Una blogger non è giornalista in Oregon, ma a Washington sì

| 8 dicembre 2011 |

CoxUn giudice di Portland, nell’ Oregon, ha condannato la titolare di una serie di blog di argomento legale a versare 2,5 milioni di dollari per diffamazione escludendola dalla sfera di applicazione della legge che dà il diritto di non rivelare la proprie fonti – Ma la persona che ha steso la legge-scudo per lo stato di Washington sostiene che i blogger invece hanno la stessa protezione dei giornalisti tradizionali

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La vicenda di una blogger americana condannata per diffamazione da un magistrato dell’ Oregon che non le ha riconosciuto il diritto di ricorrere alle norme che consentono ai giornalisti di non rivelare le fonti in quanto i blog non potrebbero considerarsi dei media giornalistici. La vicenda è stata rivelata dal Seattle Weekly, a cui la Cox ha raccontato la sua vicenda, sottolineando come l’ episodio riguardi ‘’tutti coloro che scrivono su internet’’.

Crystal Cox (che si definisce blogger investigativa) è stata condannata da un giudice di Portland a un risarcimento danni di 2,5 milioni di dollari nei confronti del gruppo finanziario ‘’Obsidian Finance Group’’ e del suo cofondatore (che avevano chiesto 10 milioni di dollari di danni), che la donna   aveva duramente criticato. Rispetto ad altri post sui vari blog  gestiti dalla Cox e relativi ad altre strutture finanziarie, era stato ritenuto in particolare diffamatorio questo specifico post in quanto, secondo il magistrato, esso presentava le cose in maniera ‘’più fattuale’’.

La blogger si è difesa sostenendo che quell’ articolo era ‘’più fattuale’’ perché una fonte le aveva passato delle informazioni specifiche e, appellandosi alla legge che protegge i giornalisti dall’ obbligo di rivelare le fonti (in vigore nell’ Oregon e in altri 40 Stati), si è rifiutata di rivelare chi le avesse passato quelle notizie.

Il giudice però ha escluso che quelle norme possano essere applicate alla Cox: …sebbene l’ imputata si sia autoproclamata “investigative blogger” e parli di ‘’media’, non c’ è prova che essa lavori per qualche giornale, rivista, periodico, libro, pamphlet, agenzia di stampa o di servizi, o emittente radio-televisiva, e per questo non ha titolo alla protezione della legge.

La legge però – fa osservare il Seattle Weekly – fa riferimento esplicito come sfera di applicazione a ‘’qualsiasi mezzo di comunicazione con il pubblico’’ (‘’No person connected with, employed by or engaged in any medium of communication to the public shall be required by … a judicial officer …).

La vicenda, come prevedibile, ha scatenato polemiche.

Bruce E. H. Johnson, ad esempio, avvocato e magistrato, l’ uomo che aveva steso il testo della legge per lo stato di Washington –  interpellato da Seattle Weekly -, ha spiegato che il caso avrebbe avuto una soluzione totalmente opposta in quello stato visto che il campo di applicazione della legge scudo per i giornalisti include espressamente ‘’internet o la diffusione elettronica’’ (internet.. or electronic distribution).

Il settimanale pubblica anche copia della sentenza del giudice Hernandez.

Aggiornamento

Un’ ampia ricostruzione della vicenda, con nuovi elementi e commenti, è stata pubblicata dall’ Associated Press.

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