E’ ancora ping pong fra carta e rete, una Ricerca per l’ Ordine lombardo

| 25 settembre 2012 | Tag:, , , , , , , , , , , , , , ,

Le nuove fonti non scacciano quelle tradizionali ma si aggiungono ad esse costringendole a specializzarsi – Intanto la crisi in atto determina più che in passato forti aspettative di un nuovo giornalismo: crescono le do­mande di veridicità, utilità e facilità/rapidità; contano assai quelle di etici­tà e comprensibilità; restano potenti (ma troppo spesso deluse) quelle di selezione e approfondimento – Sono alcune delle linee che emergono dalla quarta Ricerca sul futuro dell’ informazione commissionata dall’ Ordine dei giornalisti della Lombardia a Enrico Finzi, presidente di Astra ricerche, che sarà presentata l’ 11 ottobre prossimo all’ Università statale di Milano, nel corso di un convegno dal titolo ‘’Ping pong fra carta e rete’’ .

 

 

Altri dati interessanti: un italiano su 3 preferisce le giornali­ste ai giornalisti, anzitutto in termini di serietà e affidabilità, competenza, attenzione alle donne e ai soggetti deboli (bam­bini, anziani, malati, poveri, stranieri, emarginati, ecc.). E tale preferenza coinvolge maschi e fem­mine in ugual misura. Metà degli internauti italiani (ormai più di 20 milioni di 15-55enni) non è affatto evoluta, facendo ancora un uso mo­desto del Web per avere informazioni e commenti e specialmente essendo connotata da aspettative ristrette. La metà più avanzata è sorprendente­mente più femminile e per nulla ‘web addicted’.

 Qui di seguito pubblichiamo una sintesi delle prime valutazioni dello studio, che Finzi delinea in un ampio articolo sull’ ultimo numero di Tabloid, la rivista dell’ Odg lombardo

 

di Enrico Finzi*

 

Almeno presso chi accede al web – l’e…e… prevale sull’aut-aut: le fonti di informa­zioni giunte da poco sulla scena infatti non scacciano quelle tradizionali ma si aggiungono ad esse, costringen­dole però a specializzarsi, a darsi un ruolo più definito nel panorama dei media.

 

 

Ma qui, con ogni evidenza, un equilibrio più avanzato è lontano dall’essere raggiunto: in particolare la televisione appare in ritardo nel ridi­segnarsi (la radio se la cava meglio) mentre la stampa fatica a differenziare la propria proposta multicanale o mul­tipiattaforma.

 

Un’ altra sensazione ‘al volo’ è che la rivoluzione in atto e la crisi economico-sociale stiano cam­biando anche i bisogni dei fruitori/ lettori/ascoltatori: crescono le do­mande di veridicità, utilità e facilità/ rapidità; contano assai quelle di etici­tà e comprensibilità; restano potenti (ma troppo spesso deluse) quelle di selezione e approfondimento.

 

Ciò determina, più che in passato, forti aspettative di un nuovo giornalismo: il ruolo degli iscritti all’Ordine resta rilevante per la netta maggioranza degli intervistati, ma non si colora di alcun privilegio corporativo, trasfor­mandosi in un sistema di garanzie per i cittadini. Garanzie di che cosa? Di formazione, basica e permanente; di competenza e professionalità cer­tificate; di eticità controllata; di filtro (non di censura!) per aiutare il fruitore a orientarsi nel gran mare – confuso, confusivo, persino ansiogeno – di un’offerta esorbitante, di qualità e affidabilità diversissime.

 

Poi – eccoci alla quarta percezione sommaria – l’utilizzo del termine ‘gior­nalisti’ diviene sempre meno valido in quanto sostantivo maschile: non solo sono sempre più numerose le giornaliste ma esse godono di un ap­prezzamento crescente.

 

È vero che la gran parte degli intervistati valuta la qualità della singola persona indi­pendentemente dal genere, ma è vero anche che una cospicua minoranza (circa il 33%) preferisce le giornali­ste, anzitutto in termini di serietà e affidabilità, competenza, attenzione alle donne e ai soggetti deboli (bam­bini, anziani, malati, poveri, stranieri, emarginati, ecc.). E il bello è che tale preferenza coinvolge maschi e fem­mine in ugual misura.

 

Infine, alcuni stimoli di riflessione verranno, credo, dall’analisi approfondita sia dei dati disaggregati, sia della tipologia co­struita con l’utilizzo di tecniche come l’analisi fattoriale e la cluster analysis. Quest’ultima mette in luce che metà degli internauti italiani (ormai più di 20 milioni di 15-55enni) non è affatto evoluta, facendo ancora un uso mo­desto del Web per avere informazioni e commenti e specialmente essendo connotata da aspettative ristrette. La metà più avanzata è sorprendente­mente più femminile e per nulla ‘web addicted’, drogata da (e di) Internet: non facciamo, dunque, l’errore di confondere gli internauti con la loro componente più esperta e a volte maniacale. Ricordiamo, invece, la permanente natura del nostro popolo: anche in questi ambiti, infatti, ci con­fermiamo tardivi nel metterci in moto, veloci nella rincorsa dei Paesi di te­sta, curiosi delle novità ma prudenti nell’accoglierle, desiderosi e capaci di integrare vecchio e nuovo, scettici e iper-critici, piuttosto instabili, biso­gnosi di rassicurazione.

 

Nessuna conclusione è possibile a questo stadio iniziale dell’esame della ricerca, salvo una: dobbiamo  tutti quanti, accelerare il passo. Tutti: giornalisti, editori, providers, lettori/ ascoltatori (oggi e in futuro crescente­mente produttori e non solo fruitori di news) poiché l’ondata di innovazioni tecnologiche è ben lontana dalla fine, mentre l’aggiornamento dei modi di pensare e di agire risulta insufficiente. E anche i rischi crescono: l’indagine di AstraRicerche ne segnala almeno quattro, a volte in controluce.

 

C’è il pericolo, avvertito dalla maggio­ranza del campione, che la sovrab­bondanza dell’offerta non aiuti affat­to a sapere e specialmente a capire, in assenza di soggetti che operino un’adeguata scelta e garantiscano la verifica delle notizie, proponendone una gerarchia condivisa dall’utilizza­tore.

 

Emerge la possibilità che la tv risulti progressivamente marginaliz­zata, dal momento che già oggi ha perso ogni leadership per quel che riguarda le decine di caratteristiche reputate importanti quando si tratta di informazione.

 

La stampa, meglio posizionata anche nello scontro/in­contro col web, rischia comunque di perdere – nei vissuti collettivi – alcuni dei suoi punti di forza negli ambiti non investiti dalla tecnologia. I giornalisti (professionisti e pubblicisti) devono alzare il livello, etico e professiona­le, delle prestazioni: un compito re­so arduo a volte da limiti personali, più spesso da un’organizzazione del lavoro e da redditi del tutto pe­nalizzanti, ancor più frequentemente dalle poderose pressioni ad asservir­li e poi a farli scomparire. I cittadini (e molti appaiono sensibili al tema) possono esser tentati dall’accettare tanta informazione, di bassa qualità, a prezzi infimi, disponibile ovunque con facilità: con ciò subendo il rapido degrado della rivoluzione tecnologica in impoverimento sostanziale.

 

Eppure, il ‘sapore’ complessivo di questo studio, fortemente voluto dall’Ordine lombardo, è un altro: quello legato alle opportunità da co­gliere, superiori alle minacce da con­trastare. Avremo modo di riparlarne, all’Università Statale, coi vari soggetti coinvolti, su queste colonne, on line e off line: dunque, a presto.

 

 

* Presidente Astra Ricerche

 

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