un giornale on line”, cosa si scrive in realtà quando si scrivono post per un giornale on line: che misero mondo quello che si divide tra l’idea che tutti in rete cerchino solo notorietà o denaro…

 

P.S.: e se qualche giornalista leggerà, beh, prima di giudicare si guardi dentro e si domandi cos’ha fatto in questi anni affinché l’ordine di cui fa parte ponesse necessari paletti, affinché la qualità di quanto andava scrivendo non prendesse sempre più la forma di una qualche marchetta a tizio e a caio, affinché il proprio giornale non assumesse a pochi euro o facesse scrivere gratis, etc etc…

 

 

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