Sovvenzioni pubbliche (inefficaci) ai vecchi media, dimenticando i nuovi

| 3 settembre 2011 |

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Uno studio condotto da due ricercatori del Reuters Institute for the Study of Journalism della Università di Oxford, in cui si  analizzano flussi e sistemi di sovvenzioni pubbliche all’ editoria in 5 paesi europei, Finlandia, Francia, Germania, Italia, UK, e negli Stati Uniti, mostra come non emerge nessun meccanismo keynesiano che possa mettere in correlazione spesa pubblica e penetrazione dei giornali. Gli Stati Uniti spendono solo il 16% per abitante di quanto fa l’ Italia ma ha il 94% di lettori in più per 1.000 abitanti. Come per la Germania, che spende il 40% di quello che fanno gli italiani ma ha almeno tre volte i loro lettori – Praticamente si può dire che non c’ è nessuna speranza di poter invertire il declino della diffusione dei giornali distribuendo sussidi e sovvenzioni – Dalla ricerca emergono anche alcune linee comuni, come l’ assenza di riforme della normativa e il radicato pregiudizio a favore dei media tradizionali – I sussidi, diretti e indiretti, continuano insomma ad andare ai settori tradizionali della stampa e della radiotelevisione, mentre ‘’gli sforzi innovativi e i nuovi protagonisti del mercato basati essenzialmente sui new media ricevono poche o nessuna sovvenzione’’Un sistema costruito come minimo negli anni Settanta e mai aggiornato, che ruota tutto attorno a piattaforme che stanno perdendo relativamente importanza, spiega uno degli autori, perderà la sua efficacia a mano a mano che le attuali tendenze nel campo della pubblicità e dei comportamenti delle persone continueranno e  non avranno quindi alcun effetto sul piano della sfida principale che i media tradizionali hanno di fronte, quella di una profonda ristrutturazione

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La Finlandia è il paese più ‘generoso’ in termini di sostegno pubblico alla stampa , investendo nel settore una quantità di fondi per abitante 22 volte più che gli Stati Uniti (come si può vedere dal grafico qui sopra), 9 volte più che in Germania, 5 volte in più rispetto all’ UK, 4 per l’ Italia e 3 per la Francia.

E’ uno dei dati che emergono da uno studio comparativo condotto da due ricercatori del Reuters Institute for the Study of Journalism dell’ Università di Oxford – Rasmus Kleis Nielsen, docente di comunicazioni in Danimarca, e Geert Linnebank, ex redattore capo a Reuters –  dal titolo ‘’Public Support for the Media, A Six-Country Overview of Direct and Indirect Subsidies’’(il PDF è qui), che analizza appunto la situazione dei finanziamenti pubblici all’ editoria giornalistica nei sei paesi (scelti perché, spiegano gli autori, rappresentano diversi approcci alle politiche dell’  informazione e perché hanno mercati editoriali diversi).

Il sostegno del settore dovrebbe avere quindi un grosso peso nella situazione dei media in Finlandia, dunque. Ma solo in teoria – commenta Fredéric Filloux sul Guardian -. Poiché in quel paese, come in tutta la regione scandinava, i quotidiani hanno un grandissimo seguito, il 79% della popolazione, questo dato potrebbe indurre a pensare che ci sia una relazione diretta fra sussidi e penetrazione. Ma non è così: la Germania, ad esempio, che spende l’ 11% di quello che fa la Finlandia ha una penetrazione nella popolazione del 72%.

Usando i dati sul numero di lettori diffusi dalla World Association of Newspapers, il quadro dovrebbe essere questo:

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Combinando i due insiemi di dati – osserva Filloux – si arriva a un risultato molto interessante: spendendo molto di più di qualsiasi altro paese, la Finlandia ottiene un risultato molto migliore. Sulla base del Rapporto del Reuters Institute il paese ottiene un effetto 13 volte migliore rispetto a Italia e Francia, che risultano dunque i veri perdenti nel campo del sistema dei sussidi, come mostra quest’ altro grafico:

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Da questo insieme di dati – osserva Filloux – possiamo trarre tre conclusioni:

1. – Non emerge nessun meccanismo keynesiano che possa mettere in correlazione spesa pubblica e penetrazione dei giornali. Gli Stati Uniti spendono solo il 16% per abitante di quanto fa l’ Italia ma ha il 94% di lettori in più per 1.000 abitanti. Come per la Germania, che spende il 40% di quello che fanno gli italiani ma hanno almeno tre volte i loro lettori. Praticamente possiamo dire che non c’ è nessuna speranza di poter invertire il declino della diffusione dei giornali distribuendo sussidi e sovvenzioni.

2 – La performance della Finlandia è più una questione di prodoto editoriale che di politica statale. Nei paesi nordici – continua Filloux – fanno un giornalismo radicalmente indipendente e aggressivo (nel senso migliore del termine).

Da una prospettiva puramente industriale, le aziende editoriali scandinave hanno deciso una volta per tutte che la concorrenza doveva fermarsi sulla soglia delle porte delle redazioni. Da molto tempo stampa e distribuzione sono in comune. Quotidiani e magazine sono stati risparmiati dall’ erosione e sono in una forma molto migliore che nella maggior parte degli altri paesi.

3 – Contrariamente al cliché, la crescita di internet non ha provocato alcun calo nella diffusione della stampa scritta. La Finlandia (ancora) e l’ UK hanno entrambe una grossa audience e un alto numero di utenti della Rete (rispettivamente il 57% e il 37%).

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Il Rapporto analizza nel dettaglio la complessità delle sovvenzioni pubbliche ai media e l’ ampia varietà delle misure adottate nei vari paesi. E tra l’ altro cancella il vecchio e radicato pregiudizio secondo cui in Europa i media sarebbero massicciamente sostenuti dallo Stato mentre negli Stati Uniti ci sarebbe una inerzia pubblica nei confronti dell’ industria giornalistica.

Sul piano generale l’elemento chiave, comunque, è il paradosso di fondo che il sistema presenta, ben illustrato dal titolo di un articolo di Nielsen sul suo blog: ‘’Sostenere il passato, ignorando il futuro?’’

I sussidi, diretti e indiretti, continuano ad andare ai settori tradizionali della stampa e della radiotelevisione, mentre ‘’gli sforzi innovativi e i nuovi protagonisti del mercato basati essenzialmente sui new media ricevono poche o nessuna sovvenzione’’.

Nei sei paesi analizzati le principali forme di sostegno risalgono agli anni Settanta e in alcuni casi anche a prima e nessuno di essi ha provveduto a cambiare la normativa per adeguarla al nuovo scenario mediatico.  Il grosso dei fondi pubblici continuano ad andare quindi

1) soprattutto in Europa, direttamente al servizio pubblico radiotelevisivo

e

2) in tutti i paesi, compresi gli Usa, indirettamente, attraverso delle esenzioni fiscali, ai quotidiani a pagamento che, certo, restano di importanza centrale in termini di contenuti originali di interesse collettivo, ma stanno soffrendo per il declino dei lettori e la stagnazione dei ricavi.

Mentre è ben noto l’ aiuto che in Europa lo stato dà al servizio pubblico radiotelevisivo – osserva Nielsen -, lo è molto meno il fatto che il settore privato degli editori della carta stampata benefici di forme rilevanti di aiuti indiretti. In Uk ad esempio, la stampa ricava dalle norme favorevoli sull’ Iva 594 milioni di sterline (748 milionid i euro) all’ anno.

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La tavola qui sopra (cliccare per ingrandirla) fornisce una panoramica delle principali forme di sostegno nei sei paesi, e il loro valore globale. Si tratta di somme considerevoli, anche se impallidiscono se le confrontiamo con la quantità di ricavi che l’ industria ha perso negli anni scorsi (i quotidiani Usa, ad esempio, hanno visto le loro entrate totali calare di più di 20 miliardi di dollari dal 2000).

Nonostante il rapido sviluppo dell’ accesso a internet e ai media sui vari dispositivi mobili, oggi dei sei paesi analizzati solo la Francia offre un sostegno significativo ai media online (circa 20 milioni di euro l’ anno, meno dello 0,5% di tutti i sussidi erogati. (Per l’ Italia la voce ”altri sussidi” si riferisce all’ emittenza privata)

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Invece di analizzare la politica messa in atto in ogni paese (Nielsen indica comunque le analisi dettagliate compiute recentemente per gli Usa, per la Francia e per la Finlandia) gli autori hanno preferito fare un lavoro di confronti incrociati, che permette meglio di identificare eventuali linee comuni – come l’ assenza di riforme della normativa e il radicato pregiudizio a favore dei media tradizionali – ma anche differenze.

Così paesi diversi con sistemi democratici sviluppati sostengono i media con gradi e modi diversi. Per esempio – continua Nielsen -, Finlandia, Germania e Uk mostrano il maggiore sostegno per abitante, basato su un robusto finanziamento al servizio pubblico e a una esenzione dall’ Iva per l’ industria dei quotidiani, un tempo tanto forte. Francia e Italia hanno dei sistemi di finanziamento più ampi, ma il loro peso attualmente è minore in termini di contributi a testa, sia per l’ importo minore in termine di canoni, sia perché i vantaggi fiscali risultano inferiori in quanto il settore della stampa ha un peso molto minore.

Gli Stati Uniti si collocano un po’ al di fuori fra le democrazie più sviluppate, con un sostegno pubblico minimo, che va soprattutto al servizio radiotelevisivo ( attraverso fondi statali e federali) e alla stampa  (attraverso varie forme di agevolazioni fiscali).

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I dati qui sopra suddividono l’ ammontare totale delle sovvenzioni per numero di abitanti, per renderle più direttamente comparabili rispetto ai valori assoluti (mettere sullo stesso piano i 5,5 milioni di abitanti della Finlandia e i 300 milioni Usa avrebbe potuto provocare dei malintesi).

Come è evidenmte, ci sono grosse differenze fra i sei paesi, ma tutti i sussidi, diretti o indiretti, muovono miliardi di euro all’ anno e in maniera schiacciante vanno alle testate tradizionali (broadcasting e stampa), mentre le iniziative dei new media – sia se condotte dagli editori tradizionali sia se lanciate da nuove imprese – sostanzialmente non ricevono sostegno.

Ma – sostiene Nielsen – con i cambiamenti in corso e lo spostamento dei lettori verso le nuove piattaforme giornalistiche, l’ efficacia di queste forme di intervento è destinata a declinare.

Soprattutto i sostegni indiretti per la stampa – considerati ancora “essenziali” dalle associazioni del settore – : un sistema costruito attorno a piattaforme che stanno perdendo relativamente importanza perderà la sua efficacia a mano a mano che le attuali tendenze nel campo della pubblicità e dei comportamenti della gente continuerà.

Se i ricavi dei quotidiani da vendite e pubblicità calano il valore dei sussidi indiretti che puntano a sostenere questa industria diminuirà – ed essi non avranno quindi alcuna efficacia sul piano della sfida principale che hanno di fronte, quella di una profonda ristrutturazione.

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Quanti sono a favore di un nuovo impegno per un sostegno dei media – osserva quindi Nielsen – devono ripensare al ruolo delle testate del servizio pubblico e rivedere il modo con cui i governi possono sostenere delle aziende private che forniscono beni pubblici come l’ accesso a forme di giornalismo responsabile e di dibattito pubblico di cui la democrazia può beneficiare.

La base per un sostegno indiretto della stampa in UK, per esempio, continua ad essere la ”definizione del quotidiano come una pubblicazione che ‘consiste in varie grandi pagine raccolte insieme e contiene informazioni su avvenimenti di interesse locale, nazionale o internazionale”.

Auspicare o meno un sostegno pubblico per i media è un problema politico (e tutte le democrazie sviluppate nel 20° secolo hanno risposto affermativamente), ma poiché stanno cambiando le abitudini  dei cittadini e le basi economiche del settore, un intervento efficace probabilmente deve essere costruito attorno alla parte della definizione relativa all’ ”informazione” piuttosto che alla parte relativa alle ”pagine” del giornale (così come le emittenti in molti paesi cercano di definirsi piuttosto come  ”testate di servizio pubblico”, per sottolineare le loro ambizioni cross-mediali).

Non sarà facile sviluppare nuove forme di sostegno, osserva Nielsen. Delle nuove politiche di  intervento in un’ area cruciale per il funzionamernto delle democrazie dovranno poter contare su un ampio sostegno politico, tener conto delle preoccupazioni editoriali e professionali, e nello stesso tempo tentare di coniugare insieme un atteggiamento di neutralità nei confronti delle piattaforme (nessun preconcetto a favore di una o l’ altra delle forme di diffusione), di neutralità dei punti di vista (non offrire a nessun poltico la possibilità di interferire) e una linea che consenta comunque di vedere le differenze (non si può sostenere tutto), di essere governabili e trasparenti, di non falsare la concorrenza inutilmente, e di essere in grado di superare indenni le varie norme contro gli aiuti statali all’ industria emanate per esempio dall’ Unione europea.

Mettere in atto nuove politiche di sviluppo in questo campo non significa un semplice ‘’via il vecchio e applichiamo il nuovo’’. Passare a un sostegno su larga scala ai new media implica scelte delicate come capire ad esempio quale tipo di interesse pubblico è importante sostenere, quale tipo di bene pubblico si desidera distribuire e mettere quindi a punto delle forme dirette o indirette di sostegno che possano effettivamente incoraggiare senza troppi effetti secondari negativi.

Sviluppare queste politiche sarà arduo, un lavoro difficile, e richiederà una nuova leadership intellettuale e politica –ma è anche un impegno fondamentale. Una riforma è necessaria se vogliamo superare la politica dell’ aiuto ai vecchi media senza pensare al futuro.

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Nielsen non accenna alle possibili linee di nuovi interventi. Ci prova invece Filloux, partendo dalla segnalazione di alcune questioni relative al modo con cui i media dovrebbero essere in qualche modo sovvenzionati. Cosa che lui stesso approva, per diverse ragioni:

  • La qualità dell’ informazione gioca un ruolo critico in democrazia.
  • Fare un buon giornalismo costa. La conservazione di modelli non commerciali (come NPR o BBC) non lascia dubbi sulla necessità di un sostegno pubblico.
  • L’ industria – specialmente la carta stampata – è nel pieno di una radicale e costosa trasformazione e molte testate non hanno le risorse economiche per sostenerla.
  • Dobbiamo contrastare la massiccia ondata di mediocrità nell’ industria dell’ informazione, con dei ricchi aggregatori impazienti di riconfezionare qualsiasi cosa che soddisfi la loro ossessione (Sono atterrito sentendo che Le Monde starebbe per stringere un accordo con l’ Huffington Post.)

Detto questo, perché il sostegno pubblico funzioni – suggerisce Filloux – c’ è bisogno comunque di alcune condizioni chiave:


1. Management molto severo. Suona ovvio, ma troppo speso il danaro pubblico significa grossi sprechi (come spesso si vede nell’ emittenza radiotelevisiva).
2. Niente open-bar. Cioè: niente fondi a pioggia. Se le sovvenzioni servono a favorire un determinato progetto, si deve poterne valutare i risultati..
3. I sussidi possono essere diretti o indiretti. Per esempio la sospensione di una tassa opposta alla concessione di un sussidio per una determinata azienda che scende sotto un certo livello di ricavi pubblicitari (come avviene in Francia).
4. Niente sovvenzioni a vita. Solo sostegni per la trasformazione.

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E’ quanto osserva d’ altronde anche Pier Luca Santoro sul suo Giornalaio. ‘’Se i contributi al comparto editoriale siano una forma di supporto alla libertà di informazione e, di riflesso, alla democrazia, o meno, è certamente discutibile’’. Ma intanto il modo con cui il meccanismo funziona produce l’ ‘’effetto perverso di drogare il mercato’’, aggiunge, parlando di ‘’inutilità, o peggio, di contributi che non abbiano una finalità specifica e misurabile’’.

‘’Che la sovvenzione dello Stato a supporto di prodotti/mercati in difficoltà abbia scarso effetto, o addirittura effetto negativo, è dimostrato osservando dinamiche e tendenze del mercato dell’auto, e relative incentivazioni alla rottamazione, degli ultimi anni’’, osserva ancora Santoro (che riporta il link al testo della Gazzetta Ufficiale relativo all’ erogazione dei contributi statali).

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