Nasce in Francia un Supercentro di ricerche sul giornalismo

| 26 marzo 2011 |

reporter

I quattro principali centri universitari francesi di ricerca nel settore  dell’ informazione e della comunicazione hanno dato vita a una struttura unitaria (un Groupement d’ intérêt Scientifique) per facilitare gli scambi, mettere in comune strumenti e mezzi, ma anche valorizzare meglio il lavoro di analisi agli occhi dei professionisti e dei cittadini – Un primo incontro di studi a Parigi

—–

I quattro maggiori Centri francesi che si occupano di ricerche sul giornalismo hanno deciso di mettere insieme le forze creando una struttura specifica, un Gis (Groupement d’intérêt Scientifique), sull’ attività giornalistica.

I quattro centri di ricerca sono: CRAPE (Centro di ricerche sull’ azione politica in Europa), CARISM (Centro di Analisi e di Ricerca Interdiscplinare sui Media), ELICO (Équipe di ricerca di Lione in scienze dell’ Infiormazione e Comunicazione) e GRIPIC (Gruppo di ricerca interdisciplinare sui processi di informazione e comunicazione).

L’ obbiettivo – spiega Eric Lagneau su Mediawatch.afp.com – è facilitare gli scambi e mettere in comune strumenti e mezzi, ma anche valorizzare meglio le ricerche sul versante dei professionisti del settore e dei cittadini.

La prima inziativa del Gis si è svolta nei giorni scorsi a Parigi con un convegno sul tema: Il giornalismo, un’ attività collettiva. Forme, attori, pratiche, poste in gioco. I lavori sono stati aperti dall’ intervento di due noti ricercatori stranieri, il sociologo e storico inglese Jean Chalaby (City University of London) e il sociologo argentinoPablo Boczkowski (School of communication, Northwestern University).

Per Chalaby, il giornalismo come professione e ordine del discorso specifico è una invenzione americana e inglese della seconda metà dell’ 800 e subisce oggi una mutazione in profondità: I giornalisti non hanno più il monopolio dell’ informazione e dell’ attualità nel nuovo sistema della comunicazione a causa dei media sociali; ruolo crescente dei non professionisti nella fornitura di informazioni o immagini; svalorizzazione dell’ informazione rispetto all’ intrattenimento (e il mescolarsi dei generi, con l’ infotainment); sviluppo del giornalismo conversazionale (modello blog).

Senza pronunciarsi sulla sua evoluzione futura, Chalaby ha concluso comunque con una nota positiva: ”Un giornalismo intelligente e indipendente non è mai stato tanto necessario come adesso e i tradizionali criteri di valutazione – l’ affidabilità delle informazioni e la pertinenza delle analisi – restano più che mai valide ai suoi occhi.
Pablo Boczkowski è tornato sui principali risultati del suo ultimo libro News at Work e sul paradosso che ne è emerso: un aumento considerevole della quantità di informazioni che circolano e una diminuzione delle diversità dei contenuti, con una focalizzazione sempre più accentuata su un numero sempre più basso di argomenti.

La spiegazione sta, secondo il sociologo, nell’ intensificazione di un processo di imitazione e di omogeneizzazione fra i media a causa di un’ attività di monitoraggio continuo della concorrenza da parte dei giornalisti per evitare ”buchi”.

Questo controllo costante dei media viene sottolineato anche da Chalaby, che ha citato l’ esempio della BBC, dove 15 giornalisti sorvegliano Twitter in permanenza. Per Boczkowski l’ omogeneizzazione crescente, legata anche al fatto di considerare sempre più l’ informazione come una merce, è preoccupante in relazione a due importanti funzioni dei media nel nostro sistema democratico: la funzione di sorveglianza e controllo (watchdog) del potere e quella che consiste nell’ assicurare la diversità e la pluralità delle idee nello spazio pubblico.

Fra le varie comunicazioni presentate al convegno – osserva ancora Mediawatch – particolarmente interessanti un lavoro di giornalismo collaborativo, compiuto con l’ aiuto degli internauti, sulla verifica delle dichiarazioni dei politici francesi e il confronto con i fatti (la vecchia pratica del fact-checking) e una ricerca sul giornalismo online dal titolo “Giornalisti hacker in redazione’’.

Venuti dalle frontiere di tre mondi informatici – gli sviluppatori web, le comunità open space e i militanti dell’ open data – una serie di giornalisti programmatori, come l’ emblematico Adrian Holovaty, hanno saputo penetrare nelle redazioni americane contribuendo al rinnovamento delle pratiche, soprattutto in termini di ‘’data journalism’’ e di trattamento dei data base online.

Gli autori – Sylvain Parasie ed Eric Dagiral – hanno mostrato come le trasformazioni socio-tecnologiche in corso offrano anche delle nuove risorse per trattare delle questioni complesse, che da tempo pongono problemi specifici ai giornalisti preoccupati di osservare rigore e imparzialità, come è stato mostrare in una tesi dell’ autore di questo articolo sul lavoro dei giornalisti dell’ AFP (un fatto elementare e chiaro come il risultato di un incontro di calcio e un avvenimento complesso come ‘’le cifre della disoccupazione’’ non possono essere ‘’verificati’’ nello stesso modo).

Lagneau infine cita una comunicazione innovatrice (di Gilles Bastin) dal titolo ‘’Traiettorie biografiche e identità collettive nel mondo dell’ informazione’’. L’ idea dell’ autore è che è il momento di passare da una sociologia del giornalismo a una sociologia dei giornalisti, interessandosi in modo centrale alla loro traiettoria (e alla regolazione, o meno, di queste traiettorie da parte della professione).

Prendendo atto dei limiti degli studi sociologici della professione che si basano essenzialmente sui dati diffusi dalla Commissione per la carta professionale (CCIJP), Bastin ha progettato uno studio basato sui profili dei giornalisti presenti sulla rete sociale professionale Linkedin (90 milioni di utenti nel mondo). Sono circa 12.000 in francese (e 150.000 in inglese). Il ricercatore ne ha estratto un data base di 1071 profili che dovrebbe permettergli di studiare in un modo del tutto nuovo queste traiettorie (compresa l’ uscita dalla professione).

Leggi anche:

I commenti sono chiusi.