Con l’ era digitale cambia il profilo del ‘redattore civico’: un manifesto da Dan Gillmor

| 20 luglio 2012 | Tag:, , , , , , , ,

Con l’ evoluzione dei media e la loro caratterizzazione sempre più ‘sociale’, il ruolo di quello che il New York Times già nel 2003 aveva definito Public editor (il redattore che cura i diritti e gli interessi dei lettori, dei cittadini) sembra diventare sempre più necessaria. In un intervento sul Guardian di qualche giorno fa, Dan Gillmor – direttore del  Knight centre for digital media entrepreneurship dell’ Arizona State University e  autore di Mediactive – fornisce suggerimenti utili per delineare il profilo di questa figura, che viene vista ancora troppo legata ai canoni dei media tradizionali e non a quelli dell’ era digitale.

Qui sotto la traduzione dell’  articolo.

 

 

A manifesto for the newspaper’s public editor in the social media era

The New York Times set the template for readers’ ombudsmen. Now it needs to update the role for a mutualised digital age

di Dan Gillmor
(Guardian)

(a cura di Claudia Dani)

 

Quasi un decennio fa, sulla scia di uno scandalo giornalistico che aveva scosso, al suo interno, il New York Times, il giornale aveva nominato il suo primo ombudsman, Daniel Okrent. A questa funzione era stato dato il titolo di ‘’public editor’’ (redattore/difensore dei lettori) e il ruolo era stato definito dal quotidiano in questo modo:

“Il ‘public editor’ lavora al di fuori della redazione del Times, riceve e risponde a domande o commenti dei lettori e del pubblico, principalmente su articoli pubblicati sul quotidiano. Inoltre, pubblica periodicamente commenti che riguardano le  pratiche giornalistiche del Times e argomenti inerenti il fare giornalismo in generale”.

 

I compiti di questa figura  non sono cambiati molto dal debutto di Okrent nel 2003. Insieme a lui i suoi tre successori, hanno seguito i dettami stabiliti all’inizio. Sono stati ammirati e odiati, dagli altri, elogiati e messi in ridicolo – come ci si aspetterebbe, data l’importanza del Times e di quello che io ritengo il suo ruolo indispensabile nella nostra società. (Dei quattro mediatori, sono stato un collega di due, e l’ attuale public editor, Arthur S Brisbane, è un amico.)

 

Il ruolo di ‘public editor’ non è mai stato comune nel giornalismo, ma per un certo periodo, negli ultimi anni, si è verificato un aumento del numero di persone che ricoprono questa funzione nelle testate. All’ interno del Guardian ad esempio esiste il Guardian’s readers’editor, e altre posizioni analoghe si trovano al Washington Post e alla  National Public Radio. Esiste anche un’organizzazione degli ombudsmen, anche se essi siano per i giornali, come i loro dipendenti, una specie in via di estinzione.

 

Nel gennaio di quest’anno, Brisbane e il suo omologo del Washington Post,  Patrick Pexton, hanno pubblicato vari commenti e post sui  blog, che hanno suscitato reazioni da parte del pubblico. Fra i tanti commenti uno era mio. Nel mio post, sostenevo che il ruolo tradizionale del public editor avesse perso senso nell’era digitale, ed elencavo diversi suggerimenti.

 

Quel commento potrebbe essere stato la ragione per la quale , dopo aver annunciato, a settembre,  che Brisbane avrebbe lasciato l’ incarico, il Times mi aveva di partecipare alle selezioni per il suo sostituto. Qualcun altro avrà il posto, a quanto pare, ma io sono stato lusingato di aver potuto partecipare alla selezione.

 

Durante questa fase, mi è stato chiesto di scrivere una breve nota su come avrei affrontato quel ruolo. Quanto segue è una versione leggermente modificata di quella inviata al Times. Spero che il giornale adotti almeno alcune delle mie raccomandazioni – e, se non il Times, che altri organi di informazione possano farlo. Ecco cosa avevo scritto:

 

Per il Times questa è una grande opportunità per  ripensare e valorizzare il ruolo del public editor. Non sono totalmente contrario alla visione complessiva che il giornale esprime, ma vorrei suggerire alcune modifiche importanti nella  metodologia.

 

Soprattutto, vorrei incoraggiare e gestire una conversazione dai toni civili. Vorrei poter dare più peso al termine ‘pubblico’ rispetto a quello di ‘redattore’ – l’ insieme dei lettori e di tutti qelli interessati agli ambiti del giornalismo – usando tre metodologie: l ‘aggregazione, la cura e la discussione.

 

Mi piacerebbe,  in particolare:

 

Aggregare (con citazioni e link) tutte le critiche al lavoro della testata che è possibile individuare e invitare i lettori ad analizzare e commentare quelle critiche. Poter  postare nuovamente alcune di queste sul blog. Nel caso in cui una critica mi paia scorretta, lo segnalerei. Metterei in evidenza quali erano, a mio avviso, i punti corretti. Mi piacerebbe analizzare caso per caso, anche le critiche irrispettose, riconoscendo che a volte una persona che si esprime in maniera orribile può portare però un buon punto di vista.

 

• Creare un forum aperto ed efficace sul lavoro del quotidiano. Si potrebbe farlo utilizzando il tradizionale strumento dei BBS (bulletin board system, ndr) in cui i lettori possono pubblicare i propri punti di vista,  usando un software di moderazione che minimizzerebbe i costi redazionali filtrando, comunque, i troll peggiori.

 

Incoraggiare la redazione a partecipare con convinzione a queste conversazioni. La discussione per certi versi potrebbe funzionare anche senza la partecipazione dei redattori, ma con il suo coinvolgimento potrebbe essere decisamente migliore. Naturalmente parte della redazione – Nicholas Kristof  è il primo esempio – è già coinvolta nel rapporto con i lettori; mi piacerebbe mettere in evidenza  queste interazioni. Ma l’obbiettivo principale, quando possibile, sarebbe quello di avere una redazione che spiega come lavora, perché lo fa e come lo fa.  Il giornalismo serio è un lavoro difficile, e non credo che i lettori siano in grado di comprendere quanto lo sia. Come ho scritto nel mio ultimo libro,  una trasparenza quasi totale in una redazione permette al pubblico di fidarsi maggiormente.

 

Utilizzare la rubrica della domenica come una guida alla conversazione online.

 

Lavorare con i social media per espandere le conversazioni. Questo potrebbe significare la creazione di nuovi forum, ma io tenderei a orientare le persone verso forum e blog propri del Times.
Moderare la conversazione è una caratteristica fondamentale: moderare le discussioni e insistere sui toni di civiltà e di rispetto reciproco.

 

• Chiedere ai lettori come ottimizzare il tutto.

 

Questi sono gli elementi essenziali. Ma sperimenterei anche alcune idee che potrebbero aprire  un nuovo terreno. Per farle funzionare ho raccolto gli orientamenti di  alcune delle persone con cui ho lavorato all’ Harvard Berkman Center for Internet and Society e nel  campo della tecnologia, oltre che del giornalismo. Ecco degli esempi (alcuni ci stanno già lavorando):

 

• “Feedback Zeitgeist” – analisi semantiche, comprese le visualizzazioni, di e-mail dei forum o dei commeni ai  post. Ho il sospetto che questa analisi  potrebbe essere straordinariamente illuminante, una volta raccolti un po’ di dati.

“Error Notifier” – un sistema per cui chi si iscrive riceve una notifica automatica via e-mail di qualsiasi errore si riscontri in quello che uno scrive.

“PubEd submitterator” – prendo in prestito la seconda parola da BoingBoing, il mio blog preferito, che si basa sui suggerimenti dei suoi lettori Lo scopo principale sarebbe quello di ottenere aiuto per mettere insieme le migliori critiche.

“Goof Tracker” – un database dei contributi dei lettori che contenga ciò essi hanno segnalato come errori e se questi sono stati corretti. Mi sembra giusto che la redazione abbia un suo database non- pubblico, ma credo che dovrebbe esistere anche un elenco pubblico di questo tipo. Devo anche riconoscere le difficoltà di fare questo tipo di lavoro, ma vale la pena provare.

 

Avrete notato che la maggior parte di queste idee, così come i miei suggerimenti di prima, sono basati sulla convinzione che il pubblico debba essere parte integrante di questo processo. I lettori dovrebbero partecipare, non solo leggere, dicendo ciò che sanno e ciò che  credono, e aggiungendo dati con cui si possono creare sistemi strutturati di input.

Voglio, inoltre, sottolineare la parola ‘”esperimento” – perché questo sarebbe più che un esperimento.

 

In effetti l’ insieme di queste proposte mi pare  più una sorta di startup. Anche se sono sicuro che funzionerebbe  in senso generale, è probabile che alcune di queste idee risulterebbero un flop. Sono fermamente convinto che i lettori sarebbero tolleranti nei confronti di un  fallimento, a condizione che trovino: a) coinvolgimento; b) adozione delle loro idee, e c) operato più trasparente possibile. Spero che il Times sarebbe altrettanto tollerante e adattabile.

 

Chiunque verrà selezionato come nuovo ‘public editor’,  spero adotti molti, se non la maggior parte dei miei suggerimenti. Questo è il momento giusto, e il Times è la testata giusta, per impostare un nuovo standard in questo campo, come si fa in tanti altri. Se queste idee funzioneranno, verranno copiate, e ciò sarebbe un bene per i giornalisti e il loro pubblico.

 

Nessun giornale viene criticato più del Times, e per buone ragioni. Del suo lavoro nojn si potrebbe fare a meno e la sua autorevolezza lo rende  un bersaglio per persone e organizzazioni che lo vedono come un ostacolo alle loro agende. Ma i fans sono fra i  tuoi critici più importanti. A vedere i difetti uno si scandalizza, soprattutto per quelli che sembrano ferite autoinflitte.

 

Non ho alcuna illusione che cambiando i metodi del public editor si creino pace e armonia con i nemici. Ma credo che questa funzione possa  contribuire a generare un tipo di conversazione che può essere utilizzato da tutte le parti, con vantaggio reciproco. Vale la pena di provare.

 

 

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