Vera Politkovskaja, in Russia sempre peggio per la libertà di stampa

| 17 maggio 2011 |
Vera Politkovskaja (foto di Paolo Barbuio)

Vera Politkovskaja durante l' incontro a Vittorio Veneto (foto di Paolo Barbuio)

In una intervista a Lsdi la figlia della giornalista russa uccisa nel 2006, cronista come la madre,  fa il punto sulla situazione cupa del suo paese, ma segnala come anche lì internet offra grandi opportunità – ‘’Le persone iniziano a capire che si può essere seduti al computer e vedere cosa succede in Africa. Si può non guardare solo Pervyj kanal (il primo canale), che riporta un solo punto di vista, ma si può seguire una notizia in decine di varianti e provare a tirare le proprie somme’’ – Il pricolo della crescente statalizzazione dei media

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Il 14 maggio scorso a Vittorio Veneto (TV) si è tenuto l’incontro “Libera stampa!”, organizzato dall’associazione Mondo in Cammino e patrocinato da Lsdi.

In occasione della serata, che ha visto protagonisti Vera Politkovskaja, figlia di Anna Politkovskaja, e Leonardo Coen, inviato di Repubblica, abbiamo incontrato la figlia della giornalista uccisa il 7 ottobre del 2006 a Mosca e le abbiamo posto alcune domande sullo stato del giornalismo in Russia.

Ecco l’ intervista, a cura di Valentina Barbieri.

Pensa che il giornalismo russo sia cambiato dopo la morte di Sua madre? Se sì, in che modo?

Sì, è cambiato e non certo in positivo. Già prima della morte di mia madre si notava una tendenza generale al peggioramento, anche in seguito è proseguito nella stessa direzione. Nel nostro paese la libertà di stampa è un problema grave. Ogni giornalista si trova di fronte ad un bivio: può scegliere la carriera e scrivere quello che gli dicono oppure può fare una scelta diversa, scrivere quello che trova giusto e occuparsi di quello che gli interessa. Le conseguenze sono diverse: nel primo caso guadagnerà un posto di prestigio (ovvero statale), nel secondo caso potrebbe finire male.


L’ultima antologia di Anna Politkovskaja è intitolata “Vale la pena morire per il giornalismo in Russia?” Se oggi dovesse dare una risposta a questa domanda, quale sarebbe?

Non posso rispondere di sì, che ne vale la pena, perché lo vivo come una figlia a cui è mancata la madre. Per quanto riguarda il mio vissuto di giornalista, cerco di evitare qualsiasi confronto tra l’esperienza di mia mamma e la mia. Non ho la sua ricchezza professionale, trent’anni di attività, la sua grande esperienza. Lei lavorava a modo suo, in una maniera personale, io lavoro in un altro modo, il mio.


La proprietà statale e parastatale in Russia sta conquistando testate significative del panorama indipendente russo (NTV, Echo Moskvy). La proprietà della Novaja Gazeta è invece per il 51% in mano alla redazione, per scelta editoriale. Quanto questa può essere a Suo avviso un garanzia di qualità ed indipendenza dell’informazione?

Il direttore di un mezzo di comunicazione può influenzare la politica di redazione, questo vale per tutti i media. Ma avere il controllo sull’intero pacchetto azionario è un altro livello di proprietà e influenza.  Di conseguenza è un elemento che ricopre un ruolo importante: se le azioni appartengono, ad esempio, a Gazprom media, sarà più facile per loro dettare le condizioni, quello che deve essere scritto. Quando è il collettivo di redazione a decidere, è la redazione a fare davvero l’informazione.


Di fronte a questa crescente statalizzazione dei media tradizionali in Russia,  internet può essere uno strumento efficace per lo sviluppo del giornalismo in Russia?

La sua efficacia è aumentata in modo netto. La distribuzione dei computer era molto limitata, mentre ora va espandendosi. Le persone accedono ad internet e iniziano a capire che si può essere seduti al computer e vedere cosa succede in Africa. Si può non guardare solo Pervyj kanal (il primo canale, di linea filo-governativa, ndT), che riporta un solo punto di vista, ma si può seguire una notizia in decine di varianti e provare a tirare le proprie somme.


Quali sono le figure giornalistiche a cui si ispira Lei come giornalista?

Forse suonerà strano, ma mi sembra che nel giornalismo non sia giusto uniformarsi a qualcuno. Quando ti riferisci a qualcuno, inizi inevitabilmente a copiare, mentre nel giornalismo è più importante lavorare sul proprio stile.  Faccio un esempio: i giornalisti che hanno reso NTV quello che era (prima del cambio di proprietà del 2001) erano persone di grande talento. E’ stato notato che altri giornalisti in televisione hanno iniziato semplicemente a copiare. Lo si vedeva ad occhio nudo, lo si sentiva, si capiva che un giornalista ne copiava un altro.

Certo, ho un sistema di coordinate, basato più che altro sulla mia visione del mondo. Su questo baso la mia idea di come bisogna essere giornalisti. Lo stesso vale per l’aspetto morale, il lavoro ha le proprie radici nella persona.

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