Affidabilità dell’ informazione, potenzialità e insidie nell’ era del web 2.0

| 6 febbraio 2012 | Tag:, , , , , ,

Al giro di boa  del secondo anno  MediaACT, progetto europeo di ricerca sulla correttezza e trasparenza dell’ informazione giornalistica che coinvolge undici Università, tra cui quella di Milano.  Per fare il punto sulla ricerca, confrontarsi e discutere si sono incontrati il 27 e 28 gennaio in Svizzera, a Lugano, esperti di media ed i ricercatori dei paesi consorziati. Per LSDI qui di seguito il progetto, l’ incontro, immagini ed alcune interviste ed il resoconto sul seminario “(Social) Media Accountability in the Arab World” tenutosi a margine dell’incontro

 

di Antonio Rossano

 

IL PROGETTO

 

Accountability è la parola magica:  tradotta in italiano sta per “accuratezza” o “correttezza”, ma anche in un certo senso per “affidabilità” . E “Accountability  and Transparency of the Media” è la frase sintetizzata nell’acronimo “MediaACT”,  progetto di ricerca comparativa europeo sui sistemi di “accountability” dei media, quali indicatori del pluralismo dei mezzi di informazione in Europa, del quale avevamo già parlato.

Sistemi che variano, di paese in paese, e secondo diversi gradi di istituzionalizzazione, dai tipici “Press Councils” di stampo anglosassone , di tipo associativo ed autoregolamentale, agli ombudsman, a sistemi istituzionali come l’italiano Ordine dei Giornalisti.

 

Il progetto raggruppa 11 università europee (Germania,Francia, Italia, Finlandia, Austria, Svizzera, Polonia, Olanda, Romania, Estonia, Inghilterra) e due outsider arabe (Tunisia e Giordania) ed è finanziato, nell’ambito del Settimo Programma Quadro della Comunità Europea, per circa 1,5 milioni di euro. È partito a febbraio del 2010 ed avrà una durata di circa 3 anni e mezzo.

 

I tre obiettivi principali del progetto di ricerca sono:

 

•    Investigare la qualità e la quantità degli “accountability systems” come prerequisito per una analisi pubblica sulla indipendenza dei media in tempi in cui è forte la loro concentrazione
•    Comparare l’efficacia dei sistemi di accountability sui media esistenti e sui nuovi media online tra le diverse culture giornalistiche e sistemi mediatici in Europa e dintorni
•    Sviluppare raccomandazioni per i politici dell’Unione Europea ed incentivare professionisti ed utenti dei media ad utilizzare attivamente i sistemi di accountability

LA CONFERENZA
“Media Accountability: Potentials and Pitfalls in the Era of Web 2.0” è il titolo di questa due giorni che si è tenuta il 27 e 28 gennaio, presso l’Università della Svizzera Italiana a Lugano.

Sono i tradizionali mezzi di “accountability” dei media, quali Press Councils o Ombudsman adatti alle nuove necessità etiche di una crescente comunità partecipativa del web? Come i sistemi di accountability si evolvono e si adattano ai cambiamenti dei sistemi mediatici? Possono nuovi processi di accountability “web-based” costituire un complemento o compensare le mancanze dei sistemi tradizionali e di autoregolamentazione dei media? Come in particolare le organizzazioni dei media reagiscono ai cambiamenti introdotti da Internet? Sono più trasparenti i processi decisionali all’interno delle redazioni? Ci sono sostanziali differenze tra i vari paesi in relazione ai nuovi media on-line e ai processi di media accountability?

 

Questi alcuni dei quesiti e dei temi sui quali si è discusso e su cui è già stato pubblicato un primo libro.  Hanno partecipato i rappresentanti delle undici università europee consorziate e delle due arabe, tra cui Giampietro Mazzoleni dell’Università di Milano, Susanne Flenger dell’ Erich Brost Institut di Dortmund, coordinatrice del progetto, Stephan Russ-Mohl dell’Università della Svizzera Italiana che ospitava la conferenza ed esperti di altri paesi tra i quali Scott Maier dell’Università dell’Oregon.
La ricerca è giunta ad analizzare oltre il 50% delle schede raccolte in un survey somministrato online ad oltre 2000 giornalisti in 13 paese. I ricercatori di MediaACT hanno individuato nella ripartizione in tre modelli culturali e di accountability proposti da Hallin e Mancini (vedi più avanti intervista prof. Russ-Mohl) aggiungendo una “prospettiva” est-europea ed una “prospettiva” araba,  una basilare ripartizione per poter giungere ad una analisi comparativa tra i vari modelli.

 

Comparazione che peraltro, in questa fase dell’analisi, non sembra essere l’oggetto primario di studio, che è al contrario la conoscenza, quanto più approfondita possibile, dei vari modelli oggetto della ricerca. Capire cosa i giornalisti “pensano” e come reagiscono agli stimoli dei nuovi sistemi “impliciti” di accountability forniti dal web, tra cui i social media, è il punto su cui si stanno concentrando gli sforzi dei ricercatori.
Appare peraltro evidente che, sebbene la crescita dei nuovi sistemi di accountability non sia uguale in una così ampia e variegata area di osservazione, in tutti i paesi i giornalisti dovranno sempre più tener conto dell’interazione con il pubblico, interazione che se tra il pubblico all’interno dei social media è già molto avanzata, stenta a decollare nel rapporto tra giornalisti e pubblico, in una sorta di “interactive divide” come lo definisce Colin Porlezza, uno dei ricercatori che più avanti abbiamo intervistato.

In ogni caso la sensazione percepita nel parlare con gli studiosi è che  social media, blog e sorveglianza attiva del pubblico attraverso la rete sono un fenomeno importante: strumenti  quali (Watch-)Blogs, siti di fact checking, gli stessi social media oppure forme alternative come CORRIGO che attraverso il crowdsourcing provano a sviluppare nuove forme di controllo della qualità giornalistica. Resta comunque  determinante, in molti di questi paesi, la pregnanza dei sistemi di accountability tradizionali e l’autoregolamentazione professionale.
La partecipazione al progetto di due paesi arabi, Tunisia e Giordania e le recenti rivoluzioni della “primavera araba” hanno giocato un ruolo fondamentale nella conferenza e nelle intenzioni dei suoi organizzatori, tanto che la tavola rotonda di apertura è stata incentrata proprio su questo argomento e, avendovi partecipato, ne produciamo di seguito una relazione completa e documentata che riteniamo sia interessante per i contenuti, alcuni dei quali a nostro avviso sorprendenti, che sono emersi.
LA TAVOLA ROTONDA:( SOCIAL) MEDIA ACCOUNTABILITY IN THE ARAB WORLD

Interessante, probabilmente al di là dello stesso oggetto della discussione, per le esperienze raccontate e gli aspetti particolari trattati dai partecipanti, con la moderazione di Marcello Foa, CEO del primo gruppo editoriale svizzero Timedia, la tavola rotonda si è tenuta venerdì 27 gennaio. Erano relatori: Everette Dennis (Northwestern University, Qatar), Riadh Ferjani (Université Paris II), Philip Madanat (Madanat Consulting, Jordan), Silvia Naef (University of Geneva).
Ad introdurre e ad aprire la conferenza Dennis Everett, Dean della Northwestern University in Qatar . Dennis, riferendosi ai media tradizionali, dice che prima dell’avvento del web 2.0, il nocciolo della questione “accountability” è sempre stato quello di analizzare come, quando e in quale misura le persone erano in grado di replicare ai media. Nelle varie analisi condotte in larga parte negli Stati Uniti con qualche sviluppo anche in Europa l’accuratezza, la libertà dei media e il potere di censura dei regimi sono stati investigati con l’aiuto di quattro modelli di riferimento, necessari affinchè i media possano operare nelle giuste condizioni di accountability:

– The market place model
– Self regulatory model, self regulation, ethic codes and other approaches
– Fiduciary model – Regulatory agencies
– Litigation model property.

 

Con l’avvento dei media digitali questo quadro è cambiato. Persone e istituzioni si sono trovate investite di un potere e di capacità che prima erano impensabili.
I media tradizionali sono stati soppiantati dai nuovi media e improvvisamente gli strumenti di accountability che eravamo abituati ad utilizzare sono sembrati lenti e poco efficaci. L’informazione non è più quella one way dei media tradizionali e gli utenti finali oggi si trovano in grado di correggere errori, comunicare, pubblicare, creare communities, incoraggiare  le rivoluzioni ma anche di creare disinformazione. (Questo uno dei pericoli dell’ “accountability” dal basso).

 

Dunque la comunicazione oggi passa attraverso i social media e questo porta Dennis ad entrare nel vivo del discorso e a parlare della Primavera Araba in Libia dove secondo Dennis la rivoluzione è ancora in corso e la situazione è esplosiva. Anche se dalla Turchia all’Egitto alla Libia le rivoluzioni si sono susseguite come fossero tutte uno stesso fenomeno in realtà, sebbene unite da fattori comuni, hanno ognuna la propria specificità. Per dirla con le parole di un famoso giocatore di baseball Americano”Our similarities are different”. Inoltre secondo il professore il ruolo dei social media nelle primavera arabe è stato sicuramente importante ma non è stato l’unico fattore. Anche perchè la penetrazione di internet in Libia è solo del 6%!!!! Pensiamo piuttosto all’influenza che ha avuto Al Jazeera e la tv satellitare ma anche le radio e i media internazionali.

 

E per dare meglio l’idea della Libia e dell’attuale situazione del sistema mediatico e della sua accountability, Dennis racconta di una conferenza tenutasi a dicembre 2011 in Qatar alla quale fu invitato un gruppo di rappresentanti del Consiglio Nazionale di Transizione della Libia. Così ci descrive Dennis l’incontro con i Libici, brandendo il documento che alleghiamo in foto, e che rappresentava la nuova organizzazione dei media in Libia, secondo il CNT:
“Il gruppo era vivace e interessante ma nessuno dei partecipanti di formazione era un giornalista o un addetto al settore, erano avvocati, insegnanti e contadini. Improvvisamente ci rendemmo conto che per loro “Libertà di espressione” non era niente più che uno slogan”.

Il rappresentante della delegazione esordì dicendo che insomma lui era a favore di questa storia della libertà di espressione e che durante la rivoluzione ha aiutato volentieri, giornalisti, reporter e persone a trovare le notizie. Ma oggi queste stesse persone criticano il consiglio nazionale di transizione e questo non ci piace, dobbiamo mantenere un certo controllo sui media. Qualcuno in quell’occasione disse “Dice le stesse cose che diceva Gheddafi”.”
Per Silvia Naef, docente alla sezione di Studi Arabi dell’Università di Ginevra, specializzata nelle rappresentazioni visuali del monodo arabo, la accountability è stata garantita dalle TV satellitari, come Al Jazeera ed Al Arabiya, mentre i social network sono stati uno dei modi per stare in contatto con la popolazione.  Le immagini hanno avuto, per la prima volta, un impatto importante sull’opinione pubblica. Migliaia di immagini, foto e video sono transitati attraverso i canali satellitari e i social media; ma l’effetto incredibilmente più sconvolgente lo hanno ottenuto i disegni murali nelle strade: non tanto per quello che rappresentavano, ma per il fatto che questi popoli, per la prima volta potevano scrivere sui muri.

Alla domanda di Foa sull’influenza dei social media nella “Arab spring”, Riadh Ferhani , attualmente docente all’Università di Parigi dopo aver svolto la parte iniziale della carriera in Tunisia, suo paese natale, ha dato una risposta duplice: se da un lato in Tunisia vi erano poche migliaia di account su Twitter e quella è stata definita “Twitter Revolution”, Facebook ha svolto un ruolo senza dubbio importante. La censura di Ben Ali è riuscita, con mezzi e sistemi forniti da multinazionali americane come Microsoft, Cisco, etc, a bloccare, emails, chiudere blogs e controllare le attività dei principali attivisti. Anche Facebook è stato oggetto di censura a partire dal 2009. Prima della rivoluzione la Tunisia era nella Top ten dei paesi con maggiore percentuale di accessi a Facebook ed anche il regime ne traeva, fortemente, il suo vantaggio: alle presidenziali del 2009, la pagina fan di Ben Ali contava 200.000 fan.
La media accountability, in quel tipo di situazione, è davvero difficile da gestire e le informazioni che giungevano dal basso, dai blogger e da Facebook, erano un importante contraltare alla propaganda di regime che fluiva attraverso i media mainstream. Nel 2010 un gruppo di blogger ha lanciato una campagna su blogs e social media dal titolo “Let me free”, pubblicando centinaia di foto di persone che avevano un cartello, appunto con la scritta “Let me free” e fra queste è stata molto rilanciata la foto “fake” di Mark Zuckerberg. A conferma di quanto sosteneva la Naef sull’importanza delle immagini in quel contesto, Ferhani ha descritto un’altra campagna , sempre basata su immagini, che è stata lanciata attraverso la rete e che è stata definita “Semiotic Guerrilla”: se la bandiera della Tunisia di Ben Ali era il simbolo del potere e di quel governo, i blogger hanno iniziato a pubblicare immagini di quella bandiera, scure, a lutto, con colori che dessero una percezione  negativa.

 

Philip Madanat ha invece messo a fuoco la forza delle radio locali e delle comunità digitali. Mentre i conduttori radiofonici durante le rivolte imparavano che cosa poter dire e che cosa non poter dire e i giornali imparavano a far intendere tra le righe, gruppi underground emergevano e utilizzavano gli spazi pubblici in rete. Nell’incontro con una blogger a Beirut prima delle Rivolte arabe Philip si senti’ dire: “Per la prima volta sentiamo che possiamo mettere nell’angolo il regime e che stiamo diventando più forti di lui. Qualcosa accadrà presto”. Era il 2010.
E dunque durante le rivolte il ruolo delle radio è stato determinante. Se anche è stato facile mettere a tacere le frequenze via etere non è stato lo stesso per quelle digitali che invece hanno potuto giocare un ruolo decisivo nell’ influenzare le decisioni e il coinvolgimento delle persone.
In Siria sta accadendo la stessa cosa ma sembra non interessi l’opinione pubblica e  media occidentali, nessuno ne parla.

 

LE DOMANDE – Stephan Russ-Mohl 

 

Stephan Russ-Mohl è professore di Media e Giornalismo presso l’Università della Svizzera Italiana a Lugano, fondatore dell’Osservatorio Europeo di Giornalismo ed è il coordinatore per la Svizzera del progetto MediaACT.
Prof. Russ-Mohl, adesso siete alla fine del secondo anno di ricerca per il progetto MediaACT, si inizia a vedere la luce alla fine del tunnel? Qual’è lo stato della ricerca e quali le principali difficoltà riscontrate?
C’è sempre una luce alla fine del tunnel. Siamo ancora a metà del lavoro di valutazione dei dati che abbiamo raccolto in così tanti paesi dove i giornalisti hanno risposto ad un questionario somministrato on-line.
Il progetto è focalizzato su una precisa questione: come possono essere i media “accountable” senza che siano censurati. La libertà di stampa è fondamentale per la democrazia. Ogni democrazia necessita di un “mercato” delle idee e anche il giornalismo deve fare la sua parte.
D’altra parte è necessario che i media siano credibili ed affidabili e che le persone li possano considerare attendibili. “Accountability”, questo progetto,  tenta di individuare comparativamente come questi obiettivi possano essere raggiunti  in Europa e nei paesi arabi che partecipano. Il raggiungimento di questi obiettivi dipende anche dai prerequisiti culturali e dalle attitudini dei giornalisti e parte di questo progetto consiste nell’individuare queste attitudini.
Nel giugno del 2011, MediaACT ha pubblicato un primo breve documento delle attività svolte, nel quale sono stati indicati 5 modelli culturali di “accountability”: il modello “pluralista/polarizzato” di Italia e Francia, il modello “democratico nord-europeo” presente in paesi come Germania ed Austria,  il modello “liberale” inglese, la prospettiva est europea e quella araba. È stato possibile individuare un sistema di comparazione tra queste?
In primo luogo bisogna dire che tre di questi “modelli culturali” sono stati sviluppati da un ricercatore italiano, Paolo Mancini ed un collega americano, Daniel Hallin ( Comparing Media Systems  – ndr) e sono stati intensamente discussi negli ultimi anni. Ma procedendo nel progetto ci siamo resi conto che essi non ci erano davvero utili.
In realtà, le società in evoluzione hanno molti elementi in comune che possono essere comparati, pertanto anche le società dell’Europa dell’est possono oggi essere comparate ai paesi arabi post-rivoluzione, anche se, per precisione, bisogna dire che il nostro progetto è partito prima della “primavera araba”. Se guardiamo ai tre modelli di Hallin e Mancini, che prendono in considerazione solo le democrazie occidentali, possiamo quindi capire che non ci possono aiutare molto. In questo senso anche i risultati delle “survey” non sono utili per un quadro generale: essi infatti raccolgono il modo di pensare dei giornalisti sulla “media accountability” e questa percezione può essere molto diversa da una situazione reale. Mentre alcuni possono essere molto fiduciosi, altri possono risultare del tutto scettici ; tuttavia è importante per noi sapere quello che i giornalisti pensano in relazione a queste problematiche perché anche questo può contribuire a comprendere se un modello di media accountability può funzionare o meno.
Quindi è  più importante capire come funzionano questi modelli, piuttosto che compararli…

 

Sicuramente vanno inquadrati in uno schema comparativo, ma la realtà è abbastanza più complessa e variegata rispetto alla schematizzazione tripolare di Hallin e Mancini  e quindi il lavoro che stiamo portando avanti è di penetrare quanto più a fondo possibile in ciascuna realtà… abbiamo trovato anche più di tre modelli possibili in Europa…
Magari più di tre in un solo paese…!
Infatti… basta guardare la Svizzera (la Svizzera è un paese quadrlingue: italiano, francese, tedesco e romancio che portano ciascuna una diversa cultura e diversa economia e mercato dell’informazione ndr) o l’Italia : c’è una diversa cultura tra il sud dell’Italia e Milano o.. la Padania!
Gli strumenti per la Accuratezza e la Trasparenza delle informazioni in paesi così diversi, sono caratterizzati da diversi livelli di “istituzionalizzazione”. Avete dei primi risultati sui diversi gradi di efficacia di questi strumenti in relazione ai vari livelli di istituzionalizzazione? (si pensa in questo caso alla presenza o meno nei vari paesi di istituzioni, come ad esempio il nostrano Ordine dei Giornalisti, ed alla eventuale loro efficacia nella Media Accountability, ndr)
Si, abbiamo già pubblicato un libro nel quale vi è una interessante panoramica in cui sono indicate che tipo di istituzioni  ci sono in ciascun paese che partecipa al progetto: per esempio la Svizzera è conosciuta per la efficacia del suo Consiglio della Stampa (istituzione di tipo associativo non-governativa basata su un codice di autoregolamentazione professionale ndr) e la Svizzera è anche il paese con il più alto numero al mondo di ombudsman nelle testate anche se questo non è dovuto alle “buone intenzioni” degli editori, ma perché una legge impone che ogni broadcast ne abbia uno. Ma anche la legge è limitata: se l’ombudsman non riceve il supporto dell’ editore, del management o dei giornalisti, evidentemente la sua funzione è relativa, resta solo una regola formale.
E quindi questa forma volontaria associativa del Consiglio della Stampa Svizzero è diversa da istituzioni come quelle che abbiamo in Italia…
Lei sta parlando dell’ “Ordine”… Bene, su questo argomento devo dire che l’Italia ha una posizione molto particolare in tutto il mondo occidentale, È una istituzione che non è riscontrabile in alcun altro paese, direi una sorta di “reliquia storica”, un eredità di Mussolini. Tuttavia è necessario dire che oggi l’Ordine italiano gioca un ruolo differente, ma rimane da chiedere ai molti esperti italiani se sia una istituzione necessaria per l’accuratezza e la trasparenza delle informazioni in quel paese.

 

LE DOMANDE – Marcello Foa 

 

Marcello Foa, giornalista, Docente di giornalismo internazionale presso l’Università della Svizzera Italiana e cofondatore dell’ Osservatorio Europeo di Giornalismo, è CEO di Timedia, primo gruppo editoriale della Svizzera Italiana
Prof. Foa, Lei è un esperto di “tecniche di spin-doctoring”e nei suoi articoli e nelle sue conferenze, ricorre l’idea che le rivolte della primavera araba siano state, almeno in parte, azionate da poteri forti internazionali: anche queste eventuali influenze pongono un problema di accuratezza e trasparenza dell’ informazione, come viene affrontato questo aspetto a livello accademico , nel MediaAct?
Questo problema non viene affrontato! Non viene affrontato  perché non c’è una categoria accademica che consenta di affrontarlo in maniera ortodossa. Trovo che uno dei difetti del mondo accademico sia quello di segmentare l’intero scibile umano secondo modelli precostituiti e gli argomenti che sono “a cavallo” o fuori da queste categorie vengono ignorati perché non c’è lo specialista o perché non fa parte dei programmi di insegnamento. In questo caso è la comprensione dei meccanismi “non dichiarati” della comunicazione che a livello accademico sfuggono..
..anche perché sono difficilmente “misurabili”…
Infatti. Però questo è un limite: a chi vuol capire come veramente vanno le cose viene a mancare un parametro fondamentale.
Prof. Foa. Lei oggi è CEO del primo gruppo editoriale (Timedia) della Svizzera Italiana; come è percepita e come viene affrontata la questione della “Media Accountability” nel suo gruppo , con particolare riferimento al Corriere del Ticino che ne è forse la parte principale ?
Il Corriere del Ticino ha costruito la propria reputazione sulla credibilità delle notizie che pubblica. Da sempre la redazione osserva criteri rigorosi nella selezione delle fonti e nella citazione dei nomi delle persone coinvolte in vicende giudiziarie. Per cui, rispondendo alla sua domanda, è una testata molto sensibile alla questione del Media Accontability.
Quale il rapporto tra Timedia ed il Consiglio Svizzero della Stampa ed il suo parere su questa istituzione, anche in relazione al fatto che Lei, in Italia, è iscritto all’Ordine dei GIornalisti?

Rapporto positivo, siamo membri del Consiglio con le nostre testate. La mia esperienza è limitata a pochi mesi (ho assunto l’incarico nell’agosto 2011) per cui mi è difficile esprime un giudizio più articolato, anche in rapporto all’Ordine dei Giornalisti.

 

LE DOMANDE – Giampietro Mazzoleni 

 

Giampietro Mazzoleni, Professore Ordinario di Sociologia della Comunicazione e Comunicazione Politica all’ Università di Milano, è il responsabile per l’Italia del consorzio MediaACT.
Prof. Mazzoleni, la questione della “Media Accountability” investe direttamente le istituzioni, governative e non governative, che attengono al mondo della stampa. In questi  giorni, in Italia, il governo sta discutendo l’ipotesi di abolizione o trasformazione degli ordini professionali, tra i quali anche l’Ordine dei Giornalisti. Lei che ne pensa?
La situazione è in grande movimento di sicuro e penso che sia comunque un movimento verso approdi che non possono essere che positivi. È vero che l’ordine è un istituzione un po’ unica almeno nel quadro europeo, però almeno ha garantito anche una certa accountability al proprio interno, fondamentalmente con autodisciplina rispetto ad imposizioni dall’esterno che invece troviamo magari altrove.
Questa funzione antica dell’ordine dovrebbe essere preservata in questo cambiamento che sta avvenendo e che non sappiamo come sarà perché è necessaria anche una legge visto che l’ordine è stato istituito da una legge. Io vedo sviluppi verso quelle forme che troviamo anche nei paesi nordici, quella del Press Council, che ha funzioni di moderazione, di controllo e di autodisciplina che in Italia ha svolto egregiamente l’ordine dei giornalisti.
Quindi diciamo una evoluzione da una funzione di controllo dall’ alto ad una forma di autodisciplina non “sanzionatoria”…
Che potrebbe essere affidato a Press Councils o qualche forma analoga, più o meno collegata all’Autorità per le Comunicazioni, anche se poi bisogna discutere tutti gli aspetti legali perché tutte le imposizioni dall’esterno che hanno a che fare con la libertà di stampa sono sempre da trattare con molta cautela.
Dal mio punto di vista, ma questo è anche il parere di molti studiosi italiani ed europei , è necessario preservare l’autoregolamentazione…

 

 LE DOMANDE – Colin Porlezza

 

Colin Porlezza, è ricercatore ed assistente presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’ Università della Svizzera Italiana e collabora al coordinamento per la Svizzera del MediaACT project

I social media stanno cambiando in tutto il mondo il modo di fare informazione ed il giornalismo. Lei pensa che possano aiutare (o obbligare) i giornalisti ad una informazione più accurata e trasparente?
Penso che a medio termine i social media sicuramente aiuteranno a rendere più trasparente il giornalismo, soprattutto perché obbligheranno i giornalisti  non solo ad essere più trasparenti, quanto a rispondere alle richieste del pubblico, perché la comunicazione  non è più, come fino a dieci anni fa , monodirezionale . Cambia un po’, non solo il modo di fare comunicazione che è bidirezionale, ma il modo stesso di fare giornalismo: bisogna far vedere come si lavora, da dove provengono le informazioni e come, alla fine, l’articolo viene prodotto.

 

Tuttavia, al momento, la percezione dei giornalisti è ancora che i social media hanno poca influenza nel giornalismo e quindi c’è ancora una sorta di “digital divide” nel quale una parte dei giornalisti permangono, ma anche un “interactivity divide” tra giornalisti e pubblico .
Ma i giornalisti, alla lunga, non potranno sfuggire a questo cambiamento e dovranno per forza adattarsi e, con loro, tutte le strutture organizzative dei media.

 

 

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