Social network e banche dati, grandi risorse per il giornalismo investigativo

| 19 ottobre 2011 |

Dati

L’ inchiesta giornalistica e il data journalism si stanno sviluppando di pari passo, offrendo delle grosse opportunità e degli scenari fino a poco fa del tutto impensabili – Gli interventi di Paul Myers (BBC), Aron Pilhofer (New York Times) e Jenneth LaFleur (ProPublica) alla Gobal Investigative Journalism Conference di Kiev – Trucchi per seguire sulla rete delle persone senza scoprirsi –  Come convertire i dati in mappe e tabelle con cui potenziare il volume di informazioni e di spiegazioni degli articoli – Ma resta sempre fondamentale il principio distintivo del giornalismo: “verificare sempre le fonti e non fidarsi del materiale che si trova online’’

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di Alessia Cerantola

Kiev – Il giornalismo d’ inchiesta può contare sempre di più sui nuovi mezzi messi a disposizione dalla rete: social network e banche dati, e, soprattutto, dall’ utilizzo sinergico e incrociato dei due strumenti.

Un’ analisi delle possibilità offerte da questi mezzi e dalle loro sinergie è stata al centro degli interventi di alcuni giornalisti e studiosi alla Gobal Investigative Journalism Conference di Kiev. Fra di essi Paul Myers, giornalista della BBC, ha spiegato come esse permettano di svolgere delle ricerche in maniera abbastanza semplice. Ad esempio – ha spiegato-, seguire le posizioni e gli spostamenti degli utenti attraverso i loro messaggi e aggiornamenti di status in bacheca e ricostruire la loro rete di amicizie.

Il giornalista ha svelato anche qualche possibile trucco. Nel caso di Facebook, se il profilo non è pubblico, basta crearne uno fittizio, con un numero credibile di amici aggiunti da pagine come Addme e cercare di stringere l’amicizia con la persona che si intende seguire. Tra le altre strategie da utilizzare per mantenere nascosta la propria ricerca il consiglio è quello di usare programmi proxy, tra cui il gratuito bypassproxy. Questi strumenti, che si interpongono tra client e server, permettono di navigare tenendo nascosto l’ IP del proprio dispositivo.

Lo sviluppo del giornalismo d’inchiesta va di pari passo con quello del data journalism, le cui applicazioni permettono di estrapolare e utilizzare le informazioni delle banche dati attraverso gli strumenti digitali. Al giornalista di oggi è sempre più richiesto di saper rintracciare un crescente numero di informazioni e dati e saperli interpretare per ricostruire le storie. Per fare questo ci sono software e applicazioni a pagamento o gratuiti, come Public Data Explorer, che consente, dopo aver scaricato le statistiche disponibili in rete, di convertire i dati in mappe e tabelle da accompagnare alle storie. Un altro strumento della stessa azienda è Google Fusion, un servizio per la gestione dei dati attraverso tabelle che gli utenti possono vedere e scaricare, permettendo la condivisione e la collaborazione del progetto con altri colleghi.

Una funzione simile è svolta anche da DocumentCloud, una piattaforma  di ricerca intelligente basata sulla tecnologia Open Calais. “È un sistema che permette di far lavorare più giornalisti sullo stesso articolo attraverso la condivisione dei documenti, o parte di essi, con colleghi”, ha spiegato Aron Pilhofer, giornalista del New York Times, uno degli sviluppatori di questo progetto.

“DocumentCloud permette di condurre ricerche intelligenti e di impostare la disambiguazione dei termini. Per ora il sistema ottico di riconoscimento dei file caricati è disponibile solo in inglese, ma sono in programma ricerche per altre lingue”.

Per tutte le nuove informazioni presenti nella rete, ricorda infine Jenneth LaFleur di ProPublica, vale comunque il principio fondamentale del giornalismo: “verificare sempre le fonti e non fidarsi del materiale che si trova online”.

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