Libri: la precarietà come base del capitalismo contemporaneo

| 2 ottobre 2011 |

Eclissi

Con ‘’L’ Eclissi, Dialogo precario sulla crisi della civiltà capitalistica’’, Francesco Bifo Berardi e Carlo Formenti affrontano il tema dell’evoluzione tecnologica ai tempi del Web 2.0 mettendone in luce le implicazioni economiche, politiche, sociali – Dalla galassia Facebook, che ha reso la dimensione relazionale così veloce e vasta da farla divenire paradossalmente impossibile, al fenomeno WikiLeaks, che ha squarciato il velo di Maya della net-neutrality, fino alla discussione su democrazia e Internet, e alla questione della governance economica globale nell’attuale fase post-neoliberista

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La precarietà non è frutto di una crisi congiunturale ma è diventata il modello dominante dei rapporti di lavoro nella nuova fase del capitalismo contemporaneo.

E’ una delle tesi di fondo di un dialogo sulla società e sulla Rete fra Franco Bifo Berardi e Carlo Formenti raccolto in un libro, ”L’ Eclissi”, appena pubblicato da Manni (pp. 96, euro 10).

Il tema della precarietà dà il segno anche al sottotitolo del volume, «Dialogo precario sulla crisi della civiltà capitalistica», che – racconta Benedetto Vecchi sul Manifesto – affronta direttamente molti dei nodi che la crisi globale ha messo in evidenza, fra cui, in particolare, quello della Rete che, secondo gli autori, ”è sì un condensato di tutte le tendenze – sociali, politiche, filosofiche – presenti al di fuori dello schermo, ma non ha, va da sé, nessun potere liberatorio”. Sia Formenti che Bifo affermano infatti che la Rete può essere sinonimo di sfruttamento, illibertà, assoggettamento a dispositivi pervasivi e soft di controllo sociale.

Il dialogo dà un importante contributo in termini di ”materiali per una critica dell’ economia politica della Rete”, soprattutto quando – osserva Vecchi – fa emergere come le imprese abbiano appreso molto dalla critica dei movimenti sociali degli anni Settanta, ”trasformando la loro organizzazione del lavoro in maniera tale che facesse leva invece proprio sulla tensione continua all’innovazione e alla messa a profitto di talenti individuali, conoscenza e, soprattutto, sull’intelligenza collettiva. Ma per esercitare il controllo il capitale ha elevato la precarietà a modello dominante dei rapporti di lavoro, mentre operava affinché la finanziarizzazione della «vita activa» prendesse il posto dello stato sociale”.

Carlo Formenti, in particolare, si sofferma a lungo su come la retorica sulla creatività, del talento abbia accentuato le dinamiche di sfruttamento, al punto che anche i forum degli utenti di alcune merci sono diventati forme di lavoro gratuito per le imprese. Con un richiamo esplicito al pensiero marxiano, tanto Formenti che Bifo sottolineano che questa «grande trasformazione» non poteva che investire anche la dimensione politica e la stessa «antropologia». Della democrazia ridotta a strumento di dominio si è già detto; sui mutamenti cognitivi emerge la constatazione di come il tempo di elaborazione dei computer abbia superato le capacità di elaborazione del cervello umano, determinano una distorsione nella percezione della realtà. Inutile ribadire che anche questa parte sia una fotografia che mette bene a fuoco proprio il reale.

Di fronte a questa situazione il punto da cui partire – secondo Vecchi – sono dunque i rapporti sociali. E in questo quadro anche i social network possono avere un ruolo importante di ”sperimentazione di forme politiche” ralmente alternatived ai modi con cui i vari Brin Page e Zucckerberg vorrebbero segregare Google o Facebook.

L’ intelligenza collettiva, insomma, potrebbe invece essere ”modulata come un cloud computing politico che metta in crisi quel circolo magico, per le imprese, in cui il lavoro gratuito degli utenti travasa nel lavoro salariato dei produttori di contenuti. Solo così è possibile pensare a forme di vita che si autorganizzano, creando i presupposti per il superamento della «civiltà capitalistica».

In altri termini un modello reticolare di organizzazione politica del lavoro vivo assume la Rete non come regno della libertà, ma come contesto in cui esercitare una critica alle forme di sfruttamento che nulla concede a una visione economicista, ma che sappia misurarsi proprio con il «ventre della bestia». Scrivono bene Bifo e Formenti sulla necessità di pensare alla conoscenza come habitat che può prevenire la catastrofe. E dunque come cloud computing politico per trasformare la vita dentro e fuori lo schermo.

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